Giovanni Giannattasio è un Luogotenente dei Carabinieri, in congedo dal 2010, che ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande. Quella che segue è la seconda parte della nostra intervista.

Maresciallo, l’Arma dei Carabinieri oggi, secondo lei, ha dimenticato la sua base? 

Questa è una domanda molto delicata, alla quale rispondo traendo spunto dalla mia esperienza professionale. Ha ragione, i semplici Carabinieri, che vivono quotidianamente le criticità della strada, sono caduti nel cono dell’indifferenza perché sono puntualmente abbandonati da chi invece dovrebbe seguirli e mi riferisco, in particolare, ai loro Comandanti che in molti casi sono diventati dei freddi burocrati poco propensi a considerare i propri carabinieri uomini e non macchine da impiegare solo ed esclusivamente per le esigenze di servizio. Io, da comandante, difendevo i miei ragazzi quando agivano in buona fede; ovviamente, ho sempre cercato di portare nelle fredde caserme, dove ho prestato servizio, il calore dell’umanità. In base alla mia esperienza sul campo sono fermamente convinto che l’Arma non possa essere rappresentata solo ed esclusivamente dal Generale, dal Colonnello o dal Capitano; l’Arma ha il dovere di dare voce anche a Marescialli, Brigadieri e Appuntati che, nonostante il freddo e la pioggia, presidiano i territori assicurando la sicurezza dei cittadini. Oggi, secondo il mio modesto parere, avere come amici politici influenti è una notevole risorsa per agevolare gli avanzamenti di carriera o per continuare ad occupare  le poltrone aspirando, eventualmente, a ruoli sempre. Non esistono tuttavia solo carrieristi all’interno dell’Arma: infatti, ricordo che, quando, alla fine degli anni ‘80, c’era malumore nell’Arma e il Governo chiese al defunto Generale dell’Esercito, Pietro Giannattasio, di diventare Comandante Generale costui rifiutò dicendo letteralmente:  “Non voglio questa mina accesa tra le mie mani”

Nello corso dello scorso anno, secondo fonti statistiche, 59 Carabinieri si sono tolti la vita. Potrebbe aiutarci nell’individuare le cause di questa vera e propria carneficina?

La mia esperienza diretta mi permette di sostenere che, nella vita, nessuno impazzisce dalla sera alla mattina, ma qualcosa di preciso porta qualsiasi essere umano a fare questo insano gesto.

Ricordo un aneddoto: in una stazione che comandavo c’era un giovane carabiniere che poneva in essere comportamenti strani. Lo seguivo e studiavo ogni suo atteggiamento; raccoglievo anche informazioni tra i suoi colleghi ed un giorno uno di loro mi riferì che il ragazzo aveva manifestato la volontà di farla finita. Quel giovane carabiniere era uno dei migliori: diplomato, aitante e desideroso di diventare un carabiniere onesto e preparato. Non potendo contare sul mio Comandante di Compagnia, che era poco esperto in questioni di umanità, decisi di confidare il problema direttamente all’Ufficiale responsabile dell’Infermeria che mi consigliò di togliere, al giovane carabiniere, l’arma di ordinanza. Non avendo l’autorità e tantomeno una motivazione ufficiale, in sinergia con il responsabile dell’infermeria, consigliammo il giovane carabiniere a prendere 15 giorni di ferie. Dopo aver convinto il carabiniere a seguire il mio consiglio, ne parlai con il mio Comandante di Compagnia che appena appreso il fatto minacciò esemplari punizioni per averlo scavalcato. Senza alcun tipo di paura chiesi al mio superiore se la vita di un uomo fosse meno importante delle regole gerarchiche. Il Capitano non mi rispose e decise di assegnare quel giovane carabiniere al compito di suo autista personale per il tempo di tre mesi. Trascorso questo lasso temporale al giovane carabiniere fu chiesto se volesse mantenere quel ruolo o tornare a prestare servizio nella sua stazione. Il carabiniere espresse la sua volontà di tornare al suo vecchio lavoro e quindi al mio fianco. Si rivelò il miglior carabiniere che avevo e ancora oggi, quando mi incontra, pur se sono in congedo, mi abbraccia chiedendomi di tornare in servizio. I suicidi tra i carabinieri sono causati, in molti casi, dalle regole rigide – applicate con pochi – che caratterizzano l’Arma. Mi riferisco in particolare alle punizioni ingiuste; denunce; trasferimenti improvvisi che distruggono intere famiglie creando distanze. Lei si è mai chiesto come mai nessun Ufficiale si è mai suicidato?

Con la morte di Carlo Giuliani partì, a suo tempo, un vero e proprio processo mediatico contro le Forze dell’Ordine. Perché, secondo lei, i media, prima, e gli Italiani, poi, tendono a isolare e a linciare Carabinieri e Poliziotti?

La morte di Carlo Giuliani e tutto quanto successo in seguito al Carabiniere Capranica, abbandonato da tutti, anche dall’Arma, che non lo ha riammesso in servizio, dimostrano il fallimento delle leggi in Italia. Abbiamo uno dei codici penali più completi al mondo, che regolamenta molteplici tipologie di reati, ma nonostante ciò il vero problema è insito, da un lato, nella timida applicazione delle norme e, dall’altro, nell’incertezza peculiare dell’attuazione del principio della certezza del diritto.

È vero la popolazione tende ad isolare i membri delle Forze dell’Ordine. Questo atteggiamento di contrapposizione è fomentato, secondo il mio parere, anche dal lavoro svolto dai mezzi di informazione: fotografare il ragazzo riverso al suolo è giusto, ma è doveroso anche immortalare lo stesso giovane mentre lancia molotov all’indirizzo di carabinieri e poliziotti.

Siamo Italiani in divisa e, come tanti manifestanti che difendono le loro idee, difendiamo, nonostante gli stipendi e le tante criticità, la pubblica incolumità perché nessuna manifestazione può giustificare l’utilizzo della violenza. Quando si cerca, con la forza, di placare animi surriscaldati e nascono scontri, ci si concentra solo sul ragazzo ferito e non sul poliziotto che, magari, perde un occhio o una mano. Manca equilibrio e si preferisce la strada del facile giudizio.

(Leggi la prima parte)

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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