La conferenza sul clima a Parigi, dal 30 novembre all’11 dicembre scorsi, l’ultimo appello perché i leaders mondiali potessero fare delle scelte concrete a salvaguardia del clima. Ed è successo davvero. Firmato un accordo storico. Si chiama: net-zero human emissions.

Petizioni, marce, messaggi da tutti il mondo hanno ottenuto il cambiamento. A Parigi, per la conferenza mondiale sul clima, i potenti del mondo non hanno potuto fare a meno di ascoltare il grido che in milioni, in miliardi avevano sollevato a difesa del mondo e del suo clima, convinti che la storia la si faccia tutti insieme e che il cambiamento avviene quando i popoli lo vogliono e ci credono. E non si sono sbagliati. Dopo dodici giorni e notti di aspre polemiche e fitti negoziati, l’accordo c’è ed è stato sancito l’11 dicembre, in chiusura della conferenza a cui hanno partecipato 195 nazioni.

Non ci piace l’enfasi, ma non è eccessivo definire storico il momento che viviamo.

“Emissioni umane nette zero” (net-zero human emissions), significa che i 195 Paesi firmatari si impegnano a rispettare l’equilibrio tra ciò che viene immesso nell’atmosfera e ciò che ne viene riassorbito.

Sembra una cosa facile a dirsi, ma comporta un radicale ripensamento del modo di produrre e consumare energia: non appena sarà recepito dai singoli Governi e tradotto in atti legislativi, implicherà una riconversione della produzione industriale verso le energie pulite, non fosse altro perché saranno le più economiche, oltre che le sole lecite.

Ora, passato il momento dell’esultanza, occorrerà mantenere alto il livello di attenzione e marcare stretto chi ci governa perché all’accordo di Parigi seguano fatti consequenziali, ma ciò non toglie che chi credeva che il movimento di opinione pubblica mondiale non servisse a nulla e che Parigi si sarebbe risolto nell’ennesimo flop è stato clamorosamente smentito: perché l’accordo net-zero human emissions è andato oltre ogni più rosea previsione tanto che adesso tutti, a cominciare da Obama, tendono a mettersi la medaglia al petto per attribuirsi il merito del successo.

Il merito però, a nostro avviso, va in primo luogo riconosciuto a quegli attivisti che hanno protestato civilmente e pacificamente, per anni, in ogni angolo del pianeta. A quei pacifisti ed ecologisti che non chiamiamo sognatori, ma visionari: perché non inseguivano un sogno, un miraggio, ma la visione di un mondo migliore e per questa si sono battuti, con generosità e abnegazione, a dispetto degli insuccessi e di ogni raggelante scetticismo.

Dal 2007 a Bali, passando per Copenaghen e i vertici del G7 fino a Parigi, il popolo della cittadinanza attiva, unitosi nella rete Avaaz, ha lottato strenuamente e non intende certo accontentarsi. Il prossimo obiettivo si chiama 100% di energie pulite entro il 2050 e per ottenerlo occorre riscrivere nell’accordo di Parigi le parole che ne rimandano il conseguimento alla “seconda metà del secolo”.

Intanto, a Parigi è stato sancito l’impegno a fermare il surriscaldamento del Pianeta sotto 1,5°, così da salvare gli stati insulari, e a stanziare, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari per sostenere il progresso dei Paesi in via di sviluppo; infine, un nuovo vertice, di qui a 5 anni, servirà a monitorare la stato d’attuazione degli impegni assunti e ad accelerare il cammino verso un mondo a emissioni zero.

Net-zero human emissions. Ci sono giorni in cui la storia fa sentire la sua voce e segna una nuova direzione. Accade perché una rivoluzione si afferma, perché una guerra mondiale finisce o perché dei diritti universali vengono finalmente riconosciuti. È accaduto a Parigi, l’11 dicembre 2015. Segnatevi questa data. I nostri nipoti la studieranno sui libri di storia. Potranno studiarla, perché avranno ancora un’aria respirabile.

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