Ma cosa accadde prima di quel 9 novembre ’89?

Eric Hobsbawm, uno dei massimi storici dei nostri tempi, ha definito il XX secolo come “secolo breve”, individuando una linea temporale che va dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 fino alla definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, e mettendo in discussione quella che era la storiografia tradizionale dell’Età Contemporanea.

Ma non è di questo che intendo occuparmi in questa sede, sebbene sia interessante dedicarci qualche altra riga. In questo articolo si parlerà di un evento che ha cambiato la storia europea, mettendola in contatto con i nostri tempi più strettamente attuali, e che curiosamente è avvenuto grazie a una svista mediatica, e che avrebbe condotto poi alla definitiva caduta del regime comunista…

Il 9 novembre 1989 il Ministro della Propaganda Gunter Schabowski tenne una conferenza sulle nuove e più permissive regole di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest: questi nuovi provvedimenti avrebbero finalmente concesso il transito dei civili tra le due parti della città, purché muniti di regolare permesso.

Ma il Ministro non disponeva di informazioni esaustive e complete sui provvedimenti: tra le informazioni incerte figurava quella riguardante l’entrata in vigore di tali provvedimenti, e quando uno dei presenti, Riccardo Ehrman, corrispondente di ANSA per Berlino, fece una domanda in tal senso, Schabowski, colto di sorpresa, rispose che i provvedimenti sarebbero entrati in vigore immediatamente.

La svista era compiuta, e la circolazione della notizia fu velocissima. Dopo alcune ore, i posti di blocco si riempirono di berlinesi dell’Est che avevano ascoltato l’annuncio di ANSA, e le guardie di frontiera non erano in grado di contrastare una così grande moltitudine di gente. Ricevettero quindi l’ordine di far passare tutti da una parte all’altra, e per la foga non riuscirono a controllare i documenti di tutti.

Fu questa l’origine della caduta del Muro di Berlino. Sì, proprio quella costruzione in cemento che, tagliando in due la capitale della Germania, tagliava strade, case, affetti. E spesso anche il filo che le Parche tendevano per alcuni uomini, donne e bambini, che morirono nel tentativo di scavalcarlo.

Ma qual era lo scopo di questo muro? Facciamo un passo indietro di alcuni decenni.

Quasi al termine della Seconda Guerra Mondiale, le potenze vincitrici si incontrarono a Jalta (1945) per definire i nuovi assetti dell’Europa. Si decise sulla spartizione della Germania in due parti, quella occidentale controllata da inglesi, francesi e statunitensi (Repubblica Federale Tedesca), e quella orientale controllata dai russi (Repubblica Democratica Tedesca). Stessa sorte toccò alla capitale, Berlino, la cui parte occidentale divenne un piccolo nucleo distaccato controllato da francesi, inglesi e statunitensi all’interno del territorio controllato dall’Unione Sovietica, che ottenne la parte orientale della città.

La condizione dittatoriale in cui versava l’Unione Sovietica coinvolse anche la Repubblica Democratica Tedesca, e quindi la parte orientale di Berlino: l’assenza di libertà di voto, le precarie condizioni di lavoro e la stringente propaganda stalinista causarono la migrazione di migliaia di berlinesi da Est a Ovest, a partire dal 1949. La situazione divenne insostenibile per l’Unione Sovietica, che in quei territori stava perdendo utile manodopera, importante per l’economia di una superpotenza ormai in “fredda lotta” con gli Stati Uniti.

Per evitare ciò, nel 1952 si decise di apporre dei confini di filo spinato che circondava i territori di Berlino Est. Ma l’effetto fu contrario, e in ragione di questo, la notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 cominciò la costruzione del muro. Nel corso degli anni questo subì ben 4 lavori di ristrutturazione, grazie alle quali fu eretta una seconda muratura più interna rispetto al confine, venne cementificata, innalzata fino ai 3 metri, e tra i due muri si creò una zona franca, chiamata dagli abitanti “striscia della morte”, che rese ancora più difficoltoso il passaggio. A ciò si aggiunsero torri di guardia con sentinelle, che controllavano il perimetro soprattutto durante la notte, in cui avvenivano in maggior numero le fughe verso Berlino Ovest.

Tra il 1962 e il 1989 si contano almeno 239 uomini, donne e bambini uccisi nel tentativo di scavalcare i muri, lanciatisi dalla finestra delle proprie case prospicienti o freddati dai fucili delle sentinelle.

Una lunga scia di sangue che parte da Ida Siekmann (22 agosto 1961), che morì in seguito alle lesioni riportate dopo essersi lanciata dalla finestra della sua abitazione al terzo piano, intenzionata a raggiungere i suoi cari ad Ovest, fino a Winfried Freudenberg (8 marzo 1989), che addirittura si costruì una mongolfiera per attraversare il confine, ma si schiantò sul territorio Ovest. Come poter non ricordare poi il tentativo di Pete Flechter, freddato da alcuni colpi di pistola e lasciato morire dissanguato nella “striscia della morte”.

Fortunatamente, quando ormai la tensione mondiale volgeva a più miti compromessi, anche la situazione di Berlino andò per il meglio.

E arriviamo all’inizio del racconto. A partire dal 9 novembre 1989, nel giro di alcuni giorni, molti uomini armati di picconi distrussero il muro, e diversi turisti accorsero per portar via pezzi di quell’orrenda costruzione come souvenir. Oggi ne rimangono poche parti, a memoria di quei tristi avvenimenti.

Un’ultima curiosità.

La nota band inglese, i Pink Floyd, nel 1979 pubblicarono l’altrettanto noto album The Wall, che nei successivi anni venne portato in tour in giro per il mondo, nel 1980-81. I testi parlavano di un eroe, Pink, che aveva costruito un “muro mentale” tra sé e l’insensibile mondo esterno, fino a quando, verso la fine dell’album, avviene il suo riscatto. E in ogni suo concerto, proprio come Pink, la band faceva costruire un muro di cartapesta di 12 metri tra sé e il pubblico, a cui, brano dopo brano, venivano sottratti dei mattoni (come direbbero gli stessi Pink Floyd, veniva fatto Another brick in the wall). Il tutto si concludeva con una violenta distruzione del muro, proprio in corrispondenza dell’ultimo brano, Outside the wall.

Che David, Roger, Nick e Richard avessero inciso su quell’album le loro proteste per la situazione di Berlino, con la speranza che quel muro potesse cadere il prima possibile? Questo non lo sappiamo, ma ciò che è certo è che Roger Waters, scioltosi dalla band, nel 1990 tenne un concerto a Berlino proprio in commemorazione della caduta del muro, a cui presero parte diversi artisti. E indovinate quali brani vennero eseguiti! Forse, in fondo, il collegamento non è poi così casuale: la loro musica ha dato voce alle grida dei berlinesi oppressi, e anche a loro, seppur in piccola parte, va il merito di aver scosso l’opinione, e fatto sì che l’Europa, ormai divisa da cent’anni di conflitti interminabili, finalmente aveva unito le sue genti…

Fontehttps://pixabay.com/it/caduta-del-muro-muro-di-berlino-arte-2743844/
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Giacomo Zingaro
Ho 22 anni, sono studente di Giurisprudenza all’Università di Trento, ma oltre al diritto coltivo altri interessi, in particolar modo per la storia e la musica. I miei hobbies preferiti sono la chitarra e la guida. Mi piace molto viaggiare, il che ben si addice alla mia voglia di conoscere e “curiosare”. Il motivo per cui scrivo? La scrittura allarga le frontiere della mente, la scrittura è confronto e condivisione, la scrittura è crescita, la scrittura è un viaggio nella conoscenza, proprio come la traversata di Odisseo nel Mediterraneo…

1 COMMENTO

  1. Si, ma non sottovalutiamo l’agire anglo-franco-statunitense nella parte occidentale. Già il fatto stesso che si sono “permessi” di spartirsi una nazione con la scusa di controllarla dopo averla sconfitta, per me è stata una occupazione.
    Cosa fecero nella parte occidentale? In quale modo contribuirono a rifondare quella nazione?
    Questi stati ancora oggi hanno il brutto vizio di creare guerre in giro per il mondo e poi intervenire come “pacieri” occupando dapprima militarmente le nazioni e poi ristrutturandone a propria immagine e somiglianza le istituzioni.

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