Da tangentopoli in poi, dal processo Cusani, dalle stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, dalla Milano da Bere a quella che brucia per mano dei Black Block. C’è un’eredità, un insegnamento, un concetto politico che è nato e rimasto radicato nelle nostre menti?

La più grande eredità che Berlusconi ci ha lasciato è stato il berlusconismo. Sfido chiunque a dire che sia finito. Sia chiaro, è come ereditare una montagna di debiti da un giocatore d’azzardo, ma sempre di eredità si tratta.
Berlusconi è politicamente finito, è un intralcio per le nuove leve del centro-destra italiano, è un peso quasi amorale per chi si erige a paladino degli imprenditori una volta prosperi, ora inesorabilmente in crisi.

Quindi perché parlare di eredità? L’eredità c’è, ed è palese.

Il leaderismo sfrenato degli ultimi anni, i Salvatori della Patria, sono figli dei personalismi delle ultime campagne elettorali. Le vere vittorie per la sinistra, 1996 e 2006, sono state la sconfitta dell’uomo di Arcore.

Nel 1994 tutti volevano uscire dal guado di tangentopoli. Essere liberi di fare impresa, i partiti erano allo sfascio, la tv trasmetteva Dallas e Beautiful per le signore, Beverly Hills 90210 per i più giovani. Il sogno americano era diventato il sogno italiano. Chi meglio di uno che ce l’aveva fatta, poteva guidarci e farla fare anche a noi? Una catena di aziende che partiva dalle roccaforti padane di Lombardia, Piemonte e Veneto e si frastagliava su tutta la dorsale adriatica della penisola, in Campania, in Calabria, in Sicilia. Come sia finita lo sappiamo.

Eppure da qui si è ribaltata completamente la concezione di voto degli italiani. Si vota il leader o si vota contro quel leader. E come recita la prima legge del marketing “nel bene e nel male, purché se ne parli”.

Nel novembre 2011 si dimette l’ultimo governo del cavaliere e l’epopea si conclude. È stato chiamato un altro salvatore: Monti. Quasi servisse una figura integerrima, un professore orwelliano, mite, grigio, quasi un precettore religioso, che potesse istruirci sulla perseveranza del rigore e col permesso di bacchettarci e mandarci dietro la lavagna. La punizione per essere stati cattivi in classe. Una digressione che ci ha portati dall’essere audaci e furbi a piccoli studentelli con medie insufficienti bisognosi di lacrime e sangue.

Da qui in poi il leaderismo regna sovrano. I nostri naufraghi delle guerre di Troya (e qualche vocale l’ho sicuramente sbagliata), continuano a udire nuove sirene (di quelle con le pinne, non della polizia) che hanno i volti e i nomi di Beppe Grillo, Matteo Renzi e Matteo Salvini. Del PD non si parla più, esiste solo Matteo, con cognome omesso. La Lega Nord è stata sostituita con un più inclusivo “Noi con Salvini”, il Movimento 5 Stelle è sponsorizzato dal blog di Grillo e persino SEL è stata “l’altra Europa con Tsipras“. Le idee sono le persone, la politica è reality e va in onda tutti i giorni sui social network.

I 5 stelle hanno sdoganato un berlusconismo 2.0: il nuovo sogno è dare la possibilità a chiunque di poter fare politica, che di per sè sarebbe anche democratico, se non lottassero per l’introduzione del vincolo di mandato e non fosse un pretesto per creare partecipazione sul blog – pieno di pubblicità – ed elettorato. Berlusconi gli fa eco con la D’Urso che da presentatrice del GF si è reinventata giornalista da scoop sensazionali come quello delle ragazze rom.

In tutto questo un ruolo fondamentale lo giocano i social network e internet in generale.

La dimostrazione pratica ce la fornisce Facebook: Renzi “piace” a 795mila persone, il PD a 151mila. Salvini lo supera con 864mila like, con la Lega ferma a 191mila. Il boom lo fa Grillo che sulla rete e sul “clicca qui!” ha fondato il suo regno: piace a 1,7milioni di persone, mentre il movimento ne raccoglie 443mila. Fanalino di coda Berlusconi: 683mila persone seguono la sua pagina, 114mila quella di Forza Italia. Ma si sa che il suo è un pubblico televisivo, ormai anziano come lui e poco propenso all’utilizzo di internet.

A proposito di vincolo di mandato, apro una parentesi: quando si pone la fiducia su una legge qualsiasi, il voto è palese. Se la fiducia non passa, il Governo cade e probabilmente si va a nuove elezioni. Cosa succederà mai ai parlamentari che non hanno votato la fiducia nella prossima campagna elettorale? Essendo nominati dal segretario di partito, molto probabilmente non verranno ricandidati. Se non è un vincolo di mandato questo, allora è ricatto. Il primo è incostuzionale, il secondo è reato. Chiusa parentesi.

Anzi no: c’è un ultimo esempio di leaderismo/berlusconismo della nostra storia: il voto di fiducia all’Italicum. Perché Renzi ha messo la fiducia sull’Italicum, nonostante i voti sulle pregiudiziali avessero mostrato che aveva già una maggioranza tranquilla? Per due motivi, uno mediatico e uno di strategia politica. Quello mediatico è la prova di forza: ha voluto dare, come sempre, l’impressione di un leader determinato, che ama le sfide e le vince; tra l’altro, fra poche settimane in diverse regioni si vota e Renzi sa quanto agli italiani piacciano gli uomini forti. Quello di strategia politica è polverizzare la minoranza interna.

Quindi cosa fare?

Prenderne atto.

Sono istruzioni Ikea, non ne verremo mai a capo.

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