Erri De Luca me lo fece conoscere mia cugina più grande, più o meno 10 anni fa. Dapprima lessi qualche poesia di “Opera sull’acqua”, poi “Aceto, arcobaleno”, “In alto a sinistra” e così via, si può dire che me ne innamorai. Nel corso degli anni ho consigliato i suoi libri, li ho regalati, ho visto i suoi spettacoli a teatro e le sue presentazioni in Feltrinelli.

La cosa che molto mi aveva affascinato di lui, oltre chiaramente al modo in cui scrive, è la sua biografia. Leggendola mi era piaciuta soprattutto l’idea di non trovarmi di fronte a un uomo venuto grande esclusivamente fra libri e cattedre. Erri De Luca è uno che dopo la maturità, nei primi anni ’70, decise di trasferirsi da Napoli a Roma per militare con Lotta Continua. Dopodiché, nei successivi 30 anni, ha fatto di tutto. L’operaio, il camionista, il magazziniere, il muratore in Francia, l’addetto di rampa all’aeroporto di Catania, il volontario in Africa, l’autista di convogli umanitari in Jugoslavia durante la guerra. Erri De Luca è uno che ha imparato l’ebraico antico da solo, studiandolo ogni mattina all’alba, prima di iniziare il turno in fabbrica. Ha scritto il suo primo libro a quasi 40 anni, arrivandoci per necessità. Dunque ai miei occhi, lo scrittore napoletano, è stato uno che la vita l’ha vissuta senza rete di protezione, con stoica coerenza, meritorio di stima.

A un certo punto poi, per me, è arrivata la Palestina. Ho vissuto in quei posti ed è venuto naturale incuriosirmi su quale fosse la posizione di uno dei miei scrittori preferiti sull’argomento. A lungo mi sono fatto bastare un verso di “E disse” in cui si legge “dell’ebraismo condivido il viaggio, non l’arrivo”. Per me quelle parole stavano a significare un’innegabile empatia con la cultura e la storia ebraica, ma anche una distanza dalle politiche e dagli assetti attuali dello Stato d’Israele. Questa è una posizione che potevo comprendere e rispettare. Potevo anche comprendere – certo con qualche fatica – il fatto che sul conflitto israelo-palestinese preferisse non rilasciare dichiarazioni esplicite, affidando quanto avesse da dire ai suoi libri. Quella che non posso accettare è la posizione attuale dello scrittore.

Sì, perché Erri De Luca su quel conflitto qualcosa l’ha detta. L’ha fatto nel 2006 criticando il paragone sionismo-nazismo ad opera di un vignettista di Liberazione, a seguire un lungo ostinato silenzio, per poi rioccuparsi della questione di recente. In una poesia uscita su un giornale israeliano (“Yediot Ahronot”, il 5 novembre) e un post su Facebook (il 6 novembre) lo scrittore, ammiccando timidamente alle ragioni dei palestinesi con un generico filantropismo, sostanzialmente difende Israele.

La cosa sbagliata tuttavia non è questa. È il fatto che a chiunque nei giorni seguenti quelle esternazioni gli abbia chiesto chiarimenti, lui si sia rifiutato di rispondere, adducendo spesso la motivazione che “non può occuparsi di tutte le cose brutte del mondo”. Certo questo è ragionevole, tuttavia del conflitto Israele-Palestina è tenuto ad occuparsi. Può lasciarne perdere qualcun’altro se vuole, ma questo no.

Non può perché ha scelto di essere un intellettuale impegnato, il che significa essere una persona che di fronte ai conflitti prende parte, si schiera. Non può perché è uno che con Israele e l’ebraismo ha un rapporto privilegiato, conosce la lingua, spesso viaggia in quel paese, lì i suoi libri sono tradotti e lui è amato. Obiettivamente uno che frequenta quello Stato non può ignorare l’entità sulla quale la sua stessa storia, nel bene o nel male, si è formata: la Palestina. Non si può parlare di Abele senza citare Caino, né di Romolo senza menzionare Remo. Questo lui lo sa, e infatti, come abbiamo visto, è capitato che di Palestina parlasse. Ecco un’altra ragione per cui non può più sottrarsi. Se decidi di entrare in una disputa poi ci resti, altrimenti fai la figura di quelli che se ne vanno portandosi il pallone. Ancora, è uno che è stato processato per aver rivendicato la necessità, in date circostanze, dei metodi di resistenza non violenti; o che ha parlato dell’abbattimento degli ulivi in Puglia, tutti temi che intersecano direttamente la questione palestinese e che producono un inevitabile accostamento. Infine non può perché l’ho sentito definirsi, in più di un’occasione, “cittadino del mediterraneo”. Su quel mare si affacciano anche i palestinesi e ignorare il malessere dei propri concittadini, è scorretto.

Sono anni che vorrei dire a Erri De Luca che sono d’accordo con lui quando dice che Gaza e la Cisgiordania non sono Auschwitz, che l’occupazione militare non è eguagliabile alle camere a gas. Le differenze qualitative sono importanti e vanno mantenute. Ammettiamo che, anche nel caso di Gaza, non siano solo i mezzi a cambiare: vorrei chiedergli se ritiene giusto tacere sui crimini di oggi dello Stato israeliano perché non hanno raggiunto quell’entità. I misfatti dei tedeschi prima della “soluzione finale” andavano ignorati perché non avevano toccato il loro apice? Sono anni che vorrei sapere come fa Erri De Luca, uomo di sinistra, a non trovare niente da ridire circa le politiche di un governo di destra come quello di Netanyahu. E sono altrettanti anni che vorrei chiedergli, senza vena polemica, quale ritiene che possa essere un comportamento legittimo da parte palestinese per bloccare la colonizzazione – illegale – della Cisgiordania. Gli chiederei anche se sia mai stato nei Territori occupati, senza la compagnia di israeliani: è importante perché una situazione che sulla carta sembra tanto intricata, si fa chiara in pochi attimi al primo sguardo dal vivo.

Sinceramente non credo che Erri De Luca assuma certe posizioni per convenienza, non ne ha bisogno. Lo fa, a mio avviso, poiché totalmente assorbito dal fascino di una cultura millenaria e seducente come quella ebraica. Erri De Luca sta dalla parte di Israele perché convinto. Se c’è una cosa buona delle convinzioni però è che possono essere cambiate se passate al vaglio di un dialogo sincero e senza sconti. L’incantesimo può essere rotto e senza rinnegare le proprie passioni, si può recuperare un rapporto equilibrato con la realtà. Lo so bene io che a lungo mi sono fatto bastare quel “condivido il viaggio, non l’arrivo” e che oggi ho dovuto scrivere della mia stima per Erri De Luca parlando al passato.

1 COMMENTO

  1. ma, era facile, anche in questo caso col tempo verbale al passato. fu facile quando l’onu decretò l’esistenza di israele e altrettanto per gli arabi (che, come gli ebrei, cristiani e culture varie, sono “palestinesi” anche loro). sarebbe finalmente facile se la cultura araba accettasse l’esistenza e autonomia di israele (mai succeso con nessuna minoranza interna), che é il vero e antico problema. poi potresti capire meglio anche le “deviazioni” di de luca. cordiales saludos sudamericanos.

LASCIA UNA RISPOSTA