In Europa, nel 2012, sessanta milioni di donne hanno subìto violenza, due terzi di loro non hanno denunciato l’aggressione più grave da parte del partner. In Italia, cento sono i femminicidi dall’inizio del 2014 che hanno spesso luogo tra le mura domestiche.
Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma, ancora oggi, tale ricorrenza non è presa seriamente in considerazione.
Probabilmente, non si dà il giusto peso a ciò che avviene intorno a noi. Spesso la gente crede che quando si parla del “Mondo”, ciò non possa riguardare noi stessi, come se vivessimo, protetti, in un altro “ Mondo”, quello della normalità, fatto anch’esso dei suoi orrori.
Ciò che mi sconcerta ancor più è che, in una società civilizzata come la nostra, almeno una volta nella vita, ciascuna donna ha subìto violenze di qualsiasi genere (da quella psicologica a quella fisica, da quella sessuale all’omicidio). Unica “colpa”? Quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna impostole dalla tradizione (la brava donna, la donna fedele, consenziente…) e di aver compiuto delle scelte in piena libertà e autonomia, incurante di quello che di lì a poco sarebbe potuto accadere per opera di un “ mostro”, celato nelle sembianze di un partner amorevole.
A tal proposito, Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, l’agenzia che l’ONU ha istituito di recente, afferma l’importanza di creare una “cultura di rispetto” che non consideri più le donne come “cittadine di seconda classe”. Affinché tale proposito venga raggiunto, è necessario smuovere le coscienze di esseri abbietti che vivono ancora di stereotipi maschilisti.
A mio avviso, è opportuno riconsiderare il concetto espresso dalla parola ”amore”, termine usato e abusato senza alcun ritegno. Può sembrare pretenzioso il proposito di definire l’amore e non si nutre qui tanta pretesa. Nondimeno, di certo, l’amore non è possesso, è libertà, non è separazione, è condivisione, non è sottomissione, è uguaglianza. La scuola può giocare un ruolo fondamentale per educare al rispetto, in atto e parola, di tali principi: possono essere, in tal senso, utili lavori di gruppo e momenti di confronto volti a sensibilizzare la persona, sin dalla più tenera età, al rispetto delle “differenze di genere”.
A dire il vero, quest’ultima espressione, tra virgolette perché usata come slogan in diverse iniziative a sostegno delle donne, non mi entusiasma. A mio parere, allude a un divario insormontabile tra l’uomo e la donna. Piuttosto, adotterei la locuzione “unità di differenze di genere”. Mi sembra essere su questa linea il mito della creazione dell’uomo. Nel primo libro della Genesi, infatti, troviamo la seguente precisazione: “Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò” ( Gen. 1,26-28.32). Qui, la Scrittura non intende avvalorare una qualsiasi teoria maschilista, ma accenna a una distinzione che è finalizzata ad una possibilità di relazione, attraverso cui i due divengono un’unica realtà. Non a caso si aggiunge: “Maschio e femmina, li creò e dette loro il nome di Adamo”(Gen.5,2), esprimendo in tal modo “l’unità di differenze di genere”, in una perfetta diade (esemplare è il mito dell’androgino di Platone), in virtù della quale l’uomo e la donna sono la medesima cosa, ovvero “uomini ”, fatti a immagine e somiglianza di Dio.
In altri termini, la donna non è inferiore all’uomo perché creata in un momento successivo o dalla sua stessa costola, o perché “è un danno e non è una buona cosa”. Neppure gli è superiore in quanto ha lottato e continuerà sempre a sfidare i cattivi pregiudizi della comunità maschilista o perché il suo quoziente intellettivo è nettamente più alto rispetto a quello maschile. La donna è uguale all’uomo poiché i due sono fatti della medesima sostanza, sono mammiferi dotati di razionalità, la facoltà di discernere tra ciò che è bene o male.
Inviterei gli uomini, provvisti di intelletto, a soffermarsi sul viso di una donna: noteranno subito gli affanni di una vita vissuta e spesa con enorme generosità. Oseranno ancora deturpare la delicatezza dei suoi lineamenti e la forza silente nel bagliore dei suoi occhi?
Si accontenteranno ancora, uomini capaci di attenzione, di rimanere spettatori passivi di tristi verità che ogni giorno riempiono la cronaca nazionale e internazionale?
È a simili domande che si deve rispondere, se si vuol contrastare il sapore acre della solitudine che da sempre contraddistingue il ruolo della donna nella storia.

Francesca Labroca


[Foto di copertina: Dana Zagaria]

 

 

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Francesca Labroca
Studentessa di lettere moderne a Bari, nata ad Andria nel 1995. Mi piace la letteratura, la filosofia, la psicologia. Che cosa avranno in comune tali discipline? L’uomo e le sue contraddizioni, raccontate nei libri, studiate e indagate presso altri uomini. Mi piace conoscere, non smetto mai di imparare, di confrontarmi con la realtà e osservarla scrupolosamente come un aspirante scienziato. Quando mi hanno chiesto di descrivermi, impresa fin troppo ardua, ho pensato a due personaggi che hanno influenzato tutte le mie scelte, tali da divenire modelli educativi: Giorgio Gaber e Roberto Vecchioni. Satira e poesia, due capisaldi della mia vita.

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