COME CAMBIARONO LE SORTI DELL’ITALIA NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE

Nell’immaginario collettivo siamo abituati a pensare alla Battaglia di Caporetto come ad una grande sconfitta militare: ogni grande fallimento, ogni tragico avvenimento è definito simbolicamente “una Caporetto”. Ma come si è arrivati a tale punto? Come si è arrivati alla demonizzazione di ciò che è accaduto, tanto da considerarlo il punto più basso della storia militare italiana? Eppure l’Esercito Italiano ha subito diverse ben altre disfatte nel corso della sua storia: Curtatone, Custoza, Dogali, Adua…

Ma vediamo come si sia giunti a far sì che “Caporetto” diventasse, per antonomasia, la sconfitta per eccellenza.

Prima della Battaglia di Caporetto, lo scenario vedeva una tremenda guerra di posizione combattuta per la conquista di avamposti e, a volte, di poche centinaia di metri di terreno, al prezzo di migliaia di caduti. Da entrambi i fronti, le truppe erano logorate dal freddo e dalla scarsità di viveri, decimate dalle malattie a causa delle condizioni igieniche disastrose e continuamente allertate dagli esplosivi che i propri nemici lanciavano nella “terra di nessuno”, segno di un imminente attacco.

Il Regio Esercito era riuscito a contenere l’avanzata degli austro-ungarici, nonostante il Capo di Stato Maggiore austriaco Conrad Von Hotzendorf avesse convogliato gran parte dei suoi effettivi sul fronte italiano a partire dal 1916, ed era anche riuscito a contrattaccare penetrando nella Venezia-Giulia, conquistando Gorizia e infine attestandosi sulle rive dell’Isonzo, in procinto di marciare verso Trieste.

A quel punto la situazione divenne problematica per l’esercito austro-ungarico, che si vide incapace di sostenere un massiccio attacco italiano per la mancanza di uomini. Fu perciò richiesto aiuto alla Germania, che nel frattempo era largamente impegnata sul fronte occidentale contro Francia e Inghilterra: il Capo di Stato Maggiore tedesco Paul Von Hindenburg, dopo un iniziale rifiuto, comprese la gravità della situazione (la conquista di Trieste avrebbe potuto far capitolare l’Austria, e quindi anche la Germania sua alleata) e organizzò un trasferimento di truppe verso l’Isonzo. L’esercito di Austria e Germania poté allora contare su 350.000 uomini, contro i circa 257.000 italiani della II Armata, stanziata nella parte centrale della linea del fiume.

Fu deciso di intraprendere due offensive, una a Tolmino e una a Plezzo, per superare i monti Colovrat e convogliare l’avanzata a Caporetto, in posizione strategica perché al centro tra Isonzo e Valle del Natisone, l’ingresso della pianura friulana.

Gli attacchi cominciarono il 24 ottobre alle 2.00, con il lancio di bombe e gas mortali, che cominciarono a indebolire le postazioni difensive italiane, ma senza un vero e proprio attacco degli austro-germanici, che tuttavia non si fece attendere a lungo: alle 8.00 questi, forti del maltempo e della nebbia che impediva la vista sulla valle alle sentinelle italiane, attaccarono gli avamposti italiani, colti di sorpresa e costretti subito alla ritirata. Dopo circa 24 ore, Caporetto venne conquistata, e i soldati italiani cominciarono una disordinata ritirata, e alcuni riuscirono a raggiungere il Tagliamento, altri si arresero gettando i loro fucili e furono fatti prigionieri. Gli austro-ungarici organizzarono una seconda offensiva, che spinse la debole resistenza italiana fino alle rive del Piave, dove fu dato ordine tassativo di non ritirarsi per alcuna ragione.

Le notizie arrivarono allo Stato Maggiore, che tuttavia cercò di sviarle dall’opinione pubblica con bollettini ottimistici, ma ormai già il 26 ottobre la disfatta era compiuta: l’Italia aveva perso tutti i territori friuliani e l’Alto Veneto, il nemico era penetrato per circa 150 km nelle linee del Regio Esercito, uccidendo circa 40.000 uomini e catturandone altrettanti. La Battaglia di Caporetto si chiuse solo il 12 novembre, ma a partire dal 26-27 ottobre si trattò di operazioni di rastrellamento e messa in sicurezza della pianura friulana, dove le truppe austro-tedesche incontrarono, in pochi casi, una fiera ma inutile resistenza.

Al di là dei fatti, la speculazione storiografica è molteplice e, a distanza di un secolo, ancora non si riescono a capire le cause della disfatta: si è da subito parlato di disorganizzazione dell’esercito italiano, impreparato di fronte alle nuove tattiche di guerra lampo, decimato e spossato dai numerosi attacchi subiti (secondo quanto espresso dalla futura “volpe del deserto” Erwin Rommel, uno dei maggiori responsabili della vittoria tedesca a Caporetto); si è anche parlato di mancanza di coesione dell’Esercito a causa delle numerose insubordinazioni e diserzioni, per la scarsa fiducia negli ufficiali e per le linee dure usate da questi ultimi per costringere le truppe all’attacco, e questo è testimoniato dai numerosi rapporti epistolari dei soldati al fronte. Le colpe vennero addossate ai generali, ma è curioso constatare come, durante il fascismo, questi vennero “assolti”, e le colpe vennero addossate all’opinione pubblica socialista e liberale.

L’opinione comune della storiografia è però concorde nel definire Caporetto, come ho già precedentemente detto, una sorta di punto di partenza, poiché il clamore degli avvenimenti pose le basi per la destituzione del Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, sostituito da Armando Diaz. Quest’ultimo, in fretta e furia, organizzò una nuova linea difensiva sul Piave, che rimase il baluardo dal quale non si poteva più arretrare (divenne popolare il detto “O Piave o morte”) e si occupò di fornire nuove leve ai fanti reclutando i giovani “ragazzi del ‘99”, all’epoca appena diciottenni. Inoltre, memore delle molte diserzioni e insubordinazioni, si occupò di intavolare un rapporto più umano tra i fanti e i loro superiori. Agendo sulla tattica militare e sulla psiche dei soldati, nel giro di un anno il Regio Esercito fu condotto alla vittoria della guerra, a cui contribuì la definitiva crisi intestina dell’esercito austriaco, già in difficoltà prima dell’offensiva di Caporetto, abbandonato dai tedeschi dopo la conquista di quest’ultima.

E proprio alla luce di quanto detto, innanzitutto è indubitabile la considerazione di Caporetto come una tragedia militare, forse la peggiore della Prima Guerra Mondiale, che coinvolse un gran numero di uomini e un territorio molto vasto. Fu sicuramente la grande perdita di vite umane e di denari spesi nella fabbricazione di armi poi andate perdute, unita alla perdita di parte del territorio italiano, a far scorgere nel sentimento comune la tragedia e addirittura lo spettro di una sconfitta totale nella guerra; ma d’altro canto è anche da sottolineare la grande capacità delle autorità militari a riorganizzare le milizie, oltre al rinnovato coraggio dei combattenti italiani, ad aver completamente sovvertito il sentore popolare sulle sorti della guerra per il Regno.

Perché, pensiamoci, si sarebbe ricorso a cotanto zelo se non vi fosse stato un avvenimento così brutale da far aprire gli occhi alle autorità militari e intervenire in modo così drastico nelle operazioni? Forse no. Come sappiamo, è sempre necessario che si verifichi un evento imperdonabile, perché realmente ci si renda conto, dopo averne esaminato le cause, di come si sia stati negligenti nel non saperlo evitare. Ma, d’altro canto, quando si tocca il punto più basso, non si può far altro che risalire, e all’Italia va riconosciuto questo grande merito.

Sarebbe difficile chiedere di “guardare l’altra faccia della medaglia” della tragedia di Caporetto, visto il notevole prezzo che l’Italia ha dovuto pagare, ma forse guardando da un punto di vista storico i fatti, ci si può rendere conto di quanto gli eventi di Caporetto siano effettivamente da considerare uno “spartiacque” che ha cambiato le sorti dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale…

Fontehttps://it.wikipedia.org/wiki/File:Battle_of_Caporetto_IT.svg
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Giacomo Zingaro
Ho 22 anni, sono studente di Giurisprudenza all’Università di Trento, ma oltre al diritto coltivo altri interessi, in particolar modo per la storia e la musica. I miei hobbies preferiti sono la chitarra e la guida. Mi piace molto viaggiare, il che ben si addice alla mia voglia di conoscere e “curiosare”. Il motivo per cui scrivo? La scrittura allarga le frontiere della mente, la scrittura è confronto e condivisione, la scrittura è crescita, la scrittura è un viaggio nella conoscenza, proprio come la traversata di Odisseo nel Mediterraneo…

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