Al-Raqqa, città siriana su fiume Eufrate, non ha nulla di una capitale. Eppure, per l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, questa sconosciuta città  di 250 mila abitanti nella remota provincia siriana è la capitale del califfato, la città dove il Califfo Al-Baghdadi ha posto il suo quartier generale, il luogo dal quale decide sul destino di 14 milioni di persone. Può sembrare grottesco anche solo pensare che i tagliagola del califfato abbiano una capitale con tanto di edifici governativi e polizia, la cosidetta “Hisbah”. Ma se per noi dire Isis vuole dire terrore e paura, il califfo e i suoi guerriglieri, nel loro più folle fanatismo, pensano di far funzionare realmente uno stato e, cosa ancora più assurda, pur se con violenze e leggi da Medioevo, secondo alcuni ci riescono. Il califfo infatti tra le popolazioni locali, dopo l’iniziale paura, ora riscuote un notevole consenso.

Questo stato inesistente sulle cartine geografiche occupa un terzo dell’Iraq e ormai due terzi della Siria, è composto da 14 milioni di persone ed è nato ufficialmente il 29 giugno del 2014 quando, a Raqqa, è stato restaurato il califfato islamico, ovvero “il sogno di ogni credente mussulmano“.

In questo stato, il cui nome ufficiale è “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” è vietato fumare, bere alcolici, ascoltare musica. Questo stato fantoccio ha i suoi tribunali, la sua polizia, riscuote le tasse, emana le sue leggi e soprattutto le fa rispettare. Il modo, conoscendo i metodi dell’Isis, li possiamo immaginare. I tribunali non servono a garantire il rispetto delle leggi come li intendiamo noi: servono a imporre la legge islamica, il nuovo “Codice di Condotta”. Un esempio di questo codice penale sono le 80 frustate previste per chi beve alcol. Le donne, coperte di nero dalla testa ai piedi, non possono uscire da sole, l’adulterio è punito con la lapidazione, se la donna è sposata, se invece non lo è, la pena è ridotta, ma servono almeno 40 frustate.

Al di là dei pochi sforzi della comunità internazionale che si limita ai raid aerei, il successo dell’Isis proviene dal consenso delle popolazioni sottomesse. Lo stato del califfo è organizzato come i nostri stati democratici.  I ministeri dell’Isis funzionano tutti. Funziona anche il welfare: ci sono mense per i poveri, orfanotrofi per i bimbi soli, programmi scolastici adeguati al nuovo stile di vita, pensioni per le vedove di guerra, stipendi alti per l’esercito (i guerriglieri e i foreign fighetrs). Lo Stato Islamico ha una propria legge finanziaria e addirittura uno sportello per i reclami, una sorta di sportello per i consumatori. Ma il consenso è mantenuto soprattutto con la violenza. Crocifissioni, decapitazioni, lapidazioni, brutalità: a noi occidentali abituati alla democrazia e alla libertà pare impossibile che esista gente contenta di vivere tra la violenza.

In ultima analisi, l’economia dello stato. L’Isis si finanzia attraverso la vendita del petrolio e il commercio di opere d’arte trafugate, oltre che coi rapimenti di occidentali. A differenza di altre organizzazioni terroristiche, lo Stato Islamico si autofinanzia.

A più di un anno dalla sua pseudo fondazione, il califfato non solo è ancora in piedi, ma è anzi riuscito ad espandersi entrando in Libia, approfittando del caos presente nel Paese. Dobbiamo prevedere che, se la comunità internazionale non aumenta gli sforzi, lo Stato Islamico proverà ad espandersi ulteriormente per conquistare tutta la Siria, Israele, la Giordania e il Libano, ovvero i territori inclusi nel suo nome originario: Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

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