Un misero e personalissimo punto di vista sul 25 Novembre nel momento migliore possibile: non il 25 Novembre.

Dopo il femminicidio di una ragazza di 15 anni avvenuto per mano dell’ex compagno della madre a Ischitella, provincia di Foggia, il Presidente del Senato Pietro Grasso dichiara al TG1: “A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini”. Il coro di apprezzamenti per il messaggio espresso dal Presidente è sporcato dalla valanga di commenti che gli pervengono, quasi totalmente a mezzo social, da parte principalmente di uomini che non si sentono assolutamente rappresentati dalle parole di Grasso. Il succo della critica è questo: “Perché Grasso dovrebbe parlare a nome mio se non ho mai picchiato, ucciso, né tantomeno violentato una donna in vita mia? Io non ho colpe e non voglio assolutamente essere accostato a dei criminali!”

Voglio essere chiaro: la responsabilità del reato è e deve essere sacrosanta. Il colpevole del singolo atto violento è uno solo e non potrà essere condannato per la violenza in sé tutto il genere umano maschile. Né io ho mai commesso e credo fermamente che mai commetterò atti del genere: sono un convinto femminista, per quanto un uomo possa esserlo. Proprio per questo non condivido alcune prese di posizione e alcune battaglie femministe, perché non sono dall’altra parte “fisiologica” della barricata e certe cose non posso proprio arrivarci a capirle. Tipo la necessità di una giornata per ricordare le vittime o le donne che subiscono violenza. Lo sappiamo benissimo che certe cose non si devono fare e che la donna va rispettata sempre e comunque. Anche se… Si sa… Dai, certe volte ve le andate proprio a cercare! Va bene l’emancipazione, ma certi vestiti non si possono proprio guardare. Ma che ve ne andate a fare in giro la sera tardi da sole per strade buie. Poi non dite che la colpa sia nostra!

Lo so, devo farlo: chiedo scusa a tutte le donne, ma la colpa è anche mia. Soprattutto mia.

Vi chiedo scusa per tutte le volte in cui mi fermo a parlare con una di voi per strada e i miei occhi non sono fissi nei vostri, ma puntano a sud, direzione décolleté. Un po’ come il pescatore che si perde la vastità del mare per vedere quanto sono grandi i frangiflutti.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che vi obbligo a scendere dall’auto e a far parcheggiare me, nonostante abbiate superato l’incrocio di Via Bisceglie con Via Mozart e il traffico all’ora di punta di Via Ferrucci con la disinvoltura di Lewis Hamilton ed io abbia la patente da appena due mesi e pianga disperato in posizione fetale ogni volta devo far partire una macchina con motore a benzina.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che vi chiamo “zoccola” per dire “furba” o “puttana” per dire “stronza”. Furbi e stronzi ce ne sono anche tra gli uomini, ma non credo di riferirmi a loro con parole così esplosive. Le parole pesano e, se non usate a dovere, distruggono.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che giro la testa distratto quando al telegiornale passa l’ennesima notizia di violenza su una di voi. L’atto peggiore possibile in quei casi è il mio disinteresse.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che ho detto: “Ma perché questa famosa denuncia solo adesso la violenza che ha subito? Prima che le conveniva s’è stata zitta, mo’ che lo fanno tutte va bene?” Non va bene, va benissimo. Certi reati non dovrebbero mai cadere in prescrizione. La deficienza, invece, sì.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che ho guardato un film porno. Badate bene: l’arte è piena di figure sia femminili sia maschili ritratte nude e nel culmine dell’atto amoroso, non è quello il punto. Ma l’idea che la donna sia sempre disponibile a soddisfare i desideri di un uomo e nel contempo a trarne piacere è la chiave per leggere le storture che originano nel rapporto con l’altro sesso nella vita reale, soprattutto tra i giovani troppo giovani. Dove non arriva l’educazione, arriva internet e spesso ci arriva pure prima.

Vi chiedo scusa per tutte le volte che vi ho pensato nella maniera in cui il mondo mi ha insegnato a pensarvi: madonne o puttane, sante inarrivabili o creature lussuriose. Quando mi sarò convinto che accanto a me non ho forme di vita aliene e che dopo tutto ci differenzia soltanto un cromosoma, allora e solo allora avrò fatto la mia rivoluzione.

Perché conquistare la vostra fiducia è complicato, amarvi estenuante, rispettarvi il senso della vita. Almeno della mia.

Vi chiedo scusa anche da parte del mio pc: il programma di scrittura che uso abitualmente non comprendeva nel suo vocabolario la parola “femminicidio”. Ho dovuto aggiungerla. I casi sono due: o il maschilismo e l’ottusità dilagano anche tra le macchine o è talmente avanti che nell’ordine d’idee del codice binario parole del genere non possono proprio trovare spazio. Beato lui che è così avanti.

CONDIVIDI
Articolo precedenteUbuntu: unità nella diversità
Articolo successivoRI-VOLTA
Michele Memeo
"Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che delle sardine stanno per essere gettate in mare". Questa citazione è di uno dei miei pensatori di riferimento: Eric Cantona. Insieme a Lino Banfi, Michael Bay e Maurizio Gasparri Mi piacciono, inoltre, le birre trappiste e i posti facilmente raggiungibili a piedi, perché non ho mai i soldi per la benzina.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here