Io parlo e respiro piano per non disturbare il poco ordine delle emozioni, poi finalmente, seduto nel mio angolo di vita, uno dei miei figli si avvicina e riesco a dargli un abbraccio. Sto cercando di nascondere il tremore delle mani che mi prende quando non so andare avanti, quando quello che vedo e ascolto non mi piace e quello che sono sembra inadeguato. Io vorrei condannare certi uomini meschini e abbietti che hanno affamato la dignità, il tribunale della mia anima ha emesso una sentenza e quello del cuore apre ancora la porta.

Io non sono migliore di altri e certi attimi ti portano a fare delle considerazioni, abbiamo trasformato il mondo in un merdaio. Abbiamo stuprato la vita privata, l’amore e il sesso sono diventati l’acqua e il bicchiere, la libertà solo un altro sì estorto.

Abbiamo tentato di liberarci dalla paura, ma la cerchiamo e la usiamo per giustificare tanto spazio fuori e dentro noi, abbiamo cercato di mettere ordine e dare un senso, ma in realtà ci proteggono le solite preghiere e il solito Dio: ogni cosa è un segno di quanto l’uomo sia il primo carnefice impunito di quella croce.

Perché quando ci amiamo c’è la luce e quando smettiamo di capirci solo qualche luce accesa per la casa? L’universo ha un sole e noi quaggiù solo degli interruttori e per le emergenze un accendino.

Mi capita in certi momenti di ricordare mia nonna e la sua stanza da letto grande. In quella stanza c’era l’inverno. Le foglie sulla carta da parati erano contorte e piegate come tormentate dal fruscio. Avevo quasi freddo guardando le mattonelle lucide di marmo marrone e il riverbero della luce che filtrava dalla finestra.

Al centro, contro il muro, dormiva il letto. Sontuoso e grande, di legno decorato. Sulla destra entrando dalla porta, un armadio con le porte a specchio, arredava. Dentro quell’armadio, nascosto, c’era il nostro segreto. Sognava di vivere per vedermi grande: lo sognava ad occhi aperti.

Io ero seduto sull’ultimo gradino delle scale in marmo, in alto dove c’era l’eco, e lei giù appollaiata nella sua gioia d’ascoltarmi suonare. Suonavo la chitarra e a volte canticchiavo: mi inventavo storie e le musicavo con accordi strani.

“Hai una voce che non è male!” – mi diceva sorridendo.

Mia nonna era piccola, robusta e aveva due occhi grandi marroni e i capelli di cenere che diventavano di neve e le mani sottili e ossute. Per lei la vita non era mai stato uno scherzo: l’America, la fabbrica e il freddo e l’unico grande amore della sua vita, quello per cui la mattina apriva le finestre e si pettinava. Si riteneva fortunata perché lei certi mari li aveva veduti, la fame l’aveva provata, e un po’ meno per il figlio maschio che non aveva mai avuto.

I vecchi quando hanno paura di stare soli fissano il vuoto. Dentro ci fanno camminare le persone che più amano. Mia nonna nella sua stanza grande, sulla sua poltrona di velluto, passeggiava per mano a mio nonno. Guardava in certi punti e sorrideva: lui le diceva che era ancora bella. Ne fissava altri e diventava seria: lui le spiegava che un giorno avrebbe dovuto lasciarla.

Quando tirava fuori il nostro segreto dall’armadio a specchi mi diceva: “Prometti che non ti scorderai di me, promettimelo!”.

Il nostro segreto era un rito serio: leggevamo poesie da un libro vecchio oramai ingiallito.

Dopo un periodo di malattia mi regalò una bicicletta: rossa, col cambio a tre marce. Ancora oggi ci passeggio sopra perché ero felice perché felice così non lo sarò mai più: il mondo era una strada e io avevo la mia bicicletta rossa; se il mondo era un po’ di freddo e febbre, io avevo i miei regali.

Quando cresci ti regalano solo parole, hanno parole per tutte le situazioni. Fa parte dell’essere adulti

trovare una parola da infilare in ogni domanda. La mia più grande domanda è il silenzio. Il silenzio è una domanda.

A mia nonna piaceva il Natale. Il Natale portava l’albero. Mia nonna è morta un mese prima di Natale. I grandi ebbero una scusa in più per quella domanda che è il silenzio.

Una delle poesie del nostro libro diceva: “Ti sento arrivare con l’inverno, quando ho i brividi guardo fuori e tra la neve aspetto che sbuchi tu, con i tuoi occhi di legno. Io ho in mano il mio fiammifero, ma è quasi bruciato tutto… fai presto”.

Con della musica in sottofondo, sulla mia poltrona, guardo anch’io in un punto della mia stanza imprecisato la mia bici rossa e sorrido. Vedo mia nonna che mi saluta e lascia il libro delle poesie aperto sul letto, e mi riscopro adulto con una strada da percorrere.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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