La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce (Diogene Multimedia, Bologna 2016): sembra essere uno di quei titoli capaci, da soli, di scoraggiare anche il più accanito dei lettori. Ma occorre andare oltre le apparenze. In effetti, l’autore, Cosimo Schena, sacerdote, non intende offrirci una sorta di esaltazione della croce, termine che pure appare per ben due volte, a mo’ di inclusione, nel titolo della sua opera prima.

Laureato in filosofia presso l’Università di Verona e dottorando presso la Pontificia Università Lateranense, don Cosimo offre piuttosto una full immersion nel pensiero e nella vita di Simone Weil. Nel pensiero e nella vita: come deve essere se si vuole intuire il mistero profondo di questa donna tutt’ancora da scoprire, per quanto le pubblicazioni e gli studi sul suo conto continuino ad aumentare, e a dispetto del fatto che, a modesto avviso di chi scrive, Simone Weil sia stata ingiustamente messa ai margini un po’ da tutti: dai filosofi, perché disorientati dal suo metodo di pensiero asistemico e insospettiti dall’esito finale della sua ricerca; dai teologi, ora irritati ora spaventati dalle sue accuse a una Chiesa che le appariva totalitaria; da quelli di sinistra, che l’accusano di tradimento, causa “deriva mistica”; da quelli di destra, ovviamente, perché Simone tutto era tratte che conservatrice e reazionaria.

Ed è così che il libero pensiero di una pensatrice libera continua ad affascinare non la massa, ma un numero, si diceva crescente, di appassionati, attratti dal “deposito di oro puro” depositatosi nei suoi scritti quasi tutti redatti per frammenti e pubblicati postumi sotto la cura di Albert Camus.

Eppure la scintilla delle parole di Simone continua ad accendere le menti e i cuori e a generarci sapienti approfondimenti come quello che don Schena ci propone.

Il suo saggio, duecento pagine, cinque capitoli, si struttura in una sorta di ipotetica, ma autentica, via Crucis che Simone Weil attraversò e che a noi don Cosimo ripropone: perché non c’è croce reale che non sia anche, in qualche modo, universale. E così il saggio di Schena ci prefigge, con successo, di illustrare la vita di Simone Weil quale viaggio verso la Croce, la sua riflessione sul malheur, da cui promana la luce della Croce, la sua attesa di Dio, pur sempre attesa e ricerca della Croce, l’evoluzione della sua filosofia antropologica, focalizzata sulla Croce, e infine l’incontro di Simone Weil con Dio, vero abbraccio della Croce e antropologia del sacro.

Sento di dovermi ripetere: il prospetto di simili contenuti potrebbe scoraggiare anche il più accanito lettore, ma, provare per credere, chi si inoltrerà nella lettura, peraltro agevolata da una scrittura limpida e scorrevole, del testo di don Cosimo Schena ne trarrà vero beneficio e magari lo ringrazierà per averci permesso di scoprire, una volta di più, che la Croce di cui parla Simone Weil, e che lei stessa in prima persona vive, è l’unica fonte di gioia che non passa.

La chiusura la lascio alle parole di un testo che intendo recensire tra breve e che, credo, a Simone Weil sarebbe parecchio piaciuto. Si tratta dell’ultimo scritto di Silvano Fausti, anch’egli voce profetica del nostro tempo, anch’egli gesuita, proprio come papa Francesco, che pure sarebbe piaciuto a Simone, lei che amava Francesco d’Assisi. Fausti, mentre il cancro lo divorava, usando per scelta la “d” minuscola, così scrive: «I Vangeli presentano Gesù come Servo di dio e degli uomini. Reietto e maledetto, porta su di sé il male del mondo. Figlio di dio perché figlio dell’uomo, “l’uomo negativo”, carico di ogni disumanità. Ucciso per blasfemia dal potere religioso e sovversione da quello civile: ecce Homo, ecce deus! Ci svelò chi è dio e chi è l’uomo a sua immagine. Dio non è padrone, con le mani su tutto e su tutti. Né legislatore a proprio favore. Tantomeno giudice o boia. Invece di giudicare e condannare, dalla croce giustifica e perdona i fratelli uccisori. È riconosciuto dio dal suo trono sul Calvario» (Lettera a Voltaire. Contrappunti sulla libertà, Àncora, Milano 2016, 42-43).

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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