Seconda parte

Rifletto quindi sui cosiddetti stereotipi di genere, cioè quei codici e quelle categorizzazioni di cui si servono gli individui per interpretare e decifrare la rappresentazione del maschile e del femminile, “distinguendo due categorie (maschile/femminile, uomo/donna) e determinando la strutturazione di precise immagini mentali configurate come rappresentazioni socialmente condivise della differenza sessuale”. Tale processo di codificazione dei modelli del maschile e del femminile è particolarmente importante, ma è anche altrettanto delicato e pericoloso poiché determina la concezione che si ha di sé, i comportamenti, il modo di rapportarsi con gli altri ed anche l’apprendimento delle aspettative che derivano dall’appartenenza al proprio genere.

Gli stereotipi di genere perciò non solo condizionano le idee, ma hanno anche conseguenze sul piano etico, nella misura in cui assumere comportamenti diversi da quelli che la società si aspetta, significa, nel caso della donna, essere etichettata come “diversa” e quindi oggetto di atteggiamenti punitivi e tutto ciò inficia la libertà di scegliere la propria vita sociale e professionale.

Gli stereotipi non permettono i cambiamenti e, in quanto continuamente alimentati dalla cultura sociale, non vengono messi in discussione, ma perdurano anche quando sono cambiate le condizioni e lo stesso humus culturale che li ha generati. Gli stereotipi di mascolinità e di femminilità, infatti, essendo semplificazioni con cui la società condivide e stabilisce comportamenti appropriati per l’uomo e la donna e poiché sono categorizzazioni, sono radicati nella cultura sociale (e quindi difficilmente mutabili) e sono trasmessi dalle “agenzie di socializzazione”.

E allora ho pensato, visto che ho il piacere di presiedere un’associazione che intende prevenire la violenza e promuovere pari diritti e pari opportunità e quindi scalfire la cultura pregna di stereotipi sessisti, cosa posso fare io per fare in modo che più donne vengano allo stadio, in curva? O meglio cosa posso fare io per fare in modo che le donne possano scegliere LIBERAMENTE di andare a guardare in curva una partita di calcio?

Inizialmente ho pensato di formare un gruppo di ultras donne. Magari questo avrebbe aiutato più donne a provare a vivere tale esperienza. Poi ci ho ripensato.

Formare un gruppo di ultras donne significherebbe ancora una volta contrapporre l’uomo alla donna, ancora una volta allontanarli. Anche in questo caso diventerebbe il solito antagonismo “donne contro uomini o uomini contro donne” e non ha senso. Assolutamente.

Poi osservo che basta che ognuno faccia la propria parte, sparga un po’ la voce, anche utilizzando il miracolo facebook e le cose cambiano. Alle ultime partite hanno partecipato tantissime donne, anche all’ultima (sotto la pioggia) ed è stato emozionante per me vedere come uomini e donne possano stare insieme ed emozionarsi per una cosa comune quale può essere la squadra di calcio della propria città.

Molte situazioni che si creano in curva potrebbero non crearsi se ci fosse una maggiore presenza di donne e/o bambini. Sicuramente anche il modo di fare il tifo cambierebbe.

Il rispetto per le persone, l’integrazione delle differenze tra uomini e donne e le pari opportunità, passano soprattutto dalle piccole cose, quelle invisibili, quelle della vita quotidiana.

Come dire: “Siate il cambiamento che volete nel mondo” M. Gandhi.

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Patrizia Lomuscio
Sono Patrizia Lomuscio, laureata in Psicologia Clinica dello Sviluppo e delle Relazioni e Consulente in Criminologia, Psicologia Investigativa e Psicopedagogia Forense.  Socia fondatrice e Presidentessa del Centro Antiviolenza "RiscoprirSi...", associazione nata nel 2009 ad Andria (BT) per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti, che dal dicembre 2013 è componente dell'ATI Associazione Temporanea d'Impresa che gestisce il Centro Antiviolenza della Provincia Barletta-Andria-Trani "Futura". Esperta in Progettazione Sociale e Politiche Sociali, in particolare Politiche di Genere, mi occupo di amministrazione, pubbliche relazioni e formazione, prevenzione e sensibilizzazione. Da Gennaio 2013 socia fondatrice di S.A. PSI Studio Associato Psicologico Educativo, studio professionale di promozione del benessere psicologico della persona, della coppia, della famiglia e della collettività, attraverso attività di ricerca, informazione, formazione, prevenzione e intervento psicologico - psicoterapeutico - educativo pensato sulla centralità del cliente come autore principale dell'intervento. 

2 COMMENTI

  1. Ciao Patrizia il tuo articolo è interessante e anche io mi impegno a seguire la Fidelis anche se le partite combaciano con gli orari di lavoro.
    Ha scritto: “”Molte situazioni che si creano in curva potrebbero non crearsi se ci fosse una maggiore presenza di donne e/o bambini. Sicuramente anche il modo di fare il tifo cambierebbe.”

    Sono un pò critico su questa frase che hai scritto perchè gli stadi una volta erano pieni di donne e bambini, ma piano piano sono queste situazioni che fanno allontanare le famiglie basti vedere quello chè è successo nella partita di Coppa Italia tra Napoli-Fiorentina.

    Il CAMBIAMENTO CHE TU DICI DEVE VENIRE IN PRIMIS DAGLI ULTRA e poi vedrai che tutto cambierà (FA ANCHE RIMA) 😉 😉

    Forza Fidelissssssssssss e buon Campionato 😀

  2. La parola “ultras” è già di per sé una parola che andrebbe abolita. Non c’è alcun connotato positivo in questa parola. Una donna “ultras” è una operazione di omologazione produttiva di niente. Mi dispiace, ma il mio parere è questo

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