Lo sappiamo bene: a Hollywood non c’è sceneggiatore che abbia la stessa brillantezza di Woody Allen.
Anche il suo ultimo film, Magic in the Moonlight, lo dimostra. I dialoghi sono arguti e vivaci sin dalla prima scena. Le sfide retoriche sostenute in alcune sequenze di questo lungometraggio dorato e luminoso farebbero ammettere anche al più scettico – o al meno avvezzo, diciamo un po’ a tutti – che Allen ha una maestria non indifferente. I personaggi si muovono in un mondo quasi immaginario nel quale Woody, come sempre nelle doppie vesti di sceneggiatore e regista, mette loro in bocca le battute perfette e gliele tira fuori al momento giusto con un colpo di bacchetta, sapiente come un direttore d’orchestra, abile come un mago.
Ma c’è un problema.
Il problema, in questo film fatto di quadri classici e luce calda, spaesamento e puntuale coup de théâtre, è che dal caro vecchio Woody ci aspettiamo di più. Non un film carino senza infamia e senza lode, non un film che ci faccia dire “Oh, ho capito come andrà a finire”. Uno spettatore allenato riconosce l’inganno nella trama dopo poche sequenze, intravede la direzione del film e può prevederne il finale. E questo non è da Allen. Da lui vogliamo che ci stupisca, perché lo sa fare. E non diamo la colpa alla mancanza di creatività o alla vecchiaia, che pure arriva per tutti. Perché si potrebbe controbattere a questi due punti che Woody Allen sforna almeno un film all’anno ultimamente (ma quale ci piace davvero?) e ci ha regalato, nell’ultima decada, bellezze come Match Point, Basta che funzioni, Blue Jasmine. Film che ci fanno sospirare “Già, è proprio Woody Allen…” mentre ci ricordiamo degli splendori de La rosa purpurea del Cairo.
Da un po’ di tempo a questa parte, dunque, i film del “tipico ebreo di New York” viaggiano su tre corsie. Magic in the Moonlight si colloca nel mezzo: si lascia guardare, ma si lascia anche dimenticare. Dall’altro lato della strada troviamo quelle pellicole che forse invece sarebbe meglio dimenticare e basta (vi dicono qualcosa Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e To Rome with love?)
Allora, cinefili di tutto il mondo, uniamoci e lanciamo un appello: che il nostro Woody Allen faccia di più. Che continui a spremersi ancora e ancora di più. Perché noi lo amiamo sempre e ancora, e gli perdoniamo ogni scivolone, e perché andremo sempre a guardare i suoi film, speranzosi che il prossimo ci faccia tornare a dire “È proprio lui…”.

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Marica Di Teo
Studentessa di Interpretazione a Roma, nata ad Andria nel 1991. Scherzosamente dico che il mio principale interesse è interessarmi; difatti ogni mia azione è spinta dalla fame di conoscere, mi piace informare e informarmi e cogliere i migliori insegnamenti dalle persone con cui mi rapporto. Mi muove una passione viscerale per le lingue – in particolare quella spagnola – e per le culture diverse dalla mia. Da viaggiatrice instancabile, passione ereditata dai miei genitori, ho capito che la mia casa è ovunque e in nessun posto e che amo raccogliere ogni granello di bellezza e verità che ogni angolo del mondo possa offrirmi. Bellezza e verità che vedo negli occhi dei bambini, con cui mi piace lavorare e passare il tempo. Sono una cinefila incallita e, nel tempo che mi resta, amo “ridare un senso alle parole”, da lettrice e da scrittrice (ci provo!).

1 COMMENTO

  1. Non riesco più a guardare i film di Woody Allen. Troppo sopravvalutato. Qualcosa di bello la ha scritto e diretto, ha avuto il suo periodo di luce ora vive di rendita. La sua fortuna sono gli attori che interpretano i suoi film, alcuni bravi, superlativi altri meno.
    Ciò che invece è da apprezzare è l’articolo che parla di lui, scritto benissimo. Complimenti Marica.

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