Tutti noi abbiamo esperienza del profondo legame che unisce una madre al proprio figlio, specie nei primi anni di vita.

Nei primi mesi di vita del bambino, questo legame è così profondo da essere definito dagli studiosi come “simbiotico”, unisce cioè il figlio alla madre in una relazione così intima di interdipendenza, sia sul versante biologico che psichico, da costituire dei due una sola cosa.

Nell’arco della vita dei due, questa esperienza di legame e di attaccamento, non esaurirà più la sua carica e la sua tonalità. Questo esempio ci da la dimensione dell’affetto.

L’”affetto”, infatti, consiste nel sentimento tenero, profondo, stringente, disinteressato e duraturo di attaccamento ad una altra persona, scevro da elementi sensuali.

L’affetto (dal latino ad-facere, fare qualcosa per qualcuno) si manifesta con atteggiamenti di tenerezza, attaccamento, gratitudine, disponibilità, bontà, etc., nei confronti di un’altra persona, con la quale si entra in relazione.

Questa modalità di rapporto è definito come affettività-contatto.

Nelle situazioni comuni, purtroppo, non sempre l’affetto tra due persone è reciproco, come per esempio capita talvolta nell’amore, allorché questo non è corrisposto dalla persona amata, ma ciò non toglie che esso richiami tale reciprocità, in cui questo sentimento trova il suo compimento, come avviene per esempio nell’amicizia.

L’affetto, come ci capita di sperimentare, continua comunque ad affermarsi anche qualora non venga ricambiato e costituisce la dimensione caratterizzante della relazione interumana.

Questa relazione parte dalla conoscenza dell’altro, si arricchisce della conoscenza dell’altro fino a giungere alla comunione con l’altro!

Ecco perché caratteristica importante di essa è l’eco o la risonanza che l’altra persona ci rimanda e che costituiscono il fondamento della vita affettiva.

Questo movimento di risposta all’apertura verso l’altro supera la dimensione individuale, costituisce l’essenza di ogni fenomeno interumano, facendo dell’incontro Io-Tu una nuova realtà che definiamo “Noi”, creando così una “Comunità”.

Volendo connotare in generale l’affettività possiamo definirla come buona o cattiva, ricca o povera, calda o fredda, profonda o superficiale, adeguata o inadeguata, e così via, rappresentando così anche la qualità e le persone coinvolte in questa relazione, che, come possiamo immaginare, a seconda della tonalità, viene o non viene supportata adeguatamente.

La carenza di affettività-contatto in una persona, infatti, determina tutta una gamma di disturbi della capacità di relazione fino alla chiusura totale alla esperienza dell’altro, all’autismo.

Al contrario, l’eccesiva enfasi di essa connota la passione, l’ira, la rabbia che spesso caratterizzano le relazioni esasperate.

Nella osservazione quotidiana così come nella nostra personale esperienza, la presenza di una buona affettività contatto, consente l’incontro con l’altro nelle dimensioni più autentiche e profonde dell’amicizia e dell’amore, nella sua tonalità calda, consolante ed appagante, compresa la declinazione sessuale di tale incontro.

E l’odio, l’ostilità, l’inimicizia, l’ira, la malevolenza, il rancore, etc., e tutta la gamma dei sentimenti che caratterizzano non l’incontro bensì lo scontro con l’altro, come possono essere definiti?

La nostra vita è spesso irta di difficoltà, di contraddizioni, di lotte interiori e non solo, pertanto tutti questi sentimenti, che trovano origine in questo fondo primordiale del nostro sentire, definito come sentimento vitale appartengono alla affettività-conflitto.

Questo fondo primordiale si compone di tutto questo magma indistinto da cui nascono sentimenti, istinti, pulsioni; per cui ancora una volta dobbiamo prendere atto che nulla di ciò che è umano, buono o cattivo che sia, ci è estraneo

In questo fondo, pertanto, troviamo tutto: amore e odio, tenerezza e crudeltà, rancore e perdono etc.., per cui ben possiamo dire: ”Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (lat. «sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me»). (Terenzio:Heautontimorumenos  I, 1, 25)

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Nicola Liso
Ho esercitato per oltre 40 anni la professione di neurologo e noto che oggi sembra di gran moda discutere di situazioni o comportamenti che riguardano l’uomo, servendosi di parole e concetti estrapolati da letture di di psicologia o psichiatria. Si cerca di dare una veste scientifica alle nostre opinioni, azzardando talvolta anche diagnosi specifiche, perdendo di vista la comprensione dello “specifico umano”, che sempre eccede le nostre categorie e che, come specchio, riguarda anche noi, in prima persona. Nelle mie brevi riflessioni presenterò alcuni aspetti della vita quotidiana di ognuno di noi, spesse volte portati all’attenzione di medici o psicologi, rileggendoli semplicemente come “accadimenti umani”, non rientranti nel patologico, cercando di de- psicologizzare e de- medicalizzare situazioni che, invece, sono proprie della condizione umana.

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