“Cristo è venuto per annunciare la buona novella e dialogare, non per condannare: annunciamo il Vangelo!”

I doni che non ti aspetti. Dopo molta fatica e grazie al solerte e fattivo aiuto degli amici Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola, strenui difensori della cultura personalista in Italia e nel mondo, nonché amici di passione weiliana, ottengo il numero di telefono di Mons. Loris Capovilla, la memoria storica di Giovanni XXIII, il suo segretario particolare.

L’oggetto della telefonata è un po’ ambizioso, ma la passione è capace di condurre oltre gli orizzonti già visitati. In breve: padre Perrin, in una sua intervista esclusiva rilasciata a Domenico Canciani, altro nome d’oro per chi studia Simone Weil, avanza l’ipotesi che se Giovanni XXIII non volle che il Concilio Vaticano II usasse l’anathema sit, ovvero la formula di scomunica, questo forse lo si deve all’influsso, diretto o indiretto, che ebbe sul futuro pontefice la lettura dei testi della Weil, una gran parte dei quali venivano pubblicati postumi proprio negli stessi anni in cui Roncalli era nunzio apostolico a Parigi (1944-1953).

La scelta di non servirsi dell’anathema sit appare chiara già nella parte centrale della Gaudet Mater Ecclesia, il solenne discorso con cui, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. A proposito degli errori in materia di verità di fede, vi si legge:

«Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha      anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la     Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le   armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo        più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando».

Animati proprio dalla volontà di capire e farsi capire, un gruppo di studiosi italiani, si è riunito per quattro anni di seguito, prima presso l’ISSR di Trani, poi, per due anni, presso il Monastero dei monaci di Bose, a Ostuni, infine a Teramo, presso il Centro “Prospettiva Persona”. Il loro obiettivo è leggere e commentare insieme la Lettera a un religioso, di Simone Weil, per vedere se alle sue domande, anche sulla scorta del rinnovamento postconciliare, è possibile oggi provare a formulare una risposta in termini nuovi. È per questo che mi viene l’idea di contattare mons. Capovilla ed è per questo che Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese mi spronano a vincere la mia iniziale titubanza.

Compongo, dunque, il numero telefonico in mio possesso e faccio appena in tempo a presentarmi e a chiedere cosa debba fare per poter comunicare con il Vescovo Capovilla che una voce di estrema dolcezza mi risponde: «Capovilla sono io. Mi dica pure di cosa ha bisogno».

Già questa è una sorpresa non da poco:. Capovilla è quasi centenario ed è un nome eccellente non solo nella storia del Vaticano II, ma nella cronaca della Chiesa del XX secolo. Uno si aspetterebbe che le telefonate che riceve siano prima filtrate da un segretario personale e invece no: mons. Capovilla risponde di persona e non aspetta nemmeno che siano esibite le credenziali, si mette subito a totale disposizione. Successivamente, Gabriella Fiori mi scriverà, sulla base della sua personale esperienza, che Mons. Capovilla è veramente persona squisita, spontanea, piena di calore: non posso che confermare. Alla lettera!

Ma il meglio deve ancora avvenire. Dopo aver ascoltato il mio quesito, mi risponde: «Guardi, al momento, non posso confermare, con riferimento specifico a qualcosa di scritto, quello che lei mi dice, ma l’istanza della Weil di abbandonare la formula di scomunica di chicchessia rientra pienamente nella mentalità dell’uomo Roncalli. Non a caso volle un Concilio per confermare l’adesione piena al depositum fidei ed aggiornarne l’esposizione con gli strumenti più adatti alla comprensione odierna, secondo la formula: FEDELTÀ E RINNOVAMENTO. Gesù non è venuto per essere anti (contro) qualcuno ma per salvare tutti».

E, subito dopo, aggiunge: «Lei è sorpreso che Capovilla le risponda al telefono. Più grande sorpresa si è verificata per me, lo scorso Lunedì di Pasqua. Mi squilla il telefono, rispondo e mi sento dire: “Mons. Capovilla, sono Papa Francesco”. Io rimango tramortito e balbetto: “Santità, ammutolisco. Il Papa telefona a me: non so cosa dire”. E lui: “Non occorre che lei dica niente. Sono io che la ringrazio. Ho letto il pieghevole che lei ha preparato per la Pasqua. Ho visto che ha voluto collegare il mio nome con quello di Giovanni XXIII e mi sento chiamato a questa partecipazione di memoria. Grazie, mons. Capovilla. Ho letto qualcosa di lei e conosco tutto Giovanni XXIII”».

«Poi con la semplicità di un bambino – continua Capovilla – l’infanzia spirituale che sovente dimentichiamo, mi chiede: “Preghi un po’ Papa Giovanni per me, perché io diventi più buono?”. Allora mi son detto: Papa Giovanni XXIII è risorto!»

A questo punto, le confidenze che Mons. Capovilla mi rivolge sembrano non volersi più arrestare: «Amici da Roma mi hanno detto: noi siamo convinti che papa Francesco è un santo, lo dobbiamo aiutare. Vedrà, non mancheranno le difficoltà, le incomprensioni: Dio l’aiuterà. Lui è pienamente abbandonato in Dio. Quando Papa Francesco è andato al carcere minorile, un giovane lo ha accolto chiedendogli: «Perché è venuto qua?» Papa Francesco ha risposto: «Porto amore. Sono venuto per servirti».

Provo a intervenire: «Io credo a quello che lei mi testimonia di Papa Francesco. Mi dispiace solo che stia diventando una sorta di personaggio mediatico. C’è, io temo, una sorta di sovraesposizione mediatica. Non crede che, in alcuni frangenti, avrebbe potuto essere un po’ più attento?»

La risposta non si fa attendere: «Guardi, è autentico. Non intende imporre agli altri. A Buenos Aires viveva in due camere, non ha mai voluto abitare nel palazzo vescovile. Ha sempre condiviso la povertà della sua gente. Lei, che è pugliese, non dimentichi Aldo Moro, un innocente: l’hanno lasciato morire! Così con Mattei, un grande uomo: gli hanno messo una bomba sull’aereo. Ma non ci sono solo le morti. Ho stretto la mano a De Gasperi: Dio solo sa cosa gli hanno fatto contro di lui… E quanto abbiamo fatto soffrire Dossetti, il più grande uomo d’Europa. Quanto abbiamo fatto soffrire Carlo Maria Martini. Ora Tettamanzi, che è un angelo, lo dico io che lo conosco dentro e fuori, qui in Lombardia lo chiamano con disprezzo “l’imam”…»

«Il dialogo, Ecc.za, è la via maestra?»

«Conosce il libro Il Dio ignoto? Racconta del dialogo avvenuto ad Assisi – torniamo sempre lì! – tra Giorgio Napolitano e Gianfranco Ravasi, con la moderazione di Ferruccio De Bortoli. Quando l’ho letto, ho pianto e mi son detto: Napolitano è un “giusto di Israele”. Non è un ateo! Noi ce la sbrighiamo con la parola “comunista”, ma Gesù è venuto per colloquiare, non per condannare. Piuttosto che condannare, predichiamo il Santo Evangelo! Se qualcuno mi dice: “Io non vado a messa”, gli rispondo: “Non è vero. Sei mio fratello. Quando celebro, ti porto con me!” Una volta scrissi a Montanelli, che si diceva ateo: “Per favore, non lo dica più! Agostino scriveva che tanti che credono di essere dentro sono fuori e tanti che credono di essere fuori sono dentro”. Sa cosa fece Montanelli? Pubblicò la mia lettera e aggiunse: “Speriamo che sia vero!”»

Intervengo: «Sull’essere dentro e fuori diceva qualcosa di molto simile anche Simone Weil…»

Risponde: «Le prometto ancora che tornerò a cercare quello che mi ha chiesto, per sondare il rapporto tra Weil e Giovanni XXIII».

Oso: «Ecc.za, mentre lei mi parlava al telefono, ho preso degli appunti. Quello che mi ha detto è così bello che vorrei fosse diffuso. Mi permette di pubblicare il contenuto di questa telefonata? Tra l’altro, recentemente ho avuto la fortuna di intervistare mons. Bettazzi e anche lui, a telecamere accese, ebbe a dire che Moro hanno voluto che morisse…»

Ancora una risposta istantanea: «Faccia pure. Pubblichi pure. E mi scriva. Il nostro dialogo continuerà».

Saluto, ringrazio, riattacco la cornetta e mi dico: non bisogna mai smettere di cercare, non bisogna mai rinunciare all’azzardo della speranza.

 

P.S.: L’intervista risale alla primavera del 2013. Una sorta di pudore per le realtà pure mi aveva in precedenza trattenuto dal pubblicare questo testo, nonostante il permesso già a suo tempo accordatomi stato accordato da Mons. Capovilla. La sua recente nomina a Cardinale, tuttavia, mi ha convinto, una volta di più, che non si possono tenere solo per sé le perle preziose.

[Foto copertina: www.histonium.net ]

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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