L’espressione “dinamismo della vita” può non essere familiare a tutti i lettori. Proviamo allora a sostituirla con il termine “corrente”. Cos’è una “corrente”? La parola evoca in noi l’immagine di qualcosa in movimento, di un andare sempre avanti, di un progredire.
Parliamo di “corrente di un fiume”, di “corrente di aria”, di “conto corrente”, riferendoci a realtà o situazioni che “non possono arrestarsi”.
Se pensiamo a “colui che corre”, ad un maratoneta, certamente ci viene in mente l’azione di un andare avanti veloce nel tempo e nello spazio.
Quando corriamo, non abbiamo tempo di soffermarci sui particolari delle situazioni che incontriamo, ma andiamo sicuri verso la meta prefissata, senza più porci il problema della scelta della direzione.
Questa decisione è stata ormai presa e rappresenta la nostra “opzione fondamentale
Talvolta ci capita di deviare per curiosità, altre per errore di valutazione, talvolta ci fermiamo per stanchezza e poi riprendiamo a correre, talvolta infine ci arrestiamo, mettendo fine all’azione del “correre”.
Così è la nostra vita e il suo dinamismo.
Focalizziamo ora la nostra attenzione sulla “vita corrente”.
La vita umana comporta in sé una propulsione verso il futuro, e in questo senso essa progredisce in un “accrescimento dell’essere”, nel senso di un superamento continuo di quanto acquisito, di un superamento verso ulteriori progressi, dove non contano solo i risultati raggiunti quanto invece lo slancio verso il più, lo slancio vitale (l’élan vitale di Bergson) di una vita sempre in “cammino”.
L’uomo infatti è stato definito da alcuni pensatori come “viator”.
La vita, intesa nel senso di “vita corrente”, si riferisce, pertanto, sia alla vita in senso generale che alle nostre vite individuali, al “cammino “ di ognuno di noi, al dinamismo che pervade la nostra vita e che ne costituisce la peculiarità, la sua essenza.
Riflettendo sul nostro continuo “andare”, possiamo prendere in considerazione tutte le situazioni di “affievolimento” di questo nostro progredire, che non rientrano nel campo specifico dei disturbi psichiatrici intesi come malattia mentale, ma costituiscono elementi frenanti che vengono ad insinuarsi in questo “andare avanti” essenzialmente positivo.
Queste situazioni negative per il nostro progredire sono costituite da tutte le condizioni di limitatezza ed imperfezione che riguardano la nostra personalità, i cosiddetti tratti nevrotici, che ci caratterizzano un po’ sghembi nei confronti degli altri, così come da tutte le situazioni di vita che attraversiamo che hanno risonanza in noi di gioia o di sofferenza e che possono comunque influire sul nostro “progredire”.
Queste condizioni e situazioni non possono essere eliminate, anzi esse caratterizzano la struttura della vita, di ogni vita, della nostra vita.
D’altro canto siamo ben consapevoli da quante scorie possono essere accompagnati anche i nostri sentimenti più puri!
Possiamo fare tantissimi esempi.
Quante volte ci capita di notare come anche un atto di amore verso un nostro figlio sia inquinato da sfumature non propriamente positive per es. di rabbia o di fastidio; o, in congiunture particolarmente sfavorevoli della nostra vita, di interpretare il tutto come “complotto” al nostro danno da parte di chi ci vuol male, (reazioni pre-paranoiche che cessano al chiarirsi delle cose); o di stati di allarme ansioso vissuti in situazioni di stress.
All’interno di queste esperienze a contenuto negativo possiamo far rientrare anche tutte le esperienze dolorose (es. la morte di una persona cara), che certamente accompagnano la nostra esistenza e possono essere caratterizzate da reazioni di depressione ansiosa ed inibizione. La vita, in queste condizioni, sembra come fermarsi, si assiste ad un blocco di ogni progetto, di ogni prospettiva. Ma poi, dopo del tempo, superata la condizione di lutto, tutto riprende a scorrere, anzi a correre.
Tutte queste situazioni sopra descritte ed altre che possiamo immaginare, comprendono pertanto anche i tratti o le organizzazioni nevrotiche della personalità, che costituiscono appunto le impurità e le scorie che possono inquinare, affievolire in maniera più o meno considerevole il progredire della vita. Queste ci caratterizzano, non possiamo eliminarle, dobbiamo accettarle.
Differente è invece l’”arresto”, in cui il dinamismo della vita è totalmente compromesso, costituendo questo il tratto caratteristico della malattia psichiatrica per eccellenza, cioè della schizofrenia. Ad un certo momento della esistenza di una persona vi è come una frattura, la forma morbosa sostituisce dal di dentro il portato normale della vita, progredendo come malattia. Questa situazione è definita anche “alienazione”.
Il processo di trasformazione che attraversa la struttura della presenza al mondo è completamente subordinato a questa condizione morbosa, che, come abbiamo detto, assume la modalità e la forma del progredire normale della vita, sostituendosi ad essa e divenendo essa stessa processo.
Siamo nell’ambito, appunto, della malattia schizofrenica, definita da Bleuler come “malattia processuale”.
Ma torniamo alla corrente della vita.
Ci raffiguriamo un grande fiume, il fiume della vita, di cui le nostre esistenze fanno parte, fiume che ci precede e ci seguirà nel tempo.
Questa corrente ci sostiene, per un certo verso dà il senso generale alla nostra vita, nella sua quotidianità costituisce l’abituale, il solito che pervade ogni piega della nostra esistenza. La corrente della vita costituisce lo sfondo sul quale poi si stagliano gli eventi importanti della nostra esistenza, quelli che segniamo sul calendario in quanto costituenti i punti di snodo, di svolta, di decisione.
Possiamo cerchiare la data del nostro matrimonio o quella della nascita di un figlio,o la data in cui abbiamo iniziato la professione ed infine saranno certamente segnate le date della nostra nascita e della nostra morte. Poche o tante che esse siano, queste riguardano specificatamente la nostra persona e si distaccano dall’impersonale tipico della corrente che fa da sfondo.
Quella è patrimonio comune, queste invece patrimonio personale!
La vita corrente nasce dall’indistinto e muore nell’indistinto, la vita personale invece, pur alimentandosi del quotidiano indistinto di quella, prende significato dalle scelte (opzioni fondamentali) che via via compiamo, scelte e decisioni che ci storicizzano nel tempo che ci è dato da vivere e che ci seguirà e che fanno della nostra esistenza un fatto unico ed irripetibile.
Ma dappertutto e sempre domina il dinamismo della vita!

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Nicola Liso
Ho esercitato per oltre 40 anni la professione di neurologo e noto che oggi sembra di gran moda discutere di situazioni o comportamenti che riguardano l’uomo, servendosi di parole e concetti estrapolati da letture di di psicologia o psichiatria. Si cerca di dare una veste scientifica alle nostre opinioni, azzardando talvolta anche diagnosi specifiche, perdendo di vista la comprensione dello “specifico umano”, che sempre eccede le nostre categorie e che, come specchio, riguarda anche noi, in prima persona. Nelle mie brevi riflessioni presenterò alcuni aspetti della vita quotidiana di ognuno di noi, spesse volte portati all’attenzione di medici o psicologi, rileggendoli semplicemente come “accadimenti umani”, non rientranti nel patologico, cercando di de- psicologizzare e de- medicalizzare situazioni che, invece, sono proprie della condizione umana.

2 COMMENTI

  1. Caro Nicola, prendi le mie considerazioni per quel che valgono, cioè riflessioni del tutto personali, condizionate dal mio carattere e dal mio atteggiamento personale verso la vita.
    Io tendo a ricavare da ogni discorso un nocciolo duro, quindi a volte sintetizzo in modo troppo drastico.
    Nel caso del “dinamismo della vita”, cioè dell’analisi che hai fatto tu partendo dalla parola “corrente”, il nocciolo che io estraggo è questo: il dinamismo della nostra vita è innegabile.
    Del resto il tempo che scorre ci trascina anche se non vogliamo, siamo cioè oggetti passivi (“trascinati”), oltre che oggetti attivi (“che scelgono la direzione”). Il problema è il rapporto che intercorre tra questi aspetti. Ci sono momenti in cui riusciamo a prendere noi in mano le redini della nostra vita, altri momenti in cui perdiamo un po’ la padronanza di ciò che viviamo(…e magari ne siamo consapevoli e lo stesso non riusciamo a venirne fuori), altri momenti ancora in cui la corrente ci trascina e non ce ne accorgiamo nemmeno (o abbiamo una percezione falsata di quel che ci sta accadendo veramente).
    Per complicare ancor più le cose può succedere che questi tre momenti si mescolino contemporaneamente tra di loro e i confini tra iniziativa, passività e patologia si confondano e i tre aspetti coesistano nella stessa persona e nello stesso tempo.
    Ad esempio, tu parli di “date speciali” della nostra vita (il matrimonio, la nascita di un figlio, ecc.): si è vero, sono date speciali, ma queste stesse date speciali sono esposte alla corrosione del tempo, alla corrosione di senso(esposte da diventare sempre meno significative) se noi non le “coltiviamo” giorno per giorno, intestardendoci a resistere al “chiasso” in cui viviamo. Non c’è niente in noi, proprio niente, di STABILE: secondo me. Cosa ne pensi tu?

    Ciao, un abbraccio di vero cuore

    Pino

    • Caro Peppino,

      Come al solito le tue riflessioni mi sembrano molto intriganti.

      Ma andiamo con ordine, cercando di abbozzare qualche risposta:

      1) La dialettica del nostro personale vivere tra essere trascinati e direzionarci nella corrente della vita costituisce il gioco della vita quotidiana. La “corrente della vita”, questo grande fiume in cui siamo immersi e che ci trascina costituisce per noi l’impalcatura all’interno della quale operiamo le nostre scelte. Considerata tuttavia la nostra fragilità e tutti quegli elementi che ci zavorrano e appesantiscono, il nostro incedere è continuamente “affievolito” anche dalle organizzazioni nevrotiche, costituite dalle nostre paure, ossessioni, momenti di depressione che tuttavia non ci arrestano. Esse costituiscono per rassomigliarle al piano biologico alle tante piccole malattie che ci affliggono, senza tuttavia bloccarci del tutto.
      Quotidianamente siamo adulti e bambini, sani e ammalati, adattandoci alle circostanze della vita e conservando sempre la nostra vitalità.
      Il piano espositivo non coincide con il vissuto!

      2) Per quanto riguarda la seconda osservazione ti faccio notare che il mio “sguardo sull’uomo” è fatto dal mio punto di vista che è medico. Non è lo sguardo del metafisico che si interessa dell”essere” (ontologia), ma di chi si prende cura delle persone in carne,ossa e spirito e dei loro disturbi, per cui sono molto limitato.

      3) Sull’apertura all’Altro Assoluto, consoliamoci che lo incontriamo sempre e comunque nel “volto” di chi ci sta accanto o di chiunque a cui ci facciamo prossimi.

      Un forte abbraccio Nicola Liso.

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