31 anni fa, l’11 giugno del 1984, moriva Enrico Berlinguer, stroncato da un ictus. Fu il leader comunista della svolta democratica, espressa con grande coraggio il 3 novembre del 1977, a Mosca, nell’occasione più solenne, la commemorazione del sessantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre.

I sette minuti di quel discorso sono in parte fortemente legati al contesto storico e all’occasione in cui si collocano; si proiettavano verso il futuro invece le riflessioni – davvero di rottura – per l’epoca sulle origini e sul futuro del «Partito comunista italiano … sorto anche esso sotto l’impulso della rivoluzione dei Soviet … poi cresciuto soprattutto perché è riuscito a fare della classe operaia, prima e durante la Resistenza, la protagonista della lotta per la riconquista delle libertà contro la tirannide fascista e, nel corso degli ultimi 30 anni, per la salvaguardia e lo sviluppo più ampio della democrazia. L’esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione, così come è avvenuto per altri partiti comunisti dell’Europa capitalistica, che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista.

Ecco perché la nostra lotta unitaria – che cerca costantemente l’intesa con altre forze di ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale – è rivolta a realizzare una società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale»

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