Una settimana fa ci siamo soffermati sulle guerre che Israele ha mosso sulla Striscia di Gaza e, in particolare, su Piombo fuso. L’esercito israeliano non è certamente il primo esercito a causare espressamente sofferenza sui civili, e la questione generalmente resta di esclusiva pertinenza del diritto bellico e internazionale.

Tuttavia il popolo ebraico è, nell’idea che esso ha di sé, il popolo eletto, il popolo a più stretto contatto con Dio, ed è per questo che le sue azioni politiche non possono fare a meno di interrogare anche il dibattito teologico. Così è stato in conseguenza dell’Olocausto, quando gli Ebrei, in quanto vittime del male assoluto furono costretti a ripensare la propria storia e il proprio destino; così dovrebbe essere a seguito di “Piombo Fuso”, gli Ebrei dovrebbero riavviare la riflessione questa volta dal punto di vista dei carnefici.

Uno dei testi più rappresentativi e problematici fra quelli della cosiddetta “Teologia dell’Olocausto” è “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, di Hans Jonas. In esso l’autore parte dalla domanda che tutti i credenti si fanno di fronte allo sterminio: “Quale Dio ha potuto permettere che ciò accadesse?”. Jonas fa infatti notare che le caratteristiche che la religione ebraica riconosce a Dio sono tre: bontà, comprensibilità e onnipotenza.

Tenendo ferme queste tuttavia la domanda di partenza non trova soluzione, Auschwitz è infatti spiegabile o in presenza di un Dio non buono o incomprensibile o non onnipotente. Quale qualità allora andrà ripensata? Secondo Jonas Dio è per forza buono perché ha creato il mondo ed ha stipulato un patto di salvezza con gli uomini; è comprensibile poiché si è rivelato tramite le scritture; non resta dunque che abbandonare l’idea di un Dio onnipotente.

Secondo il teologo, Dio al momento della creazione dell’uomo, con un atto di estrema bontà, ha deciso di conferirgli il dono della libertà, autolimitando la sua onnipotenza. Dio non è intervenuto ad Auschwitz non perché non ha voluto, ma perché non ha potuto avendo rinunciato ad intervenire sul corso fisico del mondo. Questo da un lato ha nobilitato la creatura umana dandole la possibilità di autodeterminarsi, dall’altro ha caricato la sua esistenza di una enorme responsabilità. Dio infatti non potendo più intervenire per evitare il male, ha lasciato l’intero destino del creato nelle mani dell’uomo.

Jonas in questo modo inchioda la responsabilità umana di fronte al male, facendo pietra angolare della salvezza terrena e ultraterrena la “scelta umana” e le sue conseguenze.  Se allora il male subìto è fatto dipendere dalla libertà umana, dovrà esserlo anche quello prodotto e così qualche domanda si pone: può il popolo ebraico, popolo prescelto da Dio, vestire i panni del carnefice? Dio ha voluto eleggerlo per questo? Se sì, di fronte a quale Dio ci troviamo? O se no, come giudicherebbe la “scelta” di perpetrare il male assoluto, ad esempio, sui bambini palestinesi? Avrebbe autolimitato la sua potenza per poi legittimarne una simile se pur giustificata da un’esigenza di “sicurezza”?

Dopo “Piombo Fuso” sono domande che trovano una valenza concreta. Se il conflitto israelo-palestinese è quel groviglio insolubile che è lo si deve anche e soprattutto all’interrelazione confusa fra piano politico, religioso, culturale, sociale e giuridico che lo percorre, e che si ha poiché uno dei due contendenti si considera un “popolo eletto”. Il risultato è che il dibattito non può mantenersi in ambito politico-giuridico, purtroppo o per fortuna, sconfina in quello teologico-religioso dove l’uno influenza l’altro.

Così una riflessione teologica da parte ebraica dopo “Piombo Fuso” può sembrare una provocazione, ma lo è solo nella misura in cui anche il testo di Jonas, come gran parte della “Teologia dell’Olocausto” lo è, altrimenti le domande che si pongono qualche coscienza dovranno finire per interrogarla.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

2 COMMENTI

  1. La Shoah ha lasciato al popolo ebraico una eredità avvelenata. Ne è stata vittima in primo luogo quella cultura critica e laica che potremmo veder rappresentata da una personalità come Hannah Arendt. Per la cultura ebraica tradizionale è stato però sempre importantissimo il fattore “biologico” e di “sangue”: e questo fattore si è enormemente rafforzato nel contesto del fenomeno dell’immigrazione nel moderno Stato d’Israele. Al centro delle “attenzioni politiche” dello Stato di Israele non c’è il principio della convivenza con altri popoli e altre culture, ma il principio della “esclusività”, della distinzione, della separatezza. Occorre dire che il re è nudo, lo Stato di Israele è uno Stato democratico “razzista”, perchè pur concedendo la cittadinanza a non Ebrei, è una democrazia totalmente dominata dalla “appartenenza” al “Popolo Eletto”. E’ una visione del mondo e dei rapporti umani profondamente violenta e la Shoah ne ha esaltato le caratteristiche più aggressive

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