Si intitola “300’’ A Photo Experience” l’iniziativa promossa da donne incappucciate e uomini sinistri, e presentata presso l’Officina San Domenico di Andria. L’evento, gratuito, si replicherà, per l’ultima data, mercoledì 11 luglio, a partire dalle 21.30.

Il pubblico si troverà davanti ad un’esperienza sensoriale, la sinestetica rappresentazione di forme e colori, la paradossale visibilità della musica scelta dai partecipanti e riprodotta in una stanza completamente buia. L’evento, gratuito, si replicherà, per l’ultima data, mercoledì 11 luglio, a partire dalle 21.30. Tra buffi inconvenienti, spassosissime gag e terrificanti percezioni, il divertimento è assicurato. A raccontarci la genesi di un progetto, nuovo e originale per la città di Andria, è uno degli organizzatori che ha scelto l’anonimato come “fil rouge” di uno scatto, volutamente e coerentemente, ignoto:

Come nasce l’idea del progetto fotografico “300” A Photo Experience”?
L’idea è nata da un classico brainstorming: volevamo lavorare ad un progetto che producesse ritratti fotografici, da realizzare e consegnare istantaneamente su carta stampata. Poi abbiamo pensato “facciamo in modo che il soggetto viva una vera e propria esperienza”, il cui risultato fosse sempre un ritratto, ma le cui modalità di realizzazione fossero diverse da quelle consuete. Così è nata l’idea di un ambiente totalmente buio, un vero paradosso per la fotografia, in cui viene negato quello che tra i cinque sensi è il più intrinseco alla stessa, ovvero la vista, e conseguentemente vengono esaltati tutti gli altri, l’udito in particolare.

Da profano della materia, ho trovato curioso e singolare il contrasto luce/oscurità degli scatti. Invitare i partecipanti a posare in una stanza buia limita la definizione dei colori e dei dettagli o, paradossalmente, la esalta?
Le nostre fotografie vengono stampate tutte in bianco e nero. Un grande fotografo (Ferdinando Scianna, se la memoria non mi inganna) una volta disse “le fotografie a colori raccontano la realtà, quelle in bianco e nero raccontano la verità”. In 300″, la ricerca della verità è un punto fondamentale, ecco perché la scelta del bianco e nero. Quindi, per rispondere alla tua domanda, i colori non trovano né limite né esaltazione in seguito alle condizioni di scatto di 300″. I dettagli, invece, a mio parere si esaltano, laddove per dettagli intendo le infinite espressioni che il volto e il corpo del soggetto fotografato possono assumere.

Tralasciando gli aspetti tecnici, credi che in una, seppur fittizia, ombra, il soggetto della fotografia riesca a lasciarsi andare più facilmente ad espressioni naturali e spontanee?
Assolutamente sì e i risultati dei ritratti di 300″ ce lo dimostrano. Torna il concetto di autenticità cui accennavo prima: nel buio, pur nella consapevolezza di essere soggetti di ritratti, non si percepiscono l’occhio del fotografo e del suo obiettivo puntati su di sé e quindi cadono più facilmente le inibizioni, gli imbarazzi e le difese fatte di “maschere” con cui tutti noi viviamo nel quotidiano contesto sociale. In queste condizioni, anche in soli cinque minuti, a nostro parere viene fuori la parte più vera dei soggetti ritratti.

Quanto può essere fruibile un’iniziativa del genere per una Città come la nostra?
Penso che 300″ sia fruibile in qualsiasi contesto. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è tutto (ahimè), l’epoca in cui esisti solo se una fotografia testimonia la tua esistenza (ahimè), l’epoca dei selfie (ahimè), l’epoca in cui il ritratto fotografico è desiderato soprattutto per poter essere usato come “foto profilo” sui social network (ahimè). Con 300″ vorremmo che si tornasse a considerare il ritratto come strumento per una più profonda conoscenza di sé. I nostri ritratti non subiscono nessun ritocco in post produzione (al netto della conversione in bianco e nero), i soggetti vengono fotografati e poi rivelati esattamente per quello che sono, con le proprie meravigliose particolarità e con i propri meravigliosi difetti. Quindi, 300″ è fruibile da tutti coloro che non hanno paura di guardarsi per quello che sono, veri e senza artifizi di nessun genere.

Progetti futuri?
300″ è ancora in via di sperimentazione, le idee sono tante, ma altrettante sono le difficoltà. Vorremmo quindi perfezionare sempre più il progetto, per far sì che l’esperienza vissuta in quei trecento secondi sia sempre più particolare. Ci proporremo ai vari festival della Puglia, sperando di riscontrare negli organizzatori lo stesso entusiasmo finora riscontrato nel pubblico accorso.

Prima di lasciarti, ringraziandoti per l’infinita disponibilità, svelaci un ultimo mistero: chi è il fotografo di 300″ A Photo Experience?
Questa è la domanda madre di tutto il progetto, la domanda a cui anche noi cerchiamo una risposta proprio con questa esperienza. Per definizione, fotografo è chiunque realizzi delle fotografie, quindi durante 300” il fotografo è chiunque di noi del (Soc)Corso di Fotografia (da cui nasce l’idea di 300”) che in quel momento sta premendo il pulsante della reflex. Ma basta davvero soltanto premere un pulsante per essere fotografi? Questa è una cosa che potrebbe fare chiunque, anche una scimmia o un robot. E inoltre, si può definire fotografo qualcuno che realizza fotografie senza vedere ciò che fotografa, se non solo dopo aver scattato? Ancora: nella fotografia di ritratto, in condizioni “classiche”, il fotografo porta il soggetto ad assumere una certa posa, una certa espressione, un certo atteggiamento e quando questo si compie, scatta.

 In 300” questo non è possibile: nel buio totale, sebbene gli stimoli da noi indotti, il fotografo non può valutare quale sia l’espressione del soggetto e quindi, per assurdo, a determinare il risultato del ritratto potrebbe essere più il soggetto che il fotografo stesso. In quest’ottica, si potrebbe quindi dire che il fotografo sia il soggetto, il che è un paradosso fotografico. È evidente, quindi, che una risposta non c’è, il fotografo potrebbe essere chiunque, ma se proprio dovessi dare una risposta, direi che a determinare il risultato finale, ovvero i ritratti di 300”, è tutto l’insieme dell’esperienza che si vive in quei cinque minuti e quindi, in conclusione, che IL FOTOGRAFO È L’IDEA!

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.