Ifigenia figlia di Agamennone

Ifigenia era la giovane figlia di Agamennone e Clitemnestra, sorella di Oreste, Elettra e Crisotemi. Il suo nome, per merito in particolare del De rerum natura (I, 80.101) di Lucrezio, è tristemente legato al momento in cui la flotta greca era bloccata in Aulide, impossibilitata a salpare alla volta di Troia, dato il forte spirare di venti contrari.

L’indovino Calcante sentenziò che le navi sarebbero rimaste bloccate fino a quando Agamennone non avesse placato l’ira di Artemide sacrificandole la figlia. Pare che l’ira della dea fosse dovuta ad un atto di “hybris”: Agamennone si sarebbe vantato di saper usare l’arco meglio della stessa dea della caccia. Altri sostengono che l’atride avrebbe ucciso una capra sacra ad Artemide; altri ancora dicono che, in realtà, il re aveva fatto voto di sacrificare alla dea la più bella delle creature nate nell’anno e che questa fosse proprio Ifigenia; un’altra versione scarica la responsabilità su Atreo, padre di Agamennone, il quale non le aveva voluto sacrificare un agnello dal vello d’oro a lei dovuto.

Sta di fatto che il mito su un punto concorda: in un primo momento, Agamennone si rifiutò di ascoltare la profezia di Calcante, salvo poi cedere alle pressioni degli altri capi greci, in particolare del fratello Menelao e dell’astuto Odysseo. Furono questi ultimi a ordire l’inganno: suggerirono che lo stesso Odysseo e Taltibio accompagnassero Ifigenia in Aulide con la scusa di darla in sposa ad Achille. Agamennone acconsentì e, ingannata a sua volta, anche Clitemnestra lasciò partire Ifigenia per l’Aulide.

Achille era in realtà ignaro del fatto che il suo nome fosse stato usato per ingannare un’innocente e prese subito le difese di Ifigenia, ma fu quest’ultima a spiazzare tutti e a dimostrarsi più eroica del fior fior degli eroi greci: conosciuta la ragione per cui era stata condotta in Aulide, si offrì spontaneamente di morire per la causa comune e porse il collo virgineo alla lama sacerdotale.

Qui il mito conosce una variante, nata probabilmente dal sentimento d’orrore che voleva una vergine vittima innocente sull’altare della ragion di stato. Secondo questa seconda versione, la stessa Artemide si sarebbe opposta alla morte di Ifigenia e l’avrebbe salvata all’ultimo momento conducendola in Tauride e sostituendo il suo sacrificio con quello di una cerbiatta o con un’orsa o con una donna anziana.

Sulle sorti di Ifigenia in Tauride ci soffermeremo un’altra volta. Qui ci preme sottolineare che Lucrezio segue la tradizione di Eschilo e ci racconta di un’Ifigenia uccisa sotto gli occhi del padre e degli imbelli eroi Danai. Conseguentemente, il vento si placò, la flotta partì per Troia e il resto è storia nota. Ben a ragione, dunque, Lucrezio tuona contro l’impia religio.

La morale, a questo punto, non vorremmo trarla, ma la tragedia consumatasi a Parigi, lo scorso 13 novembre, ci pone quanto meno di fronte alla domanda: dai tempi del mito, a quelli di Maometto, a quelli delle crociate o della guerra dei trent’anni, quante volte ancora la religione deve essere strumento di potere o strumentalizzata dal potere? Il che è come dire: quante volte ancora si ucciderà nel nome di Dio?

Domanda destinata a restare senza risposta, ma se un Dio esiste, ha ragione Guccini: a Parigi, venerdì scorso, Dio è morto. Insieme ad Ifigenia.

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