“Temo l’indifferenza con cui il male si impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia. Temo l’astuzia che si serve dell’ignoranza. Temo l’orizzonte angusto dei luoghi comuni, delle risposte frettolose, dei richiami gridati”

Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nell’introdurre il Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 14-16 gennaio scorso), non tralascia alcuni temi politici del momento. L’occasione è data dai cent’anni del testo noto come Appello ai liberi e forti. Tradizio­nalmente associato al nome di don Luigi Sturzo, fu redatto il 18 gennaio 1919 da una Commissio­ne provvisoria, di cui il sacerdote siciliano era segretario politico, nel percorso che condusse alla fondazione del Partito Popolare Italiano.

La rilettura di questo testo da parte di Bassetti offre numerosi stimoli per il nostro tempo non tanto a livello di soluzioni, ma per le indicazioni sul modo di essere presenti e partecipare al dibattito po­litico.

Un’introduzione, questa di Bassetti, e non una prolusione, che segna il cambio di passo e di stile dei vescovi italiani, che si sono mostrati nelle ultime settimane molto attivi sul fronte sociale e poli­tico, in questioni come quelle dei migranti, ma non solo, e ben consapevoli che governare il Paese significa servirlo e curarlo come se lo si dovesse riconsegnare in ogni momento. Ai “Liberi e forti” di oggi Bassetti lancia l’invito a lavorare insieme per l’unità del Paese, a fare rete e condividere esperienza e innovazione. Come Chiesa, assicura il presidente della Cei, faremo la nostra parte con pazienza e coraggio, senza cercare interessi di bottega.

Un monito severo, nel senso che, come cittadini, dobbiamo capire per cambiare. Non ce la cave­remo solo con qualche mossa tattica. Non si tratta di tornare indietro né di andare oltre, ma di riprogettare per ripartire. Serve un ripensamento netto su come si sta insieme, su come ci si confronta e si prendono le decisioni dopo essersi ascoltati e aver fatto un confronto con la voglia di costruire una risposta insieme, non solo discreditando o delegittimando unilateralmente l’av­versario con rapporti di forza.

In ordine a quanto sta accadendo alla politica nostrana e in ordine agli atteggiamenti di alcuni pro­tagonisti, sembra illuminante il pensiero di Marco Damilano espresso nel suo volume “Un atomo di verità. Aldo Moro e la politica in Italia”. Afferma che in tutto l’Occidente le innovazioni di questi anni non sono state governate dalla politica; la politica le subisce passivamente, è apparenza di potere, ma non sostanza; è retorica, spettacolo… Ha smesso di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi. È tornata a essere quello che era in un’epoca pre-moderna: lo sfogo del narcisi­smo dei singoli leaders o l’espressione di un nichilismo che consuma subito ogni progetto e ogni ambizione.

La politica non coltiva più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia. Genera frustrazioni negli elettori, perché promette quello che non riesce più a dare, e prova a guadagnare consenso sulla frustrazione che ha generato. È una politica che si propone come trasparente, amichevole, vicina, ma per certi versi è più oscura di prima. Le menzogne del potere erano un velo che separa­va il Palazzo dalla società, oggi uno strumento che modifica il dibattito pubblico, produce leadership nevrotiche, destabilizza le istituzioni. In altri termini il potere impone le sue mappe in­gannatorie, usando armi di distrazione di massa, come ad esempio la cattura di Cesare Battisti, “scaricato” dai “protettori sudamericani” ed esibito in Italia come un video-spot.

È la politica che, intesa come potere di governo, continua a dominare “l’olimpiade” di quelli che contano, perché la politica sarà anche in crisi, ma nelle fasi di terrore economico e finanziario glo­bale è ad essa che il mondo guarda per trovare un lumicino in fondo al tunnel.

Sui poveri, continua Bassetti, non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione… C’è biso­gno di quella sussidiarietà che risponde alle povertà e ai bisogni con la forza dell’esperienza e della creatività, della professionalità e delle buone relazioni. Temo l’indifferenza con cui il male si impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia. Temo l’astuzia che si serve dell’ignoranza. Temo l’orizzonte angusto dei luoghi comuni, delle risposte frettolose, dei richiami gridati…. Non possiamo limitarci a rincorrere l’attualità con comunicati e interviste…

La solidarietà è la virtù politica indispensabile per la coesione di una società; qui l’importanza di abitare i cambiamenti, a stare fisicamente dentro di essi, per leggerli e capirli senza deleghe. Le elezioni non sono un assegno in bianco per il vincitore, autorizzato poi a decidere su tutto.

Purtroppo, oggi, la rappresentanza del popolo è la risultante di una durissima contesa tra partiti po­litici, sindacati, enti locali, potenti lobby di varia estrazione, grosse holding e cosche mafiose di ogni genere…, con il risultato che il “popolo” serve a tutti come pretesto, ma in realtà nessuno lo ascolta e lo rappresenta.

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Elia Ercolino
Elia Ercolino, nato a Peschici (FG) 15/02/1954. Formazione classica con specializzazione in teologia biblica. Ha tenuto corsi di esegesi e teologia   vetero e neotestamentaria. Giornalista pubblicista dal 1994 e professionista dal 2004. Impegnato nell’emittenza televisiva locale dal 1992. Direttore di Tele Dehon dal 1994 con auto dimissioni nel 2012. Direttore responsabile e fondatore della testata giornalistica “Tele Dehon Notizie” dal 1995 al 2012. Impegnato da sempre nel mondo del volontariato sociale.

5 COMMENTI

  1. In realtà il “Popolo” non è mai esistito se non sui libri di storia. Le identità nazionali o presunte tali, le rivoluzioni dei secoli scorsi, hanno tutte servito un potere interessato. Un potere che si genera di volta in volta in base agli interessi del potente di turno appunto.
    Il concetto di “popolo” è una utopia. Il popolo è un insieme di persone (comunità) che si trova in uno stesso territorio a parlare una stessa lingua. Oggi nell’era della globalizzazione, come hanno coniato Antonio Negri e Michael Hardt, si dovrebbe parlare di “moltitudine”, ossia l’insieme di gente che si trova a vivere in spazi terrestri più o meno vasti.
    Quindi parlare o scrivere di “popolo” è guardare il dito e non la luna. Stessa cosa dicasi criticare velatamente Salvini e la sua politica. Dovremmo invece guardare (analizzando e criticando) in un contesto globale, la Brexit e ciò che significherà, perché ha vinto questo No all’Europa e perché le borse nel contempo sono schizzate verso l’alto (tranne Milano). Dovremmo guardare il muro di Trump verso il Messico, dovremmo guardare come il “Popolo” italiano non ha più sovranità e che la amata carta costituzionale è diventata carta da parati per Bruxelles.
    Mi rendo conto che trattasi di una questione culturale. Persino il mio apprezzatissimo Ercolino ha ceduto alla trappola della critica a Salvini, ministro che non porterà affatto nessun ritorno al fascismo, spauracchio della sinistra italiana dei “vecchi”, che lo usano come spaventapasseri per bloccare ogni rinnovamento culturale (che non sarà Salvini a portarlo tranquilli).

    • Gentilissimo Nunzio
      in merito alle tue considerazioni sul concetto di “Popolo” mi permetto di dissentire. Nell’ambito del vasto supermercato delle idee opportunamente accostate a libere interpretazioni di fatti ed eventi, ognuno può sempre scegliere ciò che gli aggrada a sostegno delle proprie tesi.
      Le battaglie non si fanno mai contro qualcuno, ma sempre a favore dei valori.
      Non si vuole demonizzare nessuno; ma certe metodologie personalistiche rampanti o non dialoganti, come quelle dei personaggi dai Lei citati, possono offuscare valori che impoveriscono una “collettività”.
      La terminologia “vecchio”, “nuovo”, o anche “rinnovamento” credo che sia una semplice nomenclatura da confrontare con i rispettivi contenuti, altrimenti sono opportune etichette propagandistiche auto-referenzianti.
      L’abbinamento Salvini-fascismo? … troppa importanza per Salvini! … gli occorrono ben altri attributi.
      Per evitare che “il sonno della ragione generi mostri”, la grande paura è costituita dall’assenza di idee… ci serve un’altra storia per tornare ad abitare il futuro!

      • Come sempre è bello leggerla. Al di là delle diverse sfumature di pensiero. Mi ha fatto sorridere di cuore sugli attributi di Salvini, ecc.

        • La diversità di pensiero e il confronto libero costituiscono sempre uno stimolo positivo per la riflessione. Circa poi il comportamento dei personaggi pubblici (nel nostro caso Salvini), personalmente faccio fatica a comprendere se ciò che affermano (nella forma e nel modo) risponde a ciò che realmente pensano, oppure costituisce una forma ambiziosa di protagonismo… fondamentale in chiave di autopromozione. Tuttavia senza intraprendere l’assurdo processo alle intenzioni…ci si attiene a ciò che si ascolta e a ciò che si vede pur nella soggettività delle sottolineature.

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