Strage al Bataclan

In una notte come tante, durante la stagione degli alberi tristi

nella città della grande torre, accadde il misfatto che vi voglio cantare.

Spiriti tetri, irte le barbe, mandati d’altrove con il tuono in mano

portarono in terra l’ira del cielo, chiamarono guerra, levarono il velo.

Mille fragori squarciarono il buio, mille anime lasciarono i corpi

mille mamme piansero i figli, mille padri strinsero mogli.

Poscia “chi sono?” si chiese la gente, “cerchiamo a levante oppure a ponente?”.

Eran lontani eppur dappertutto, sprezzavan la vita, sprezzavano il lutto.

Ci fu chi disse blocchiamo l’impero, via i forestieri

veniamo alle armi, zittiamo i pensieri.

Ci fu chi disse che nostro è il torto prima di tutti

fummo i carnefici, oggi distrutti.

Ci fu chi adirato con la sua gente

che per i suoi piange, per gli altri per niente.

Si tinsero i volti del tricolore, chi accese un cero e chi porse un fiore.

Finì così, deserte le strade, a chiedere ai morti di aspettarci nell’Ade.

Ho tentato maldestramente di raccontare quanto successo una settimana fa in forma di mito, per rendere tangibile una sola idea: nonostante i fatti siano accaduti in una metropoli, le armi usate automatiche, le notizie diffuse istantaneamente attraverso il web, la nostra reazione è stata uguale a quella che avrebbero avuto gli uomini della preistoria. Questo perché quanto è successo ci ha effettivamente riportati indietro all’alba dei tempi.

È stato possibile perché alla potenza reale del fatto, si è accompagnata una potenza simbolica di molto superiore. “Uno shock iniziale provoca conseguenze incalcolabili, mentre il gigantesco dispiegamento delle forze degli americani ottiene solo effetti prevedibili” scrive Galimberti. Lo stesso spiega che ciò che proviamo oggi non è solo “paura”, è di più, è “angoscia”.

La paura è il timore di un pericolo visibile e determinato, mentre l’angoscia è il timore paralizzante di un pericolo che può essere dappertutto, invisibile e indeterminato, da cui non si sa come difendersi. Se la paura la si affronta pragmaticamente attaccando o scappando, contro l’angoscia può aiutarci solo qualcosa di metafisico, dunque altrettanto invisibile e indeterminato. Ecco che l’effetto dell’attacco terroristico su di noi è stato più o meno quello che avevano i lampi sugli uomini primitivi, qualcosa per spiegare la quale si inventarono gli dei.

La distinzione paura-angoscia è fondamentale poiché avere ben presente il tipo di malattia aiuta a calibrare la cura. In questi giorni alcuni ritengono che la cura sia l’azione militare in Siria. Tuttavia, oltre a notare il fatto che le altre volte che abbiamo reagito in questo modo a eclatanti attacchi terroristici abbiamo solo peggiorato le cose, si dovrebbe tener conto del fatto che la nostra angoscia non arretra di un millimetro. Veramente qualcuno si sente più al sicuro dai kamikaze perché stanno bombardando Raqqa? Difficilmente le falle dei servizi segreti verranno coperte dalla mobilitazione dell’esercito.

Se da una parte è chiaro che i soldi dell’Isis siriano e i campi di addestramento sempre pronti ad accogliere tutti facilitano il terrorismo in Europa, dall’altra, non possiamo far finta che il problema non sia più interno che esterno. Gli attentatori erano francesi. Non c’è un esercito che minaccia i nostri confini, per capirci. Non siamo noi i protagonisti di questa guerra, questi sono tutti musulmani e stanno in Medio Oriente. Noi siamo un corollario che, certo, risente delle mosse degli attori principali. L’Isis in Europa non è un virus che ci ha infettato dall’esterno, ma un cancro che ci è cresciuto in seno. La malattia non è stata presa per contagio, ma per le nostre cattive abitudini di vita. Bruxelles ne è l’esempio lampante: è la città dove risiedono le istituzioni europee, ossia il risultato più alto di un processo iniziato nel 1799 in Francia, e il quartiere di Baalbek, la roccaforte di ciò che tutto questo vorrebbe annichilire.

Abbiamo davanti allora una sfida reale, ossia la paura dell’Isis, che potremmo combattere rendendo più efficiente l’intelligence o smettendo di vendere armi e comprare petrolio dal Califfato. Ma abbiamo anche una sfida simbolica, ossia l’angoscia dell’Isis, ovvero il timore di personaggi che le nostre stesse società hanno creato, e che non possiamo combattere se non guardando a quello che siamo, alla nostra identità.

Qualsiasi identità si è sempre formata per contrapposizione ad un’altra. L’identità europea poi, ce lo spiegano i libri di storia, ha sempre avuto come “Altro” per eccellenza l’Oriente e l’Islam. In questo caso la contrapposizione non può essere più netta. L’attacco a Parigi, e in particolare al Bataclan, è stato l’attacco dell’Islam più oscurantista, all’Occidente più progressista. È stata la sfida di giovani che guardano al futuro come a un perenne ripiegamento identitario, verso altri giovani “spensierati, aperti, cosmopoliti”, come ha raccontato Libération. Gli obiettivi terroristici dell’Isis non sono stati i luoghi di culto di altre religioni, ma un giornale satirico, un museo, villaggi vacanze, spiagge, ristoranti, stadi, sale concerto. Ai terroristi dà proprio fastidio che noi ce la godiamo, non che preghiamo un altro dio. Da un lato abbiamo il Corano, dall’altro non la Bibbia, ma “I fiori del male”.

Viene la tentazione di pensare allora che la circostanza potrebbe diventare un nuovo momento di svolta per l’identità europea. Negli attentati non sono morti solo francesi. Molti paesi dell’Unione hanno perso propri concittadini. Ciò è stato possibile perché da qualche decennio a questa parte l’Europa è diventato un posto tutto sommato aperto, in cui poter girare liberamente e in cui la diversità è rispettata e tollerata dalla maggior parte della sua gente. Basta chiacchierare con chi non è nato in Europa per capire quanto siamo invidiati per questo. In ciò risiede la nostra potenza simbolica.

Seguire i fondamentalisti nella loro traiettoria reazionaria – ovvero sospendere Schengen, bombardare senza strategia, rendere la vita impossibile ai musulmani europei – vorrebbe dire far vincere a loro la sfida più grossa, quella appunto legata all’immaginario. Il mito di Bataclan invece, da mito storico, dovrebbe riscoprirsi mito fondativo: dovrebbe raccontare di quando una notte, grazie al sangue versato dai propri connazionali, gli europei si riscoprirono parte di una cosa sola, dando vita a una nuova fase della propria civiltà orgogliosa e ripensata.

1 COMMENTO

  1. […] Valeria è una delle vittime del Bataclan, ma martedì scorso è stata ambasciatrice della pace, regina di cuori, di tutti i cuori, italiani e non. A salutarla c’erano proprio tutti: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il patriarca di Venezia mons. Moraglia, il rabbino Bahbout e l’imam Hamad Mahamed, il sindaco Luigi Brugnaro, il governatore veneto Luca Zaia, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, il fondatore di Emergency Gino Strada, la moglie del premier Agnese Renzi. […]

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