Io, nato e cresciuto ad Andria, spesso mi son fermato ad ascoltare mia nonna, nata e vissuta ad Andria, e i suoi racconti di gioventù, tutti ambientati ad Andria, eppure svariate volte mi sono perso. Letteralmente. Il problema non è l’Alzheimer (quello riguarda semmai mio nonno), ma la sua toponomastica incompatibile con la mia. Il suo vissuto si è dipanato per decenni nel centro storico cittadino e quando racconta non esistono “via”, “piazza”, “corso”, “largo”, ma “nand a..”, “mezz a..”, “saup a..” e “abbash a..”. Capirete il mio disagio che, sono certo, molti condividono. Ho anche provato ad applicarmi, e qualcosa l’ho imparata, ma, devo ammettere, solo le cose più semplici: u Staccoit, la Gil, u Scialè, la Cateum; quando invece si finisce a parlare di posti come mezz a Pngerm, u Pondcid, r Grött, nand a Ciambëtt, la Chiavoir, la Chiangoit, il mio disagio rimane invariato.

Il disagio che sento comunque è spiegabile con un discorso che può essere generalizzato. L’incomunicabilità fra me e mia nonna deriva dal fatto che per lei il centro storico è un “luogo antropologico”, invece per me è un “nonluogo”. A teorizzare la differenza fra i due concetti è stato l’antropologo Marc Augé. Un “luogo antropologico” è un luogo identitario (caratterizza l’identità di chi ci abita), relazionale (fa sì che si instaurino rapporti fra chi ci vive) e storico (ricorda all’individuo le sue radici storiche grazie a riferimenti a lui comprensibili). Il “nonluogo” invece è ciò che tutto questo non è. È un luogo costruito con una finalità ben precisa, incentrato solamente sul presente, nel quale l’individuo è ridotto ad utente (autostrade, aeroporti, centri commerciali, campi profughi).

Ora, ad Andria, come in molte altre città dopo l’urbanizzazione su larga scala, la maggioranza della popolazione ha preso a vivere fuori dalla parte storica della città che in alcuni casi ha subìto un vero e proprio abbandono. Così i ruoli, per quelli della mia generazione (i quasi trentenni di oggi), si sono paradossalmente ribaltati. “Luoghi antropologici” sono diventati quelli che prima erano periferia, in quelli c’è tutto il mio vissuto; mentre il centro storico si è risolto in un “nonluogo”, un posto totalmente estraneo a me, nel quale mi reco di tanto in tanto poiché “interessante”, ma che non è né relazionale né identitario e neanche storico. La “storia” è nella città vecchia, per me, come potrebbe essere in un museo, appiattita sul presente. L’apprezzo e la conosco, ma non coinvolge il mio vissuto. Mi approccio al centro storico da utente, non da andriese.

 Se questo va bene per la storia in generale, è un peccato che succeda con la storia della propria città che invece dovrebbe implicare appartenenza e coinvolgimento. Rispetto a mia nonna il deficitario sono io e non ho mai pensato che lo fosse lei perché non conosce i nomi appropriati delle vie. Ho invece sempre pensato che il giorno in cui la sua generazione non sarà qui a raccontare avremo perso un consistente patrimonio di cultura popolare, di vicende e personaggi da cui i luoghi hanno i preso i nomi. Così mi è anche venuto in mente che sarebbe bello se l’assessorato alla cultura avviasse un progetto, neanche troppo laborioso, di co-nominazione delle zone della città vecchia, in cui ai nomi ufficiali sui cartelli venissero affiancati quelli che la cultura popolare, col suo secolare processo di antropologizzazione, ha finito per attribuire loro. Sarebbe un modo di salvare qualcosa dal flusso dei tempi che tutto sommerge e rimescola.

Ad ogni modo, una rivincita con mia nonna una volta poi c’è stata. Parlandole di un posto le ho detto che si trovava “nand a Mimein d r berr” ed ho riso fra me e me, conoscendo attimi di pura gioia, quando lei mi ha risposto chiedendomi “i adià s trouv?!”

[ foto Veduta della città, disegno di Francesco Cassiano de Silva, (pubblicata dall’abate Pacichelli in Il Regno di Napoli in prospettiva, diviso in 12 Provincie, Napoli, 1703, par.II, F.201) ]
 
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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

3 COMMENTI

  1. Pezzo davvero interessante… Potrei forse aggiugere che a volte si tende a pensare che certi modi di dire, tradizioni, battute ecc. risalgano a secoli addietro (“dalla note dei tempi”). Quando mi e’ capitato di controllare, in realta’ molti di questi lasciti culturali risalgono a pochissime generazioni fa. Quindi mi azzardo a dire (e sarebbe interessante controllare) che magari molte di quelle espressioni risalgono proprio alla generazione di tua nonna, o di sua madre o sua nonna. E’ possibile che gia’ al tempo di tua nonna siano andate perse espressioni, che so, del Settecento…

    • Bellissimo articolo, molto illuminante! Hai spiegato magistralmente un concetto che avevo nella mia memoria storica, grazie ai miei nonni. Bravo, prof. Colasuonno!

  2. «[…]sarebbe bello se l’assessorato alla cultura avviasse un progetto, neanche troppo laborioso, di co-nominazione delle zone della città vecchia, in cui ai nomi ufficiali sui cartelli venissero affiancati quelli che la cultura popolare, col suo secolare processo di antropologizzazione, ha finito per attribuire loro.»

    Concordo, sarebbe molto bello, davvero un’ottima idea.

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