“Fammi conoscere, Signore la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono”. L’uomo vittima della sofferenza descritta dal Salmo 39, da cui abbiamo tratto questo citazione, è chadél, in ebraico “fragile”, ma anche, e soprattutto nel nostro caso, “transitorio, passeggero”. Agostino, che al concetto di tempo ha dedicato pagine altissime non solo nella sua opera autobiografica più conosciuta, le Confessiones, ma anche nelle Esposizioni sui Salmi, commentando il versetto sopra citato scrive con saggezza e realismo: «Quando dici Èest in latino – si tratta sicuramente di una sola sillaba, di un solo istante, e la sillaba ha tre lettere; nel pronunciarla non giugni alla seconda lettera di questa parola, se non avrai finito di dire la prima; e la terza non si farà udire se non quando avrai finito di proferire la seconda. E tu possiedi i giorni, quando non possiedi neppure una sillaba? Tutte le cose sono rapite in istanti fuggenti – momentis transvolantibus – e scorre il torrente delle cose». L’uomo, dunque, non può dirsi padrone della sua vita se non riesce neanche a fermare una sillaba o una lettera. Egli deve imparare a vivere il proprio tempo come dono e impegno, rinunciano a imprigionarsi nella nostalgia del passato o nella preoccupazione del futuro.

La sapienza israelitica ha sempre riservato attenzione al tempo della vita dell’uomo in rapporto all’eternità di Dio. Dice il Salmo 90: «Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. Li annienti, li sommergi nel sonno; sono come l’erba che germoglia al mattino: al mattino fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca» (vv. 4-6). E ancora: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo» (vv. 9-10). Sconvolge, poi, leggere l’estrema e fredda analisi della durata della vita umana che troviamo nel libro di Giobbe: «I miei giorni passano più veloci di un corriere, fuggono senza godere alcun bene, volano come barche di giunchi, come aquila che vola sulla preda».

Come commento iconografico a questo testo vengono in mente due figure di donne anziane: la prima è quella dipinta da Giorgione nel 1506 e intitolata proprio la Vecchia. L’artista rappresenta quel che rimane di una donna, forse un tempo bellissima e attraente ma ora diventata rugosa, senza denti e dallo sguardo frastornato. L’anziana donna, rappresentata col dito rivolto verso se stessa, sembra voler dire a chi la osserva: «Guardate come si diventa col passare del tempo!» Infatti, nelle sue mani stringe un cartiglio con scritto “Col tempo”.

La seconda figura femminile è quella rappresentata nella terza storia intitolata “La vecchia scorticata” del film di Garrone Il racconto dei racconti. Questa donna prima si finge giovane e bella per lasciarsi corteggiare da un lussurioso principe; poi, volendo a tutti i costi ritornare giovane come sua sorella – quest’ultima però ritornata tale per effetto di un incantesimo – si lascia scorticare la pelle da un uomo senza scrupoli, nella speranza di eliminare dal suo corpo i segni della vecchiaia. La morale del racconto è fin troppo chiara: ogni tentativo di fermare l’orologio, perché incapaci di accettarsi, potrebbe essere vano, oltre che rischioso.

All’opposto di questa donna vi è l’autore dal Salmo 90 che prega: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore». Contare i giorni significa riconoscere la fragilità e brevità della vita al cospetto dell’onnipotenza di Dio e della sua eternità. A questo proposito, commentando lo stesso salmo 90 Agostino descrive l’essenza dell’eternità: «Quel giorno – il giorno del raggiungimento della patria beata – è il giorno senza fine, sono un tutt’uno quei giorni; per questo saziano. Non cedono infatti il posto a quelli che vengono dopo, la dove non c’è nulla che ancora non esista per non essere ancora venuto, e niente c’è che non esista più per esserne andato. Esistono tutti insieme perché tutti sono un giorno solo che sta fermo e non passa. Questa è l’eternità». Per il filosofo cristiano, l’eternità sazia perché non passa; essa esiste solamente in Dio nel quale, come direbbe Dante, “s’appunta ogne ubi e ogni quando” (Par. XXIX,12).

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Michele Carretta
Mi chiamo Michele Carretta, sono nato il dieci Aprile del 1986 e vivo ad Andria. Figlio unico, credo nei valori alti della famiglia, dell’amicizia, l’amore e in tutto ciò che umanizza la vita e la rende più bella. Mi piace leggere, andare al cinema, suonare e ascoltare musica. Attualmente sono laureando in Letterature comparate, con una tesi sulla Divina Commedia e il Canzoniere di Petrarca, e direttore dell’ufficio Musica Sacra della Diocesi di Andria.

1 COMMENTO

  1. E ci risiamo! Ogni volta che c’è un problema si mette in mezzo questa parola: “Dio”! Va beh, se serve a farci stare meglio…. Comunque, io preferisco tentare di scoprire ciò che -man mano che passa il tempo- riesco a fare di bello per me…. E la nostalgia per altri periodi passati della vita la coltivo con amore, perché anche i dolori e i dispiaceri fanno parte di me. L’eternità è tutto il tempo ridotto a un’unico giorno, che sta fermo e non passa!?: detta così, mi sembra un’ottima descrizione dell’Inferno

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