charlie ebdo

È passato un anno da quando tutti scrivevamo “Je suis Charlie”. Già allora era prevedibile che lo saremmo rimasti dalle 36 alle 48 ore lavorative, ma a eliminare qualsiasi tipo di dubbio circa l’ipocrisia con cui molti si fregiarono di quel motto, ci hanno pensato i disegnatori del giornale stesso.

Per commemorare il primo anniversario della strage, infatti, la rivista satirica è uscita riportando in prima pagina l’immagine di un Dio, armato di kalashnikov, con la veste sporca di sangue. La trovata ha indignato molti, anche gli stessi che un anno fa ci tennero a far sapere di essere Charlie Hebdo.

Sarebbe bello allora interpellare i nostri contatti che rientrano in tale categoria, per fare come Gaber racconta in uno dei suoi monologhi più belli, una domanda diretta: “Tu eri Charlie Hebdo?” Per poi sentirsi rispondere ovviamente: “In che senso?”

Qualcuno era Charlie Hebdo perché “si sentiva solo”, avrebbe detto Gaber.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché quel giorno era quella la foto che aveva commosso il web.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché tanto era gratis.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché da tempo non superava i 10 “Like” su Facebook e onestamente un po’ di autostima serve a tutti.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché tanto non veniva a controllare nessuno che lo fossi veramente, saichecosaglienefregavalui.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché si era accorto solo dopo dell’esistenza delle vignette blasfeme con Padre, Figlio e Spirito Santo. Troppo tardi.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché pur di andare contro i musulmani si sarebbe definito “porco ubriacone marito di maiala in minigonna e senza velo”.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché ogni sera guardava “Striscia la Notizia” e si era sentito elemento a rischio in quanto esponente del mondo della satira.

Qualcuno era Charlie Hebdo poiché nonostante il suo attivismo politico si esaurisse nel condividere i servizi de “Le Iene”, ha sentito minacciata la libertà di parola.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché per una volta voleva stare dalla parte della ragione.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché mica si aspettava che poi nel corso dello stesso anno sarebbe dovuto essere “Tunisien”, “Egyptien”, “Libanais”, “Turc”, “Ospedale di Emergency”, “Paris”, e così via.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché dire “Je suis vogliounadonna” pareva brutto.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché quando Berlusconi cacciò Santoro, Biagi, Luttazzi, non era la stessa cosa, lì c’erano di mezzo i soldi pubblici.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché dopo qualche mese doveva essere rieletto.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché aveva fatto l’Erasmus in Francia.

Qualcuno era Charlie Hebdo perché in Africa ogni mattina si sveglia, sa che non è d’accordo con quello che dici, ma darebbe la vita per farti cominciare a correre.

Qualcuno era Charlie Hebdo poiché “anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall’altra un gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.