Lo sviluppo della medicina “moderna”, nel tentativo di garantire una maggiore efficienza nel processo di guarigione, ha posto il medico di fronte ad una nuova realtà: l’oggetto del proprio lavoro non è il paziente, ma la malattia.

Con il nascere della medicina scientifica, all’inizio del XVII secolo, il concetto di salute e malattia si è modificato con una conseguente rielaborazione dei doveri degli operatori sanitari. Questa medicina, definita anche occidentale, a differenza della controparte orientale, ha ben presto individuato le cause delle malattie nella natura e non nelle divinità o in colpe attribuibili al paziente.

L’approccio del medico, inizialmente, prevedeva un’attenta analisi della storia pregressa del paziente, definita anamnesi, considerata, nella medicina ippocratica (300 a.C.-1600 d.C.), il primo passo per intraprendere il processo di guarigione e, soprattutto, per la determinazione del rapporto di fiducia reciproca con il paziente. Il ruolo del medico era semplicemente quello di prevedere il decorso della patologia, effettuando una prognosi, e quindi accompagnare il paziente in questo periodo che terminava o con la guarigione o con la morte.

Veniva, di fatto, riconosciuta l’impossibilità del medico di poter trovare una cura alla malattia e l’unica sua missione era quella di assistere il paziente con cure e attenzioni per attenuarne la sofferenza. Questo ruolo è riconosciuto anche nel testo del giuramento degli allievi di Ippocrate e suoi seguaci: “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dei tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: […] Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa. […] Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. […] In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.”

I punti salienti che riguardano l’atteggiamento del curante nei confronti del curato sono stati conservati anche nel moderno giuramento: “Giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; […] di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana […]; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; […] di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.”

Dunque, anche nell’attuale giuramento è sottolineato più volte come il medico non sia semplicemente colui che somministra cure, ma che egli debba essere un vero e proprio portatore di sollievo e sostegno per il malato.

A dispetto di ciò, con il proseguire delle scoperte scientifiche in ambito medico, soprattutto con la nascita della biomedicina, l’essere umano è stato ridotto all’informazione codificata dal DNA. Ciò vuol dire che l’uomo è considerato come niente più di un insieme di organi, il cui funzionamento sembra essere del tutto separato dall’identità dell’individuo. La presenza di numerosi medici specialisti in ambiti sempre più ristretti è esempio di come il paziente sia ridotto alla patologia e all’organo affetto.

Il personaggio protagonista della serie televisiva “Dr. House- Medical Division” simboleggia l’esasperazione di questa, ormai attuale, concezione della medicina. Lo scopo del medico è solo quello di salvare il maggior numero di vite, senza avere necessariamente contatti con il singolo paziente, anzi, servendosi di intermediari. La sua pratica è ridotta alla diagnosi e alla terapia, non include più la formazione del legame di fiducia ritenuto indispensabile fin dai tempi più antichi, in cui la figura del medico coincideva spesso con quella dei sacerdoti.

A questo approccio distante e cinico, si contrappone quello di Hunter Doherty, alias “Patch” Adams (28 maggio 1945), medico statunitense, fondatore del “Gesundheit Institute” (1971) e universalmente riconosciuto come l’ideatore della clownterapia.

La sua celebre frase «per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione. La salute si basa sulla felicità – dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici – la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti» è perfettamente compatibile con il concetto di malattia data dalla WHO (World Healt Organization – Organizzazione Mondiale della Salute). La WHO, infatti, definisce la malattia come l’esatto opposto di salute, la quale è considerata “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non solo un’assenza di malattia o infermità”.

Il motto di questo medico, “Siamo qui per aiutare i pazienti a vivere la più alta qualità di vita e, quando non è più possibile, per facilitare la più grande qualità di morte”, dovrebbe esprimere lo scopo di tutti i medici che vivono la propria professione non come semplice fonte di guadagno, ma come missione.

Per raggiungere questo obiettivo, negli anni ’50, è nata la “psicologia clinica”, una disciplina che si pone come obiettivo il “recupero del paziente come persona nella sua totalità”. In Italia, nel 1988, ha fatto seguito la riforma dell’ordinamento degli studi di laurea in Medicina e Chirurgia che prevede una vera e propria formazione psicologica al fine di rendere i futuri medici capaci non solo di curare, ma anche di prendersi cura del paziente.

 

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