“Ti chiamo io” le disse, ma poi non lo fece.

Dopo tre giorni lei si stancò di aspettare e allora decise di lasciar perdere, ché tanto non ne valeva la pena.

Perché non chiamò? Era un tipo distratto, non possiamo farci niente. Non era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere e non sarebbe certo stata l’ultima.

Per settimane non si videro e non si incontrarono più, poi un giorno avvenne per puro caso o, forse, il caso non esiste.

Erano a un passaggio a livello, lui in bici e lei a piedi.

Non un passaggio a livello qualsiasi, ma il passaggio a livello per antonomasia. Quello che taglia in due pezzi la città, quello che blocca il traffico e congestiona l’intero paese, quello che sono vent’anni che lo devono interrare, quello di via Trani insomma, proprio quello lì. Lui lo sa e odia il traffico, è per questo che gira sempre in bicicletta.

Lei pure lo sa, ma va a piedi soprattutto perché non ha la patente (dettaglio non da poco).

Lui è lì che aspetta, lei lo raggiunge, lo guarda e pensa: “Eccolo là, sereno e imperturbabile come sempre, che faccia da schiaffi, sembra che non gliene freghi niente di nessuno”.

Lui l’ha vista anche se ha fatto finta di niente, è imbarazzato e spera che lo sia pure lei al punto da non avvicinarsi, spera che il treno passi in fretta, ma sa benissimo che ci vorrà un bel po’, un quarto d’ora quasi.

Lei invece si avvicina.

“Quanti ne sono passati?”

“Nemmeno uno”.

“E quanti ne passano?”

“Almeno due sicuri”.

“Ci sarà da aspettare”.

“Come sempre”.

“Perché non mi hai più chiamata?”

Eccola la domanda a bruciapelo, lui forse se l’aspettava ma non così diretta.

“Ho avuto un po’ di cose da sbrigare. Eccolo, il treno”.

Inutile tentativo di cambiare discorso.

“E adesso hai finito di sbrigare le tue cose?”

“Sì, più o meno sì”.

Si sorprese, pensava che lei l’odiasse, perché non l’aveva più chiamata e invece a quanto pare ancora lo aspettava.

La guardò fissa negli occhi, nei suoi meravigliosi occhi verdi e pensò: “Cavolo, è proprio carina, perché non l’ho chiamata?”. Già, non se lo ricordava nemmeno più.

“Facciamo venerdì?” – le disse subito, senza pensarci.

Anche lei rimase interdetta di fronte a questa celere proposta. Era ancora un po’ arrabbiata perché non si era fatto sentire prima e voleva fargliela pagare, eppure non disse:“Ho delle cose da sbrigare”, come avrebbe voluto, ma disse subito di sì, che venerdì era libera e che avrebbero potuto incontrarsi: ”Una cosa informale però” aggiunse, come se avesse mai potuto essere altrimenti.

Nel frattempo passò anche il secondo treno, ma il passaggio a livello ancora non accennava ad alzarsi.

“Ti chiamo io per i dettagli stavolta”, gli disse lei, temendo che lui ancora una volta potesse dimenticare in fretta.

Finalmente il passaggio a livello si alzò, lui inforcò la sua bicicletta, la salutò e sparì.

Il giorno dopo lei lo chiamò per fissare i dettagli dell’incontro: “Allora, se non hai già cambiato idea, ci vediamo venerdì, proprio al passaggio a livello, io abito poco più in là e poi vediamo che fare, magari un salto in piazza, ti va?”

“Certo che mi va. Ci vediamo alle nove?”

“Facciamo alle dieci”.

“Alle dieci.”

Il venerdì successivo lui era in forte ritardo, come sempre gli accadeva.  Camminò a tutta velocità: non voleva fare brutta figura al primo appuntamento, ma lei ancora non l’aveva cercato, voleva dire forse che anche lei era in ritardo. Quando sbucò nei pressi del passaggio a livello cominciò a sentire l’inconfondibile TinTin delle sbarre che si chiudono:”Merda, non ci voleva” pensò e allora smise di correre, ché tanto non sarebbe più servito a niente.

Arrivò quando il treno non era ancora passato ma lei non c’era. Per fortuna era in ritardo anche lei. Non di molto però, qualche istante dopo eccola che sbuca dall’altra parte del passaggio a livello, lo vide, lo salutò con la mano e poi? E poi tanto imbarazzo da parte di entrambi.

Fingevano di non guardarsi, lei giochicchiava con il cellulare, lui a controllare l’ora ogni dieci secondi e il treno non passava.

Se avesse avuto un po’ più di coraggio, lui avrebbe senz’altro attraversato lo stesso il passaggio a livello, ché tanto ‘sti treni arrivano piano, ma il suo spiccato senso civico glielo aveva impedito.

Sarà stato il quarto d’ora (sì, avete capito bene, un quarto d’ora, ma del resto lo sapete) più lungo della storia e finalmente il treno passò. Quella volta il treno era uno solo, ma il quarto d’ora restava sempre lo stesso inconfondibile quarto d’ora.

Piano piano le sbarre si alzarono e i nostri due protagonisti poterono finalmente incontrarsi.

Rise lui, lei sorrise.

“Ce l’abbiamo fatta”.

“Così sembra”.

L’imbarazzo non fu facile a sciogliersi, ma senza fretta le cose cominciarono ad andare per il verso giusto; certo, il merito fu anche del vino bevuto in piazza, che li rese un po’ più affabili, fatto sta che la serata andò molto bene per entrambi. Al ritorno lui la riaccompagnò a casa e a quell’ora il pericolo del passaggio a livello era scongiurato: di notte, non è mica possibile scappare da questa città.

Sotto casa lui pensò: “Se apre il portone e non entra subito vuol dire che ci sta”.

Lei invece pensò: “Ma perché ancora non mi ha baciata questo idiota?”

Lei infilò le chiavi, le girò nella toppa, aprì la porta, le risfilò e si rigirò verso lui.

Lui si avvicinò e finalmente la baciò.

Lei diventò rossa, entrò senza voltarsi e chiuse il portone dietro di sé.

Lui se ne andò contento, canticchiava, saltellava e intanto pensava a un sms romantico da scriverle per augurarle la buonanotte.

Dopo un giorno di pausa lui e lei decisero di rivedersi: manco a dirlo appuntamento al passaggio a livello.

Questa volta però lui era in perfetto orario, arrivò nella solita via del passaggio a livello e sentì ancora una volta il TinTin delle sbarre, erano molto più vicine però: “Se corro ce la faccio, almeno l’aspetto dal suo lato”, pensò e correndo a più non posso, d’un soffio, riuscì a oltrepassare le sbarre passando in diagonale: “Uff, ce l’ho fatta” pensò. Poi si voltò e… clamoroso… lei era dall’altra parte del passaggio a livello.

Lei non era in orario no, quella sera era in anticipo e anche lei doveva aver pensato: “Lo aspetto dal suo lato così facciamo prima”.

Peccato che lui, per la fretta di passare prima che le sbarre si chiudessero, non fece proprio in tempo a vederla.

Ed eccoli lì, comici e buffissimi, a parti invertite, che si guardavano negli occhi e ridevano. Erano ancora una volta imbarazzati eppure felici. Finsero di nuovo di non guardarsi, ma si guardarono lo stesso e il quarto d’ora fu sempre il solito, lunghissimo, quarto d’ora.

Una volta passato il treno, finalmente i due si abbracciarono e risero del divertentissimo incidente.

“Un giorno potremo raccontarlo ai nostri figli”.

“Una cosa alla volta, eh”, rise lei.

Bene, ora lui e lei sono insieme da quattro anni e chissà, forse lei adesso sta davvero cominciando a pensare al giorno in cui racconterà ai suoi figli l’aneddoto del passaggio a livello.

Nel frattempo la città non è molto cambiata in questi anni o forse sì. I giovani rimangono più volentieri in giro la sera, ci sono più bar, più pub, più eventi culturali o pseudo tali, ma il passaggio a livello è sempre imperterrito lì a segnare le loro vite. Si son talmente affezionati a lui, i nostri due innamorati, che non se la sono sentita di cambiare luogo di incontro.

Ne hanno vissute di avventure in questi quattro anni fermi a quel passaggio a livello. A volte lui faceva prima e l’aspettava dal suo lato e magari il treno non passava, altre volte rimanevano entrambi bloccati dal lato di lei e ne erano contenti perché era per entrambi una buona scusa per baciarsi e starsene così abbracciati, senza fare niente, nonostante qualche ragazzino avesse sempre qualcosa da ridire. Altre volte rimanevano divisi e lui le mandava dei baci volanti di nascosto e altre volte ancora, ci costa dirlo ma è la verità, lui ha anche scavalcato le sbarre mettendo da parte il suo spiccato senso civico, ma a onor del vero non l’ha fatto molte volte, solo quando è capitato che aveva un impellente bisogno di abbracciarla e di sentirla vicina e lei, conoscendolo ne era quasi commossa.

Avrebbero potuto cambiare il luogo dell’incontro? Certo, se fossero stati abbastanza saggi, ma non lo erano o non avevano voluto esserlo o forse in fondo a loro due piaceva questo imprevedibile contrattempo che riusciva ogni sera a sorprenderli con qualcosa di diverso.

Proprio oggi, dunque, lui ha letto sul sito di andriaviva che l’interramento della ferrovia si farà, senza alcuna ombra di dubbio.

A quanto pare il passaggio a livello, il suo amato passaggio a livello, quello loro insomma, dovrebbe sparire.

Non ha preso bene la notizia. Pensa che gli mancherà troppo quel passaggio a livello, pensa che la storia con lei sarebbe stata diversissima senza quel dannato passaggio a livello, forse ugualmente bella, ma comunque diversa.

Pensa che mentre decine di migliaia di automobilisti staranno festeggiando, una parte di lui morirà per sempre, se quel passaggio a livello dovesse scomparire.

La chiama e le dice tutto per telefono e lei è stranamente serena e tranquilla: ”Ma scusa, funghetto mio, di cosa ti preoccupi? In fondo sono vent’anni che se ne parla, come minimo ne passeranno altri venti e ancora non si saprà nulla”.

Chiude la chiamata, tira un sospiro di sollievo, sorride, si appoggia alla sbarra del passaggio a livello e aspetta il quarto d’ora più sereno di tutta la sua vita.

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Vino Caro
Sono nato il primo lunedì di primavera del lontano 1986. Ho cominciato ad appassionarmi alla letteratura durante le lunghissime attese dal dentista. Un po’ per noia un po’ per amore ho cominciato a scrivere poesie sui banchi di scuola di un istituto tecnico e non ho poi più smesso: “Perché la mia non è una vita speciale e molto spesso me la devo inventare” (D.B.).

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