Una premessa. Nel lungo, lunghissimo periodo la storia dà pressoché sempre ragione a chi coltiva la fiducia di un futuro migliore. Non è questione di ottimismo della ragione, di credere ingenuamente che la storia volga, ovunque e in ogni momento, verso approdi magnifici e progressivi; non è nemmeno questione di ottimismo della volontà, o peggio, di indulgere alle puerili inclinazioni del pensiero positivo ad ogni costo, o meglio, al basso prezzo delle citazioni più facili che il web propone.

Faccio mio, piuttosto, il pensiero di Karl Popper:

«La mia prima tesi è che noi dovremmo rifiutarci di parlare del “senso della storia”. … Io sostengo che non vi è nessun significato nascosto nella storia e che quegli storici e filosofi che credono di averne scoperto uno, ingannano se stessi e gli altri»;

«Io credo – prosegue il filosofo austriaco – è che noi stessi possiamo tentare di dare un significato alla storia politica – o piuttosto una pluralità di significati; significati che sono fattibili da – e degni di – esseri umani»;

«la mia “terza tesi” – conclude Popper – è che noi possiamo imparare dalla storia che il tentativo di dare ad essa un significato etico, o dare a noi stessi uno scopo etico, non deve essere vano. Al contrario, non comprenderemo mai la storia se sottovaluteremo il potere storico degli scopi etici. Indubbiamente essi hanno spesso portato a terribili risultati, imprevisti da parte di coloro che per primi li avevano concepiti. Tuttavia, sotto certi aspetti, noi ci siamo avvicinati assai più di ogni altra precedente generazione agli scopi ed agli ideali dell’Illuminismo rappresentati dalla rivoluzione americana, o da Kant. Più specificamente, l’idea dell’auto-emancipazione o auto-liberazione attraverso la conoscenza, l’idea di una società pluralistica o aperta e l’idea di concludere la spaventevole storia delle guerre con l’instaurazione di una pace eterna, sebbene siano ideali forse ancora molto lontani, sono divenute lo scopo e la speranza della maggior parte di noi» (L’autoemancipazione attraverso la conoscenza, in Come io vedo la filosofia e altri saggi, trad. it. con Introduzione di M. Baldini, Armando editore, 2005, pp. 75-77, già Controcorrente, 1973, V (2), pagg. 17-22).

Non magnifiche ma migliori, non progressive ma altalenanti, non ovunque ma lì e non qui, ora e non allora, domani e non oggi, le sorti della storia, sia pure con un andamento sinusoidale, tendono verso il meglio (per quanto equivoca, storicamente condizionata e variabile possa essere la definizione di questa condizione, come insegna, ad esempio, M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Il discorso, la verità, la storia. Interventi 1969-1984, trad. it., Einaudi, 2001, pp. 43-64). Lo dimostra il fatto difficilmente contestabile che «per quasi ogni aspetto il mondo oggi è migliore che nell’antichità» (Kaushik Basu, Oltre la mano invisibile. Ripensare l’economia per una società giusta, trad. it di Fabio Galimberti, Anticorpi 37, Bari, Laterza, 2013, XXI).

Ciò nonostante, qui e ora, nel margine italiano del villaggio globale, alla periferia dell’Europa e ai confini della globalizzazione, le ragioni del pessimismo sembrano superare quelle dell’ottimismo.

Non intendo affatto estenuarvi con un’analisi socio-politica inevitabilmente maccheronica, né proporvi (anche) la mia diagnosi sui mali dell’Italia. Accennerò solo agli “aghi di prato sotto il cielo”, de minimis, perché i dettagli non sono meno essenziali del gusto per l’architettura. Per disegnare, costruire e comprendere l’edificio (della realtà) «Bisogna conoscere il taglio delle pietre» (Maurice De Saxe, Mesrêveries (I)).

Riforme di regole, regole delle riforme, sono necessarie, lo sarebbero comunque Troika o non Troika, perché dobbiamo snellire, rendere più efficiente, sburocratizzare le istituzioni, il lavoro e magari anche le imprese. Ci toccherebbe anche se non avessimo da svolgere i “compiti” dettati da Frau Merkel. E allora riformiamo la cattedrale, ma non dimentichiamo la “piccola riforma della nostra vita”, che sollecitava Giovanni Bachelet in un memorabile ma forse dimenticato editoriale di molti anni fa (http://www.giovannibachelet.it/scritti/GBBBorsellino92.html).

L’italia non affonda solo per la corruzione, gli abusi e le frodi che “assurgono” all’attenzione dei media e tutti più o meno conosciamo. C’è una trama “minore” della “crisi” italiana che racconta in filigrana ma più in profondità le ragioni di un paese invischiato. I mozziconi delle sigarette buttati per strada, le autovetture parcheggiate negli stalli riservati ai disabili, una certa maleducazione endemica, la de-meritocrazia dilagante l’illustrano, meglio di ogni grande “narrazione”, l’intima natura del male che inchioda da oltre dieci anni il nostro paese nelle ridotte di una crescita negativa (mentre gli altri stati europei, Grecia compresa, hanno ripreso, sia pure faticosamente, il sentiero di una crescita ancora incerta).

Nulla di nuovo sotto il sole. Era il 1823 quanto Giacomo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani scriveva: «il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l’unico che rimanga alla società, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più a stimolare al bene. Tutti sanno con Orazio, che le leggi senza i costumi non bastano».

* Nella foto di copertina, un pannello situato nei pressi dell’altare maggiore della Cattedrale di Barcellona, sintomatico dei giudizi/pregiudizi che all’estero coltivano sugli italiani

 

 

 

 

 

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