Dovremmo lavorare costantemente per fare le cose al meglio, nei limiti delle risorse che abbiamo a disposizione. Ma spesso veniamo assaliti dalla mania della perfezione, da quella ricerca continua di un’entità migliore, superiore che, al posto di aiutarci, ci rende immobili nella ricerca del successo, ci vincola e non ci fa produrre nemmeno il minimo indispensabile.

Aspirare alla perfezione significa spesso paralizzare una struttura. Creare un prodotto perfetto, lavorare in modo perfetto, comunicare in modo perfetto significa paralizzare totalmente una azienda e il suo staff. Significa tarpare le ali a quelle persone che quotidianamente danno un contributo alla crescita e allo sviluppo dell’azienda, sminuendo il loro lavoro.

Possono esserci degli ambiti in cui riusciamo meglio, in cui siamo eccellenti, ma nella maggior parte delle attività, fare del proprio meglio o anche solo fare bene, è un ostacolo al fare.

Il perfezionismo ci limita nelle nostre attività, non ci permette di fare qualcosa e ci fa rinunciare in partenza all’attività.

Spesso è meglio fare, piuttosto che fare bene.

Perfezione vuol dire immobilità ed è un concetto non applicabile alla natura umana. È solo una aspirazione, e tale deve rimanere.

Abbiamo scadenze e impegni che non ci consentono di fare qualcosa in modo perfetto, ma possiamo farlo solo al meglio delle nostre capacità e possibilità.

L’origine latina del termine perfezione è un po’ diversa, significa infatti portare a termine“, completare e non rendere perfetto (eccellente) un qualcosa.

In azienda, quindi, ritorniamo al concetto di perfezione nella sua accezione originaria, intesa come compimento e completamento di un qualcosa, altrimenti rischiamo di ricercare invano un qualcosa che è solo nella nostra mente e che non può esistere davvero.

Le teorie sul miglioramento continuo sono un’altra storia e qui vanno tirati in ballo i nostri amici giapponesi con il Kaizen!

Dio è perfetto, ma noi, in quanto creature, non lo siamo, e diventiamo ridicoli se pretendiamo di esserlo!

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