Le persone davvero importanti lasciano dei vuoti…

Una normale serata invernale, trascorsa tra le accoglienti mura di una casa, in compagnia di amici. Squilla il telefono, ore 23.00. Un vento forte e gelido cambia tutto per sempre.

“Giuseppe, ascoltami Riccardo ha fatto un incidente e purtroppo non c’è più”.

Il cuore batte forte e la mente si ferma: ripenso a quelle parole, non c’è tempo, devo correre in ospedale e guardare in faccia la realtà senza fuggire. In ospedale c’è un amico, ci guardiamo increduli e, senza troppi giri di parole, decidiamo di recarci sul luogo dell’incidente.

Il buio di una strada provinciale, spazzato via dalla luce intermittente dei lampeggianti delle ambulanze. Uno scenario terribile. La morte ha vinto sulla vita: tanti sogni e valori nobili finiti spiattellati sul muro di un ponte.

Riccardo era un infermiere professionale che prestava il proprio servizio-lavoro (cioè un servizio generato da passione autentica per i bisognosi) in una struttura di assistenza agli anziani. Mi parlava del suo lavoro con entusiasmo, ma coltivava un sogno: lavorare in ente ospedaliero pubblico, sicuro di poter contribuire, con il suo entusiasmo giovanile, ai problemi con i quali si scontrano i cittadini, ogniqualvolta sono costretti a dover fruire dei servizi sanitari pubblici.

Quello che ci univa era una forte volontà di rimanere onesti in un mondo che tende a invischiarti nella disonestà; rimanere puliti nell’animo nonostante il fango che spesso devi attraversare per vivere.

Riccardo ha fatto tanti lavori, conosceva il sacrificio; io, al contrario, nemmeno uno: sono stato sempre studente mantenuto dai genitori. Ecco dunque una possibile spiegazione: due mondi opposti che si attraggono e si incontrano. L’incontro spesso è la forza della diversità e l’assenza di pregiudizi.

Quest’estate il nostro rapporto ha conosciuto un livello più alto: la condivisione del dolore. Due vite accomunate da un amore disinteressato per due donne, così diverse ma così simili. Storie lunghe di anni caratterizzate da momenti indimenticabili, ma cancellate dallo scorrere inesorabile del tempo, e forse dall’incapacità reciproca, peculiare del nostro tempo, di sapersi sacrificare per l’altra parte.

Ricordo, in particolare, una serata trascorsa sulle panchine di Largo Grotte: occhi tristi, freddi, espressione di disillusione. Quella serata si concluse con un caloroso abbraccio e un “ti voglio bene” che Riccardo mi rivolse.

Io, che non ero abituato a simili “smancerie”, rimasi letteralmente stupito da quel modo così semplice e genuino di manifestare affetto. Io, abituato da sempre a non cadere in simili “debolezze” affettive, mi sentivo così piccolo dinanzi a quel piccolo uomo, la cui folta chioma ricordava il celebre cantante Caparezza, che il dolore non aveva reso freddo e insensibile, ma ancora in grado di dare affetto e calore.

Nei mesi successivi, Riccardo riprese la sua vita normale, perché era solito ripetere: “La vita è una e una sola non si può perdere tempo; il tempo è breve perché non credo in una vita ultraterrena”. Poi, nuove conoscenze; una nuova persona che aveva riportato serenità nella sua vita; il sogno di una casa, tutta sua, arredata con gusto: il suo gusto semplice e diverso.

Lunedì della scorsa settimana, l’ultima telefonata: “Sii felice, Giuseppe, e per esserlo devi avere il coraggio di cambiare”. Il giorno dopo, l’ultimo video condiviso sulla mia bacheca Facebook, dal titolo: “Fai qualcosa”. La notte di quello stesso martedì, correva in auto di ritorno dal lavoro. Correva, per incontrare la felicità ritrovata e incarnata in Rossella. Una felicità spezzata da un cane che attraversava la strada. Un cane: animale che amava tantissimo.

Ciao Riccardo, non voglio celebrarti, ma solo e sempre raccontarti. Sei partito così, senza preavviso. Progetti, idee, momenti congelati per sempre a causa di una forza irrazionale… Quali strade percorrerai? Quanti sorrisi farai e quante lacrime verserai? Quella tua rara semplicità quanto stupore creerà? Le persone davvero importanti lasciano dei vuoti o, meglio, delle voragini. Ad un comune mortale, diventato ancora più povero, non resta che scrivere per essere avvolto, e protetto, da un vento leggero…

Il vento del silenzio.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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