L’esperienza insegna che non di rado la terapia, se non è ben mirata, aggrava le condizioni del malato

Nella seconda metà degli anni cinquanta la situazione sociale ed economica del territorio di Taranto è esplosiva. Dilagante la disoccupazione per i licenziamenti del cantiere navale, dell’arsenale e delle piccole imprese metalmeccaniche. Per giunta, una grande quantità di manodopera si riversa nel capoluogo a causa dell’impoverimento dei territori circostanti. Perciò, nel 1960 parte la costruzione del IV centro siderurgico italiano, un intervento di politica economica che mira a stemperare le tensioni sociali ed a favorire lo sviluppo industriale.

Ma quanti si sono chiesti in quell’occasione, per la fame diffusa di lavoro, qual era la vocazione del territorio. Si sono domandati, forse, se si introduceva, in un tessuto ambientale e sociale ben caratterizzato, un manufatto sostenibile. Realizzata l’opera, è, poi, tutelata la qualità della vita e la salute della gente che deve lavorare nella fabbrica o vive nelle immediate vicinanze? Inoltre, si sono chiesti in molti quali danni possono subire l’agricoltura e l’allevamento, tradizionali settori economici.

L’esperienza insegna che non di rado la terapia, se non è ben mirata, aggrava le condizioni del malato. Per giunta, con l’arrivo del complesso siderurgico, si provvede, solo a garantire, senza ignominia alcuna, lauti profitti ai capitalisti, pubblici, prima, poi privati, a discapito della gente e del suo territorio.

Un bel giorno, non un intellettuale, ma una casalinga del popolare quartiere Tamburi, esasperata per il consistente deposito di polvere sul balcone, temendo per eventuali danni alla salute dei cari, si rivolge alla magistratura. Partono gli accertamenti.

Si sa quali sono i tempi della giustizia in Italia. Ne passano di anni e finalmente viene verificato per la prima volta in modo inconfutabile che esiste una connessione tra emissioni degli impianti industriali, depositatesi dappertutto e le diffuse patologie e le morti. A dichiararlo sono tre epidemiologi di fama, i professori Annibale Buggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, sentiti come periti dal Tribunale.

Dal 1998 al 2010, infatti, muoiono a Taranto 386 persone per colpa delle emissioni industriali. E’ tutta la città ad essere colpita, ma soprattutto lavoratori dell’ILVA ed i residenti nelle immediate vicinanze del complesso industriale. Tumori maligni dello stomaco, della prostata, della vescica, della pleura e dell’encefalo, malattie cardiache e malattie dell’apparato respiratorio sono statisticamente rilevanti.

I bambini si ammalano e muoiono più facilmente degli adulti. La dottoressa Maria Grazia Parisi, che svolge l’attività sanitaria nel quartiere Tamburi a ridosso dello stabilimento, racconta in un’intervista: “Fare la pediatra qui significa essere impotenti. Impressionanti sono i dati legati a malattie tumorali e morti per tumore nei bambini” per l’assunzione di sostanze tossiche respirate a scuola, nel giardino di casa, nella propria stanzetta.

Un calvario tra un ospedale ed un altro dal Sud al Nord, senza nessuna speranza.  La giustizia non arriva, e sale alle stelle la rabbia degli ammalati e dei parenti delle vittime. Non battono ciglio molti lavoratori abbarbicati per necessità esistenziali al reddito del lavoro, sperando in cuor loro che le malattie o la morte non bussino alle proprie abitazioni.

Personalmente, come docente di geografia hai visitato, un paio di decenni fa, lo stabilimento siderurgico, ed i tuoi recettori sensoriali hanno appurato direttamente le condizioni in cui lavoravano gli operai. Frastuono assordante, fiamme che guizzavano in ogni dove scagliando schizzi di materiale incandescente, calore insopportabile. Un inferno, mentre il fumo aleggiava nell’aria. Dante vi avrebbe confinato peccatori responsabili di atrocità, invece vi vagolavano, mettendo quotidianamente e repentaglio la propria vita, comuni padri di famiglia… per un tozzo di pane.

Come si è ridotta, Taranto! In così breve tempo.  Irriconoscibile. Mostruosa. Un incubo, per uomini, animali, vegetali e cose per la presenza dell’industria siderurgica sul suo territorio. Taranto, la mitica città che ti fa fremere di emozione al solo pensiero che nel remoto passato, governata da Archita, era la metropoli più ricca ed importante della Magna Grecia. Taranto, dalle splendide acque del fiume Tara decantate dal viaggiatore naturalista Carlo Ulisse De Salis. Taranto, realtà dagli stupefacenti fondali marini i cui mitili facevano fibrillare le papille gustative!

Quali prospettive sono augurabili per l’Ilva di Taranto? Renderla un’azienda a dimensione umana ed ecologica. Subito. La salute della gente è una finalità prioritaria da perseguire ad ogni costo. E’ la Costituzione a sostenerlo. Gerarchicamente non può essere subordinata ad istanze di altra natura, anche se importanti.

Oppure…chiudere quando prima, in fretta, il complesso industriale.  Far recuperare al territorio la propria vocazione agricola, coltivando anche carciofi che fanno assai bene al fegato quando vengono allevati senza ormoni, pesticidi e glifosate. Far ripartire le vecchie ma sane economie, come quella dei mitili, che l’avevano resa famosa in tutt’Italia. Provvedere alla trasformazione dell’Ilva in un grande parco di archeologia industriale.

Fantasticherie? In Germania, una fabbrica analoga è stata riconvertita in una struttura archeologica, ed ogni anno milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo, varcando i cancelli, prendono conoscenza con una struttura industriale del passato ricca di luci ma anche di tante ombre sociali ed ambientali.

Occorrono ingenti risorse finanziarie, ma soprattutto creatività, fantasia e pervicace volontà politica, lungimirante, per soddisfare le esigenze vere di un territorio e della sua gente. Purtroppo, miopi politici, imprenditori ostili alle esigenze sociali e criminalità seguono percorsi che vanno controsenso. A dare, poi, man forte a simili personaggi ed a convincere l’opinione pubblica della ineluttabilità delle disastrose scelte liberistiche operate, provvedono giornalisti di testate vergognosamente subalterne al potere economico e politico.

Nessuno degli operai dell’azienda siderurgica tedesca è stato licenziato, tutti sono stati riqualificati per la nuova funzione lavorativa. Neanche uno di loro, da anni, ormai, rimpiange la vita (?) di una volta. L’agricoltura nei dintorni è ritornata a fiorire e non ci si ammala più per colpa di un’industria altamente inquinante. Sono altre le forme di inquinamento che sconquassano esseri umani, animali e vegetali.

La smettano, quindi, tanti opinionisti di terrorizzare la gente, inducendo furbescamente i più a pensare che in modo ineluttabile bisogna optare per un capitalismo selvaggio, foriero di danni e morti. Non si rendono neppure conto che marciano anche contro se stessi. Oltre che contro l’umanità intera ed i beni comuni, disponibili per tutti.

Un profilo a volo di rondine dell’Italia. Da un po’ di anni, le fabbriche chiudono o delocalizzano, la precarizzazione impera, l’agricoltura si piega massicciamente alle logiche della chimica e della grande distribuzione, il consumismo dilaga, smartphone e calcio furoreggiano, libri e giornali piangono, la gente, ingozzandosi, si ammala di gravi patologie, come il diffusissimo diabete, patologia un tempo rarissima, i ponti crollano, le autostrade fanno più morti dell’Isis, i Benetton incassano al casello e festeggiano a Cortina, Salvini a Messina.

Non una qualunque cura politica occorre a quest’Italia, dissestata. Si pianifichi e legiferi, con la mano sul cuore e fervida intelligenza, rispettando le esigenze della gente e del territorio, si combatta la corruzione, ampiamente diffusa, si contrasti il lavoro nero e la criminalità, si promuova la cultura in tutte le sue espressioni in modo capillare e, soprattutto, si tenga presente che le risorse del pianeta azzurro sono limitate. Quest’anno agli inizi di agosto si è già consumato quello che il pianeta può produrre e dovrebbe servire per l’intero anno.

Nel contempo, mentre l’onestà impari a convivere con ciascuno di noi, tutti dovremmo chiedere scusa alle creature innocenti, piccoli e grandi, sacrificate a Taranto ed in tutto lo Stivale per il mito farlocco dello sviluppo. Il nostro benessere non deve essere pagato con le sofferenze e le copiose lacrime degli altri. Dovremmo chiedere perdono, perciò, per aver consentito, irresponsabilmente, ad un ceto politico ed economico incapace e rapace di gestire in modo raffazzonato il Bel paese. Dovremmo fare mea culpa per la nostra indifferenza, dimenticando che ogni nostro gesto possiede una valenza politica.

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

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