Un fatto sentimentale ed emotivo non è lontano dal significato economico e pratico della vita. Il lavoro, ad esempio, indipendentemente dalla nostra volontà, si innerva ai nostri sentimenti, alle nostre esigenze non puramente e semplicemente economiche. Passare molte ore ogni giorno in un certo luogo con determinate persone, o anche da soli, per esigenze lavorative influisce sul nostro modo di essere, in modo positivo o negativo, a seconda della ricchezza o povertà affettiva di quelle ore.

E così un sogno, un desiderio non immediatamente traducibile in progetto pratico, può perdurare nelle nostre intenzioni per anni, accompagnarci silenziosamente nelle fasi di sviluppo della nostra vita, non dichiararsi mai esplicitamente e tuttavia essere presente e condizionare le nostre parole, le nostre opinioni, le nostre fantasie, i nostri rapporti, le nostre scelte.

Per me, quasi senza che io stesso ne fossi consapevole, ha sonnecchiato per anni il bisogno di vivere in campagna, nella campagna di Andria, piena di ulivi e sospesa tra le calcaree rocce della Murgia e l’azzurro del mare. La campagna di cui mia nonna mi raccontava episodi legati a suo padre (mio bisnonno) mezzadro . Quella campagna non era una campagna amichevole, facile da vivere. Anzi, era una campagna fatta di fatiche sovrumane e di risultati appena sufficienti a non farti morire di fame, eppure quella campagna mi ha sempre affascinato.

Quando, da ragazzo, in bicicletta riuscii a conquistarmi l’autonomia per avventurarmi lungo le strade di campagna, col caldo e circondato dal frastuono delle cicale, sentivo che io appartenevo a quella terra, che il mio bisnonno non era vissuto invano, che quei colori, quei suoni, quelle forme e profumi erano i colori, le forme, i profumi e i suoni della mia pelle, della mia voce, dei miei capelli, dei miei occhi.

Insomma, ero una specie di albero di ulivo semovente, che poteva spostarsi da un punto all’altro di quei campi, ma che non poteva fare a meno di quei campi. È stato così quasi naturale per me, dopo aver vissuto una vita intera lontano fisicamente da Andria (ma conservando sempre forte il senso di appartenenza), tornare e acquistare un oliveto. Ora, quando vengo ad Andria, passo ore e ore in campagna e sono – posso dirlo – felice. L’olio che faccio lo consumo io ed è chiaramente l’olio più buono del mondo, perché l’ho curato io per me stesso.

E poi questa attività agricola mi sta facendo capire sempre meglio i problemi economici legati all’olivicoltura, che è come capire un aspetto fondamentale dei problemi di Andria. Di questo argomento – magari – parleremo in un altro articolo.

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Giuseppe Del Mastro
Sono un andriese vissuto più anni al nord che ad Andria. In pensione dal settembre 2011 (per trent'anni ho lavorato come direttore amministrativo dell'Istituto alberghiero "Angelo Motti" di Reggio Emilia), ho una formazione umanistica (liceo classico e lettere all'università) e mi interesso di politica (soprattutto guardando al sud) e cultura generale.

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