Come un serpente il sentiero si adagia sul dorso della montagna. La sua testa si inabissa nelle placide acque del Lago Maggiore, attraversando una piccola spiaggetta raramente frequentata da anima viva. Le spiagge VIP non sono queste. Sono collegate con strade attrezzate ben più facilmente percorribili.

Il lago rigetta sulla sabbia grossi pezzi di legno, tronchi spezzati che hanno navigato senza senso, senza chiedersi il perché.

È novembre. Il cielo è plumbeo e il freddo tipico delle regioni di montagna comincia a farsi sentire.

Il silenzio, qui, è qualcosa di allucinante. Fa male, anzi, malissimo. Ti costringe a ritornare in te stesso, a staccarti dal mondo esterno nel quale, volutamente, ogni giorni ci immergiamo. Ma questo weekend voglio immergermi altrove, anche con il rischio di annegare.

Sulle sponde del grande e meraviglioso lago, tanti paesini, come piccoli presepi, si allineano sullo stupendo panorama. Sono quasi vuoti, non c’è nessuno. Al massimo in alta stagione, qualche svizzero, tedesco o italiano facoltoso, affitterà queste graziose villette per rilassarsi. Per immergersi in qualcosa di diverso.

Ma in cosa? Perché venire qui? Per staccare da cosa?

Sono le quasi le 18.00. Forse è meglio che torni indietro. Non vorrei perdermi per davvero – fisicamente, intendo.

Ripercorro a ritroso il sentiero, con calma, assaporando il silenzio che è sceso – ancora di più – sul piccolo paesino (quasi 300 anime, forse di meno), ove sto alloggiando in questo weekend. Il bar-tabacchi-edicola-supermercato-ufficio postale ha chiuso i battenti già alle 16.00.

Bene. Niente cena, stasera.

Attraverso la piazzetta (se così la si può chiamare) del borgo. Niente e nessuno.

La chiesa è aperta. Entro dentro. È illuminata solo con qualche candela. Ovviamente non c’è anima viva.

Mi siedo su di una seggiola di legno e vimini. È scomoda. Provo a pregare. Vero è che il silenzio quasi sovrannaturale che c’è qui ti aiuta.

Troppo silenzio. Inizio a sentirmi strano. Ad inquietarmi. Voglio tornare a casa. Di scatto mi alzo ed esco dalla piccola chiesetta. Uscendo lo sguardo mi cade sul crocefisso appeso sull’altare. Un semplice pezzo di legno con una scultura di Gesù Cristo con le braccia aperte e il capo chino. Senza aureola. Anzi, no. L’aureola c’è. È disegnata dalle venature del legno, proprio nel punto dietro il capo coronato di spine del Figlio. Quante cose essenziali non si notano a causa dei nostri sguardi superficiali e assuefatti dalla routine.

Un piccolo sorriso nasce e muore sulle mie labbra quando esco fuori dal piccolo edificio sacro. Fuori è già buio. Il mio rifugio non è distante da qui.

Come un violento pugno nello stomaco il suono delle campane mi raggiunge. Mi fa sobbalzare. A passo svelto mi dirigo verso casa. In lontananza la risacca del lago scandisce i miei passi. Comincio ad avere davvero paura. Che ci faccio qui?

Scendo per il viottolo tortuoso che divide in due la città, partendo dalla chiesa. Le campane continuano ad urlare. Sarà l’ora della messa? Ma chi ci andrà a messa qui? Non c’è nessuno. La chiesa era vuota sebbene aperta. Mai nessuno entrerebbe a rubare li dentro, perché …. non c’è niente.

Sono quasi a casa. Sono sfuggito al buio di fuori. La luce elettrica della mia magione mi proteggerà.

Infilo la chiave nella serratura del cancelletto e, mentre mi appresto ad aprire il cancello, noto una lucina livida, quasi un neon, balzellare nell’oscurità. Imbambolato, col pomello del cancello ancora tra le mani, rimango fisso a guardarla. Si sta avvicinando verso di me. L’istinto mi ordina di correre dentro casa e serrarmici dentro. Ma Qualcosa mi dice di restare lì.

  • Ciao, ciao! Buona sera!
  • Buona sera – rispondo con voce tremante.
  • Sono il parroco di questo stupendo paesino. Chiedo scusa se non posso fermarmi a salutarla, ma devo correre a dire messa. Buona serata!
  • Buona serata a lei.

Non posso non notare il suo passo claudicante. Cammina a zig zag per la tortuosissima strada. Nonostante la difficoltà del passo, è molto veloce. La balzante lucetta nell’oscurità non si vede più.

Rimango fuori vicino al cancelletto. Mi siedo sul piccolo muretto di cinta. Voglio aspettarlo. Sono sicuro che ripasserà.

Esattamente quarantacinque minuti dopo, ecco balenare nuovamente la lucina nell’oscurità. È lui che sta tornando indietro (per andare verso dove?)

Da lontano comincia a muovere la mano verso di me. Mi sta salutando. Come fa a vedermi nell’oscurità? Si sarà abituato… Eccolo qui davanti a me. È più vecchio di quanto pensassi.

  • Buonasera, buonasera. Ha visto che bella serata? Scusi tanto se non la riconosco, ma purtroppo dopo che mi hanno operato alla testa due volte – ho avuto un ictus, sa? – non riesco a riconoscere più molto bene i miei amici. Lei è di qui? Non mi pare. Comunque, che differenza fa? Ho appena finito di celebrare la santa messa. Lo faccio ogni giorno, sa? Ci tengo davvero molto. E ci tengono anche i miei parrocchiani. La pace del luogo consente un maggior raccoglimento. Sono sessant’anni che dico messa qui, circondato da questo paesaggio incantevole. La matita di Dio, qui, è stata più formidabile del solito. Ha creato un’oasi di pace appositamente per glorificarlo al meglio delle nostra possibilità. Non trova?

Parla velocemente. A raffica. Molte delle parole si capiscono a stento. Ha il fiatone, pover’uomo.

  • Padre, ha il fiatone. Perché non si siede un po’ qui sul muretto. Anzi, posso invitarla a bere qualcosa di caldo dentro casa.
  • Ho il fiatone, sì. Il fiatone. Questo mio cuore primo o poi mi lascerà. Ma finché regge… Ricorda, quando mi hanno operato al cuore? Voi tutti, i miei parrocchiani – ma non ricordo bene quando – mi siete stati così vicini. Grazie! Che uomo fortunato che sono.

Mi viene spontaneo di chiedergli come stia ora.

  • Sto benissimo grazie. Solo un po’ stanco. Vado sempre di corsa. Ogni giorno vengo a piedi da quel paesino lassù. Gestisco le chiese di un bel po’ di borghi. Ma lo faccio con piacere. La gente ha bisogno del sacro, sa? E qua sopra, ancora di più.
  • Ma c’era qualcuno a messa prima?
  • Io c’ero – E sorride.
  • Allora, entra a prendere qualcosa di caldo, padre? Qui si gela. Dopo, se vuole, l’accompagno nel suo paesino, magari in macchina.
  • No, no! Torno a piedi. Questo posto è stupendo anche al buio. Forse lo è ancora di più.
  • Ok, come vuole. Allora entra?
  • Certo, ma ad una condizione.
  • Dica pure.
  • Che diciamo una preghiera insieme, di ringraziamento.
  • Certo, padre.
  • Ora sono ancora più felice di prima, amico mio.
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Antonio Mario De Nigris
Antonio Mario De Nigris (Andria, 7 gennaio 1981), laureato in Filosofia e Scienze Religiose, è docente di Religione Cattolica nella diocesi di Milano. Musicista (bassista e contrabbassista) è l’autore del fortunato Tributo a Giorgio Gaber, portato in giro per tutta la puglia con la band I goganga. Collabora stabilmente con il mensile diocesano Insieme e con la Rivista Diocesana Andriese. Ha curato la pubblicazione dei seguenti volumi: Riscopriamo la vocazione dei laici nella Chiesa e nella Società, oggi. Atti del Convegno Ecclesiale Diocesano, Andria 21 -22 ottobre 2010 (Andria, 2011); Educare, Impegno di tutti. Educare nella Famiglia, nella Scuola e nella Società. Atti del Convegno Ecclesiale Diocesano, Andria 10 –11 novembre 2011 (Andria 2012); Disabilità e Sessualità. Prospettive di indagine. (EtEt edizioni, Andria 2012).

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