Sono al sicuro, davanti al mio pc, il gatto sulle gambe, e sto scrivendo un racconto.

È la mia passione scrivere, da sempre, da quando alle scuole medie ad un tema scritto sul tema dell’aborto risposi con un’idea che molti anni dopo fu la stessa di una certa Oriana Fallaci; scrissi un tema dove un bambino mai nato si raccontava ad un mondo che non lo avrebbe mai accolto.

Raccontando le storie degli altri mi ricarico e ho tempo per concentrarmi sulle altre storie in arrivo, nella mia vita come nella mia testa.

Io non racconto drammi da cinepanettone. Io scrivo, con in mano il cuore pesante di ricordi, i drammi e le speranze della mia gente, dei miei pazienti. Appartengo a un popolo preso ogni maledetto giorno a calci in faccia da regole, burocrazie, manovre di rientro economiche.

Ma ho fatto una scelta. Dura, pesante, professionalmente pericolosa. Io non scrivo per risalire la scala sociale, io scrivo e racconto come atto di esistenza umana e di resistenza sociale.

Sento fortissima la mia appartenenza al genere umano, con le sue debolezze, le mie. Con l’odio e la disperazione. Sento l’appartenenza al mio territorio e alla mia storia. Sento la mia appartenenza sociale a quelli con la strada in salita a cui nessuno regala mai nulla. Sento la mia appartenenza, forte, a quella strana razza di persone che scrive e disegna. A quelle voci libere che nelle proprie opere fanno i conti con il mondo perché, in primis, li hanno fatti con la propria testa, dentro la propria casa, dentro il proprio Lavoro, dentro la propria società.

Oggi, sono triste e incazzata.

Oggi, giornata di un vile attentato, tutta la solidarietà va alla libertà di informazione, anche se Charlie Hebdo sicuramente era il simbolo di un modo di fare satira che viaggiava su un sottile confine tra la libertà di espressione e il rischio di intaccare la sensibilità di tutte le comunità religiose, musulmane, ebraiche e cristiane. Ma la libertà è una bandiera da adottare senza alcuna ambiguità, il diritto di critica si può esercitare solo rispettando il diritto alla libertà di tutti, soprattutto all’informazione.

Fra poco uscirò dal mio ambulatorio e salirò a casa.

C’è una stampa appesa in cucina, sopra un Lupo Alberto mascherato con le orecchie di Topolino, campeggia una scritta: “Beati quelli che sanno ridere di se stessi, perché non smetteranno mai di divertirsi”.

E riderò. Dopo aver pianto.

Oggi, il mio cuore, lo stesso che batte ogni volta che scrivo, è a Parigi. Nelle case di tutti, senza distinzioni. Charb, Cabu, Honoré, Tignous e Wolinski oggi sono morti.

Lunga vita a loro.

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Laura Binello
Classe 1964, piemontese di Asti, legata affettivamente ed intellettualmente alla città di Andria. Sono un'infermiera che a bordo di una panda compie viaggi di cura e di relazioni umane utilizzando la narrazione come canale comunicativo e terapeutico. In un mondo sempre più frenetico e in una sanità sempre più medicalizzata la vera rivoluzione è prendersi tempo, il tempo della relazione, dell'aiuto, dell'ascolto, della condivisione. Scrivo per passione e per necessità. Ogni viaggio è un romanzo sulla punta delle dita, ogni storia è per me una pagina bianca su cui rielaborare un percorso di cura sia per la persona sofferente che per me stessa. Promuovo e sostengo nel quotidiano un modello di vita slow e nell'attività professionale adotto un modello sistemico di cura e relazione secondo la Slow Medicine.

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