Intervista a Don Vincenzo Giannelli (seconda parte)

“Come saranno le galere dell’India libera? Tutti i criminali dovranno essere trattati come pazienti e le prigioni diventare degli ospedali riservati al trattamento e alla cura di questo particolare tipo di ammalati. Nessuno commette crimini per divertimento. È un segno di disturbo mentale. Le cause di una particolare malattia vanno indagate e rimosse.“
Mahatma Gandhi

Don Vincenzo, ci ha già raccontato un mondo di sbarre disperate, ma ci dica: se toglie del tempo alla parrocchia per mantenere il suo impegno in carcere è perché crede di poter indurre chi ha sbagliato a prendere coscienza dei suoi errori e ad intraprendere la strada impervia del riscatto?
Sì, senz’altro, perché in molte persone, letteralmente emarginate dalla nostra società, c’è l’autentica volontà di riparare al male fatto e questo impulso genera in loro una piena contezza degli errori commessi. Un uomo in grado di ammettere le proprie colpe, e quindi pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ha sicuramente scelto senza tentennamenti di cambiare. Il cambiamento implica coraggio: il coraggio di rinnegare determinati stili di vita e di ritornare a guardare negli occhi i propri cari e anche un semplice sacerdote come me. Purtroppo, però, la volontà di redenzione dei nostri fratelli detenuti, molte volte non è sufficiente, in quanto molti dei loro problemi nascono quando abbandonano gli istituti penitenziari. In quel momento, infatti, molti ex-detenuti conoscono la forza distruttiva dell’isolamento, visto che pochissimi imprenditori sono pronti ad accordare loro fiducia assumendoli all’interno delle loro realtà aziendali.

Don Vincenzo, scorge più facilmente sincerità e genuinità nei detenuti disposti a cambiare vita o negli intellettuali, in alcuni casi perbenisti, che popolano i diversi contesti dei quali è composta la nostra società ?
Senza dubbio nei primi, in quanto detengono un vantaggio rispetto ai secondi: hanno conosciuto il dolore autentico toccando, in alcuni casi, il fondo e perciò sono bramosi di riscatto. Insomma non hanno nessun “salvagente” derivante da un cognome, possono contare, solo ed esclusivamente, sulla propria forza di volontà. In tanti detenuti scorgo una profonda e rara umanità.

Volendo concentrare la nostra attenzione sul ruolo, non facile, svolto dagli agenti di polizia penitenziaria all’interno dei diversi istituti penitenziari italiani, cosa prova ogniqualvolta apprende notizie di suicidi di questi agenti?
Il loro lavoro, caratterizzato da orari estenuanti, a lungo andare stanca. Certo, questi agenti hanno scelto autonomamente questo lavoro, ma ogni giorno devono entrare in un sistema fondato su stringenti regole; contrassegnato da strutture costruite con freddi blocchi di cemento dove non entra, quasi mai, luce naturale. Un ambiente freddo e governato dal dolore, dove questi fratelli–agenti devono assicurare il rispetto delle regole; mantenere l’attenzione sempre alta per non cedere da un lato alle provocazioni provenienti da molti detenuti e dall’altro per non farsi corrompere, dietro promesse di facili vantaggi economici, dagli stessi. Riflettiamo sull’entità dello stipendio di un agente penitenziario. Mantenere un equilibrio in questo contesto risulta davvero difficile, infatti molti di loro entrano nel tetro tunnel della depressione che purtroppo, in tanti casi, non ha alcuna via d’uscita. Ricordo che una volta un agente mi confessò di sentirsi un “carcerato in divisa”.

Qual è il rapporto tra i detenuti?
Tra i detenuti c’è molta solidarietà. Ad esempio quando una persona viene tratta in arresto in flagranza di reato e quindi immediatamente tradotta in carcere, senza aver la possibilità di prendere un cambio di abiti, riceve l’aiuto solidale degli altri detenuti, i quali procurano abbigliamento e tutto ciò che serve in quella situazione emergenziale. È opportuno ricordare però che questa solidarietà viene meno nei confronti di detenuti sospettati o condannati per atroci e infami delitti perpetrati ed attuati nei confronti di donne e bambini. Questa particolare categoria di detenuti viene trasferita, al fine di tutelarne l’incolumità, in settori del carcere realizzati ad hoc.

Quante delle persone a cui ha “curato l’anima” hanno scelto di cambiare radicalmente una volta fuori dal carcere?
Purtroppo non tante, in quanto, con la complicità della crisi economica in atto, una volta fuori dal carcere è davvero difficile ricostruire la propria vita seguendo la strada dell’onestà. Tante persone che ho accompagnato durante il loro periodo di detenzione, una volta fuori dal carcere sono tornate a delinquere. Davvero pochi, quelli muniti di una personalità davvero forte, hanno scelto la strada della libertà compiendo sacrifici immensi soprattutto per consentire ai propri figli di non provare vergogna. La strada della rinascita per un detenuto è davvero in salita, ma ogni uomo può rinascere, anche grazie alla fede in Dio, non è un ‘impresa’ impossibile.
La Chiesa, quella composta dagli uomini che hanno deciso di schierarsi con Dio e con i deboli, quanto, oggi, crede nelle parole contenute nelle parole del Vangelo di Matteo, al cap. 25: “ero in carcere e non mi avete visitato…”
Credo che la mia “missione” nel carcere di Trani rappresenti la più concreta applicazione delle importanti parole contenute nel Vangelo che hai citato. Ritengo che la presenza della Chiesa di Andria, in quel luogo, rappresenti un‘ancora per questi fratelli detenuti, i quali non sentono abbandono bensì affetto sincero e disinteressato.

Cosa prova ogniqualvolta che ascolta relazioni di esperti illustri sul problema carcere?
Noto una notevole discrasia tra teoria e pratica. Mi chiedo quanti di questi signori, molto preparati e competenti, abbiano mai messo piede in un istituto penitenziario e soprattutto quanti di loro abbiano parlato con detenuti comuni ascoltando le loro paure, le loro ansie, raccolto le loro lacrime o regalato loro un abbraccio. Le statistiche mal si conciliano con il problema carcere: non dimentichiamo che quei detenuti sono persone e dietro i numeri illustrati, in grandi assise, ci sono VOLTI.

Qual è la Sua speranza?
C’è un’idea a cui sto lavorando, con il prezioso aiuto di altre persone, volto a realizzare in questa città un progetto chiamato Senza Sbarre. Il progetto in parola prevede la realizzazione di una comunità, nella città di Andria, dove saranno forniti ai detenuti (condannati dalla magistratura a scontare una pena alternativa alla detenzione) tutti gli strumenti necessari per ritornare a far parte, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, del contesto sociale di origine. Per scaramanzia meglio non aggiungere altro.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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