“Escludere le cose mediocri per far posto a cose grandi!”
(Aldo Moro)

Nelle città in cui si vota in questo periodo si moltiplicano i comitati elettorali, i cosiddetti “santini” e molti vogliono convincere la gente a votarli per cambiare o rendere migliori le polèis, e città.

Allora è davvero il caso di fermarsi a riflettere sul vero senso di fare l’arte politica.

Aristotele definiva l’uomo un “zoon politicon”, un animale politico, “sociale” e via via nella storia si sono create e susseguite tante concezioni della politica, alcune delle quali deleterie, altre positive.

L’aver aggiunto l’aggettivo «sociale» ci colloca immediatamente in un contesto relazionale, ossia ci porta a considerare il potere in rapporto alla persona.

Ma ci chiediamo: che cos’è la politica?

La politica riguarda l’agire umano e ricerca i principi primi di tale agire e li collega agli orizzonti generali della vita umana. Ecco che teoria e praxis vanno di pari passo e s’intersecano a vicenda. Ovviamente, quanto più si va in profondità, tanto più le prospettive si allargano e toccano le radici comuni dell’esperienza umana.

L’azione politica ha come finalità la realizzazione di una società buona, volta e rivolta al bene comune, non dimentico però di quello individuale, o meglio personale, intendendo con questo termine la promozione della persona umana, l’attenzione alla sua dignità, libertà e integralità.

Chi fa politica ha nelle sue mani un potere e capire quanto esercitare un potere è impresa ardua. Lo è perché, come scrive William Shakespeare nel suo Enrico IV, i sentieri del potere sono «traversi, indiretti e tortuosi». Le «corone inquiete» pesano sulle teste di coloro che detengono il potere, creano problemi a coloro che si rapportano ad esso, lasciano spesso senza parole coloro che cercano d’interpretarlo. Il potere, infatti, ha in sé un fondo d’inquietudine.

Il potere però s’impasta di umano; dell’umanità esso è proprio e, per questo motivo, impone scelte etiche a ognuno di noi. Volenti o nolenti, sulla scena ci siamo tutti.

Si può affermare che aver potere significa «avere la possibilità di», cioè la facoltà o capacità concreta di fare qualcosa, di raggiungere uno scopo.

Ne consegue che il potere ha sempre a che fare con l’essere, con l’esistere di una realtà e, come direbbe Romano Guardini, esso è la «capacità di mettere in moto il reale».

Sia nella tradizione classica, sia in quella cristiana, uomini e donne devono esercitare il potere, loro affidato, per realizzare del bene. Così concepito, il potere è uno strumento in vista di qualcosa da realizzare secondo un progetto.

Il potere, in altri termini, è in vista del bene: ogni persona, in quanto essere relazionale, vive nella città che, rispetto alla famiglia e al villaggio, ha raggiunto la propria autosufficienza e nasce ed esiste per garantire le condizioni di una buona vita che realizzi il bene dei singoli e della collettività.

Per realizzare queste condizioni sono necessari una continua riflessione filosofica, un costante discernimento e una frequente verifica del cammino compiuto. Infatti, l’essenza della politica può essere attuata solo approssimativamente. Diremmo in linguaggio moderno: la politica non è una scienza esatta, non è fatta di dogmi, ma è un continuo indagare e prendere decisioni su cose belle e giuste, che — direbbe ancora Aristotele — hanno tanta «varietà e mutevolezza».

Uno sguardo attento alla realtà sociale e politica italiana ci porta a constatare quanto sia povero il tessuto umano di chi oggi detiene potere, scarsa la formazione etica.

In queste condizioni, direbbe Shakespeare, «tutto si risolve nel potere, / il potere in egoismo, l’egoismo in appetito, / e, l’appetito, lupo universale, / doppiamente assecondato dalla volontà e dal potere, / vorrà fare dell’intero universo la sua preda / e alla fine divorerà se stesso»

Ovviamente alla radice di questi atteggiamenti ci sono i lati oscuri tipici della condizione umana generale. Il leader non ne è esente, ma tanto per il suo bene, quanto per quello dell’istituzione che dirige, per la responsabilità che ricopre, per il dovere di dare un esempio, è tenuto a monitorare questi elementi deleteri.

Ecco che serve la riflessione, la “ruminazione”, il senso della misura, la responsabilità, la maturità umana e relazionale riguardo a quello che si fa, perché la vera forza non è nel pugno, ma nel carattere. Invece l’impreparazione, la superficialità, l’incoscienza di una certa classe politica è un vero e proprio fumo che si insidia tra l’aria pura del bene comune.

E a proposito di fumo, vorrei citare qui le parole sferzanti di Indro Montanelli: «Strano paese il nostro. Colpisce i venditori abusivi di sigarette ma premia i venditori di fumo». E continuava: «Abbiamo un debole per i governanti che dicono quello che pensano. Solo vorremmo che ogni tanto pensassero a quello che dicono».

Detto questo, però, desidero affidare a tutti voi una riflessione antitetica, proposta da un politico ben diverso, Giorgio La Pira: «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No: l’impegno politico è un impegno di umanità e di santità E se è vero che ogni nazione ha i governanti che si merita, forse è il caso che l’onestà, il rigore, la preparazione, la serietà, la giustizia si affermino prima di tutto a partire dal basso».

Sia questo l’augurio per tutti i candidati che vogliono non una politica maleducata, ma volta al bene della persona e della comunità e che escluda le cose mediocri per far posto a cose grandi!

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Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

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