La loro gloria più grande è Saladino. Il condottiero Islamico, protagonista della terza crociata citato anche da Dante nella Divina Commedia, era nato in un villaggio curdo nel 1138. Dal dodicesimo secolo, però, le cose per i curdi sono molto cambiate e da secoli il termine curdo è sinonimo di popolo diviso, violato, perseguitato.

Oggi, nello Stato Islamico, nell’inferno siriano e iracheno i curdi sono lì in prima fila a combattere. I Peshmerga (i combattenti curdi) rappresentano l’unico vero oppositore all’Isis e gli unici interlocutori dell’Occidente nella guerra al califfato. La Nato sostiene i combattenti con armi e munizioni e i Peshmerga (combattenti fino alla morte secondo la traduzione letterale) dopo mesi di assedio e combattimento sono riusciti a liberare Kobane lo scorso marzo.

Kobane, città siriana a maggioranza curda al confine con la Turchia è il simbolo della lotta all’Isis e il simbolo della forza dei combattenti curdi. I Peshmerga nascono come esercito un secolo fa, gli ex guerriglieri delle montagne sono organizzatissimi e al loro interno possono vantare un reggimento femminile attualmente di 500 unità, ma gia dal 1700 le cronache raccontano di donne curde che combattono a fianco dei loro mariti contro l’impero ottomano. Ma è l’esercito di uno stato inesistente.
Nondimeno, se ora il loro avversario è l’Is, prima per cosa hanno combattuto i curdi? La risposta è la stessa da sempre, da secoli, è il caso di dire : la patria che non hanno mai avuto.

Il sogno di ogni Peshmerga e ogni curdo è lo stesso sogno che è stato dei loro padri e dei loro nonni: uno stato che accolga i 40 milioni di curdi disseminati in Asia occidentale. Per questo combattono e se adesso il loro avversario è l’Isis, decenni fa è stato Saddam Hussein e prima ancora l’Impero Ottomano.

Il Kurdistan è riconosciuto solo a livello internazionale poichè composto da una popolazione che condivide la stessa etnia, la stessa storia, la stessa origine e la stessa lingua.

Per risalire all’origine dell’etnia curda occorre tornare nelle valli calde e fertili dei fiumi Tigri ed Eufrate. Nell’altopiano montuoso che circonda i due fiumi, nel 614 a.C. Si stabilisce la popolazione nomade dei Medi, di origine persiana. L’etnia che popola questo altopiano montuoso sarà chiamata “curda” nelle cronache di Senofonte, storico ateniese del IV sec. a. C.

Alla nascita dell’impero ottomano nel XVI secolo, le popolazioni che abitano la regione montuosa del Kurdistan saranno inglobate nell’immenso impero ottomano. Al crollo dell’impero, dopo la prima Guerra Mondiale, finalmente si incomincerà a parlare di un Kurdistan indipendente, le basi per la nascita di questo Stato saranno gettate con il trattato di Sevrès nel 1920 ma successivamente, nel trattato di Ginevra, gli stati europei che appoggiavano i curdi se lo “dimenticheranno”. Accade realmente così, nessuno ricorda le promesse fatte ai curdi e le speranze curde saranno infrante. I curdi saranno incastrati in altri stati e il Kurdistan sarà spartito tra Turchia, Iran, Iraq e Siria.

Da allora i 40-50 milioni di curdi saranno perseguitati e uccisi dagli Stati che li hanno accolti. In Iraq i Curdi hanno rappresentato il principale nemico per Saddam Hussein. Guidati da un famoso Peshmerga, Barzani, i curdi cercarono di ottenere l’indipendenza nel 1988. La risposta di Saddam fu il “genocidio di Halabja o Venerdì di sangue”.

Oggi, in seguito alla cacciata del dittatore iracheno, i curdi in Iraq godono di una certa autonomia politica e militare e rappresentano il prodotto migliore dell Iraq post Saddam. La maggior parte del territorio curdo però è in Turchia (il 12 per cento). I Curdi si sono organizzati in un partito, il PKK, accusato di essere un organizzazione terroristica.Il rapporto tra il presidente turco Erdogan e i curdi è ancora tesissimo. Erdogan ha esistato a lungo prima di concedere il lascia passare ai peshmerga sul proprio territorio per raggiungere e liberare Kobane. E qui ci si chiede, perchè la Turchia non ha prontamente supportato i curdi contro l’Isis che peraltro minaccia gli stessi confini turchi? La risposta sta tutta nelle speranze e pretese curde. La Turchia, cosi come la Siria e lo stesso Iraq temono che aiutando eccesivamente i Peshmerga, questi, se vittoriosi contro l’Isis, si sedieranno al tavolo dei negoziati con delle pretese. Peraltro, con la recente affermazione del PKK all’elezioni turche e il notevole ridimensionamento del partito di Erdogan, una nuova pagina di storia si apre e la partita è ancora tutta da giocare.

E quali pretese potrebbero avere i curdi se non quello stato per cui combattono da secoli? La guerra che stanno affrontando quasi da soli contro l’Isis sta creando le condizioni per creare finalmente il tanto sognato Kurdistan. Tuttavia, se mai i curdi dovessero sedersi al tavolo dei negoziati per la ricostruzione post califfato, quale Stato si priverebbe dei suoi territori per concederli ai curdi?

Difficilmente lo farebbe la Turchia che vedrebbe i suoi confini parecchio ridotti, altrettanto l‘Iraq che non si priverebbe dei giacimenti petroliferi controllati dai curdi, ma pur sempre in territorio iracheno.
D’altra parte, per arrivare ai negoziati occorre prima sconfiggere lo stato islamico per i cui seguaci, non si dimentichi, i curdi sono “i cani degli infedeli” perchè nella guerra contro il califfato sono gli unici a combattere e arginare l’avanzata dell’Is e la sua dichiarata guerra alla civiltà occidentale.

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