Denis Villeneuve

Che cosa sarebbe disposta a fare una madre per i propri figli? E se il caso dovesse intromettersi? Tutto potrebbe rivelarsi un enigma.

Il film “La donna che canta”, diretto da Denis Villeneuve nel 2010, è una grande storia d’amore che inizia con un enigma: due gemelli, Jeanne e Simon, secondo le ultime volontà della madre deceduta, devono consegnare due lettere, uno al padre e una al fratello, di cui non conoscevano sino ad allora l’esistenza. Ma ad una condizione: devono cercare una sola persona.

Jeanne, studiosa di matematica pura, sa bene che la soluzione di tale rompicapo risiede nella matematica: «Uno più uno fa due, non può fare uno». Eppure, è questo il risultato improbabile delle intricate vicende che si susseguono nel film attraverso continui sbalzi temporali, resi mediante flashback, che vedono protagonisti Nawal (la madre) e i figli.

La storia, tratta dall’opera teatrale “Incendias”, di Wajdi Mouawad, è ambientata nel Libano, una terra dilaniata dai conflitti di religione tra cristiani e musulmani. Il regista non specifica che guerra sia, come se il suo obiettivo fosse quello di rappresentare la brutalità della guerra in sé, una guerra che annienta l’individuo e lo precipita nel baratro dove non c’è alcuna speranza, ma solo desiderio di vendetta.

Nawal, cristiana, partorisce un bambino che le viene portato via sin dalla nascita perché il padre era un musulmano. Anni dopo, temendo che il figlio possa essere una delle tante vittime della guerra, decide di cercarlo nei due orfanotrofi del paese, ma di lui nessuna traccia. Rimasta vittima di un agguato, decide di combattere contro i nazionalisti perché dichiara: «Voglio insegnare al nemico ciò che lui ha insegnato a me» e viene arrestata per aver ucciso il loro leader; quindi viene portata alla prigione di Kfar Ryat, dove viene denominata “La donna che canta, numero 72”; in prigione, Nawal viene seviziata e stuprata dal torturatore Abou Tarek…

La storia di Nawal viene raccontata parallelamente al viaggio di Jeanne verso la terra natia della madre. Jeanne insieme al fratello, che la raggiunge subito dopo, apprende dall’infermiera della prigione che Nawal aveva messo al mondo due gemelli i quali vennero da lei salvati e consegnati alla madre, dopo la sua liberazione. I due comprendono la triste verità, ma devono ancora scoprire chi sia il fratello, il cui nome è Nihad di Maggio, secondo i registri dell’orfanotrofio dell’epoca. La verità giunge grazie alla testimonianza di un comandante che aveva reclutato il fratello: «Nihad aveva un dono… era un tiratore perfetto… voleva diventare un martire affinché la madre potesse vederlo in tutti i manifesti. Cominciò a Daresh a sparare a tutti, fino a quando non venne preso, lo addestrarono e cambiò nome».

Quale sia il nuovo nome di Nihad lasciamo al lettore di scoprirlo, magari decidendo di vedere il film. Di certo, in esso si rivela un agghiacciante colpo di scena che lascia il pubblico interdetto, quasi scioccato dal potere degli effetti che solo il caso con le sue insidie è in grado di procurare.

La storia si rifà, per molti aspetti, alla tragedia di Sofocle “Edipo re”, perché la protagonista è un po’ Edipo, che scopre pian piano la verità, ma allo stesso tempo un po’ Giocasta, anche se a differenza di quest’ultima non si uccide, ma cade in un profondo silenzio.

I fratelli, come Edipo, non conoscono la loro origine, ma la scoperta della loro identità avviene con le stesse modalità della tragedia sofoclea: attraverso il racconto. Molte situazioni sono simili: la gravidanza non desiderata dei figli, la salvezza dei bambini, l’andamento ciclico della storia, l’assimilazione della donna che canta con la sfinge cantatrice, dalla quale Edipo riceve l’enigma, il tema del riconoscimento.

D’altra parte, non c’è una perfetta sintonia tra le due storie, perché Giocasta non cerca nessuno, mentre qui è la madre che cerca il figli; e non c’è il parricidio (Edipo uccide Laio, il padre), ma il perdono che rompe la catena dell’odio.

La scena finale del film vede Nihad dinnanzi alla tomba di Nawal Marwan, la donna numero 72.

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Francesca Labroca
Studentessa di lettere moderne a Bari, nata ad Andria nel 1995. Mi piace la letteratura, la filosofia, la psicologia. Che cosa avranno in comune tali discipline? L’uomo e le sue contraddizioni, raccontate nei libri, studiate e indagate presso altri uomini. Mi piace conoscere, non smetto mai di imparare, di confrontarmi con la realtà e osservarla scrupolosamente come un aspirante scienziato. Quando mi hanno chiesto di descrivermi, impresa fin troppo ardua, ho pensato a due personaggi che hanno influenzato tutte le mie scelte, tali da divenire modelli educativi: Giorgio Gaber e Roberto Vecchioni. Satira e poesia, due capisaldi della mia vita.

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