Il 9 agosto di 72 anni fa, tre giorni dopo Hiroshima, la bomba su Nagasaki. Oggi, le notizie che ci terrorizzano dalla Nord Corea. Camus scriveva: «Di fronte alle terrificanti prospettive che si aprono all’umanità, ci rendiamo sempre più conto che la pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere. Non è più una preghiera, è un ordine che deve salire dai popoli verso i governanti, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione».

Il lettore attento potrà giustamente chiedersi cosa abbia a che fare Albert Camus con Hiroshima. Ora, più che i saggi e i romanzi pubblicati negli anni algerini e a ridosso della guerra, sono stati gli editoriali apparsi su «Combat» a far conoscere al grande pubblico Albert Camus, il giovane pied noir, futuro premio Nobel della letteratura. Combat, negli anni della resistenza, è un movimento di lotta, che pubblica un foglio clandestino con lo stesso nome, destinato a diventare, nei giorni della liberazione di Parigi, un quotidiano unico nel suo genere. Intorno al direttore Pascal Pia, efficiente e disincantato, al redattore capo Camus, appassionato e coinvolgente, si costituisce una piccola redazione, composta da uomini provenienti dalla resistenza, e da alcuni giovani laureati che saranno negli anni successivi intellettuali e scrittori riconosciuti nel panorama culturale francese.

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«Combat», non è questione di linea ma di valori, di principi irrinunciabili, su cui innalzare l’edificio di una democrazia autentica. Il giornale assume il compito di informare i lettori rispettandone l’intelligenza, di commentare gli avvenimenti, le decisioni del governo nel modo più accurato e documentato. Il giornalismo, che si ha in mente, è un giornalismo critico, un giornalismo di idee. Intransigente verso i poteri, autonomo rispetto ai partiti, il nuovo quotidiano costruisce il suo capitale di prestigio proprio sull’indipendenza tenendosi, per quanto possibile, equidistante sia dal liberalismo che dal collettivismo. Consapevole del contributo dato dal partito comunista nella Resistenza e del suo radicamento negli strati operai, «Combat», e Camus in particolare, rifuggono da un anticomunismo preconcetto. Nell’organizzazione del giornale non sono previste vere e proprie riunioni di redazione: ogni collaboratore lavora in piena autonomia, e il direttore, stimato per la proverbiale meticolosità e competenza, verifica l’esattezza formale di ogni contributo. Dal sentimento di partecipare a un’impresa comune tra giornalisti e operai nasce un cameratismo che Camus apprezza molto, analogo a quello che vige tra giocatori in una squadra di calcio o tra attori in una compagnia teatrale.

Gli editoriali, prevalentemente affidati alla penna di Camus, prima d’andare in stampa, sono discussi dai più stretti collaboratori. Non di rado egli li legge anche agli operai, proti e linotipisti, coi quali familiarizza volentieri attorno al bancone. Una foto color seppia lo ritrae visibilmente felice, in piedi, le maniche della camicia rimboccate, in mano un bicchiere di vino mentre brinda con giornalisti ed operai. Felice con i compagni, felice d’un mestiere che ama e assolve con rigore, incurante d’andare contro corrente, come nel memorabile editoriale dell’8 agosto 1945, in cui grida al mondo l’orrore per il lancio della bomba atomica sulla città di Hiroshima.

L’evento inaudito, occorso il 6 agosto 1945 gli ispira una riflessione angosciata sui destini dell’umanità, seguita dalla perentoria richiesta di una politica internazionale completamente nuova. Solo nel coro di celebrazioni, Camus scorge nell’evento una catastrofe per l’umanità; Hiroshima e Nagasaki segnano una frattura, un punto di non-ritorno nella storia umana. Quasi tutti i commentatori, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, mentre le rovine di Hiroshima sono ancora fumanti, evocano ammirati la «grande scoperta», indugiano sugli aspetti esaltanti della «rivoluzione scientifica». Credendo di interpretare i sentimenti degli uomini stremati dalla guerra ne evidenziano con miopia gli effetti immediati, la fine di un incubo durato più di cinque anni.

Hiroshima

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L’editoriale dell’8 agosto che Camus consegna ai compagni linotipisti, è l’esempio più compiuto del suo giornalismo etico, di una scrittura pubblica, capace d’andare oltre l’evento, additando le conseguenze ancora inimmaginabili di una decisione inaudita. L’irresponsabile trionfalismo predominante nella stampa gli appare osceno, denunciandolo introduce nel coro unanime una nota stonata, stridente; costringe a guardare la terrificante distruttività dell’arma nucleare, addita i confini di una barbarie fino a quel momento sconosciuta, denuncia la possibilità evidente di un suicidio collettivo. È un testo il suo da leggere, da meditare, nella sua integralità, soprattutto in questi giorni in cui l’incoscienza folle del dittatore nord-coreano Kim Jong-un evoca la possibilità di una nuova guerra nucleare.

«Il mondo è quello che è, poca cosa. Da ieri, lo sappiamo tutti, grazie al formidabile concerto che radio, giornali e agenzie d’informazione hanno inscenato a proposito della bomba atomica. Nel mezzo d’una marea di commenti entusiastici ci informano, infatti, che qualsiasi città di media grandezza può essere completamente rasa al suolo da una bomba grande quanto un pallone da football. Giornali americani, inglesi e francesi si profondono in eleganti dissertazioni sul futuro, sul passato, sugli inventori, sui costi, sulla vocazione pacifica e sugli effetti bellici, sulle conseguenze politiche e persino sul carattere indipendente della bomba atomica. Detto in una frase: la civiltà della tecnica ha attinto il suo ultimo stadio di barbarie. Bisognerà scegliere, in un futuro più o meno prossimo, tra il suicidio collettivo o l’utilizzo intelligente delle scoperte scientifiche.

Per il resto, è consentito almeno pensare che c’è qualcosa d’indecente nel celebrare in questo modo una scoperta posta, innanzi tutto, al servizio della più spaventosa furia distruttrice di cui l’uomo abbia dato prova da secoli. In un mondo in balia a tutte le lacerazioni della violenza, completamente privo di controllo, insensibile alla giustizia e alla semplice felicità degli uomini, la scienza si dedica all’omicidio organizzato, e nessuno, a meno di un incorreggibile idealismo, sembra stupirsene.

Queste scoperte devono essere menzionate, commentate per quello che sono, annunciate al mondo perché l’uomo possa farsi una giusta idea del suo destino. Ma avvolgere queste terribili rivelazioni in una letteratura pittoresca o umoristica è davvero intollerabile.

In un mondo torturato già si respirava a fatica, ecco che ci propongono una nuova angoscia, che ha tutta l’aria d’essere definitiva. Questa è forse l’ultima occasione offerta all’umanità. E ciò può anche essere il pretesto per un’edizione straordinaria. Invece, dovrebbe essere soprattutto l’occasione per alcune riflessioni e di molto silenzio.

Del resto, ci sono altre ragioni per accogliere con riserva il romanzo di fantascienza che i giornali ci propongono. Quando vediamo il redattore diplomatico dell’Agenzia Reuter annunciare che questa invenzione vanifica i trattati e cancella tutti gli accordi, anche quelli di Potsdam, rilevare che è del tutto indifferente se i Russi sono a Kœnigsberg o la Turchia ai Dardanelli, non si può fare a meno di supporre dietro al bel concerto delle intenzioni piuttosto estranee al disinteresse scientifico.

Sia ben chiaro. Se i Giapponesi capitolano dopo la distruzione di Hiroshima e per effetto dell’intimidazione, possiamo solo compiacercene. Ma rifiutiamo di trarre da una notizia così grave nient’altro che la decisione di perorare con una maggior energia in favore di una vera società internazionale in cui le grandi potenze non avranno diritti superiori a quelli delle nazioni piccole e medie, e in cui la guerra, flagello divenuto definitivo solo a causa dell’intelligenza umana, non dipenderà dagli appetiti o dalle dottrine di questo o di quell’altro Stato.

Di fronte alle terrificanti prospettive che si aprono all’umanità, ci rendiamo sempre più conto che la pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere. Non è più una preghiera, è un ordine che deve salire dai popoli verso i governanti, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione».

 

Fontehttps://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e0/Nagasakibomb.jpg
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Domenico Canciani
Domenico Canciani ha insegnato Lingua e civilizzazione francese nell’Università di Padova, occupandosi di Minoranze, storia intellettuale nella Francia del XX secolo e nel Maghreb, dei temi del dialogo interreligioso curando gli scritti di Louis Massignon (L’ospitalità di Abramo. All’origine di ebraismo, cristianesimo e islam, 2002; La suprema guerra santa dell’islam, 2003). Da anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Simone Weil, pubblicando articoli e monografie. Nel 2012 il volume Simone Weil. Le courage de penser, sintesi delle sue ricerche, ha ricevuto il Prix Biguet de l’Académie Française. Con Maria Antonietta Vito ha avviato una sistematica traduzione e cura di molti scritti della pensatrice francese.

1 COMMENTO

  1. Mi viene in mente la poesia “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo scritta nel 1946 contro la crudeltà umana: “ Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…”. Stiamo vivendo una nuova era del terrore e i governanti delle superpotenze sembrano aver perso la memoria, sempre se ne avessero mai avuta una, di quegli orrori che le guerre hanno prodotto.
    Bisogna imparare dagli errori e orrori del passato per scegliere governanti e decisori illuminati che sappiano operare per il bene comune.
    Condivido pienamente l’auspicio di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione, sperando che il popolo ritorni ad appassionarsi al valore della ragione e della conoscenza piuttosto che abbandonarsi pigramente all’istinto o ad un miserabile “non è affar mio”.
    La scienza, per sua natura, non opera per la distruzione; sono gli uomini che utilizzano e indirizzano gli aspetti esaltanti della rivoluzione scientifica verso binari antidemocratici.
    Purtroppo, la storia della bomba atomica ha rappresentato una delle imprese più devastanti di collaborazione tra mondo scientifico, industria bellica e classe politica: un mix esplosivo. Era un’altra epoca e il così chiamato “progetto Manhattan”, finanziato dal governo Roosvelt nel 1942, nacque dalla convinzione, che i nazisti stessero ultimando la costruzione dell’esplosivo atomico, grazie alle scoperte sulla fissione nucleare dei fisici tedeschi Hahn e Strassmann.
    La nascita dell’Europa ha evitato tanti conflitti, ma la miopia e l’ego ipertrofico di molti governanti sta paurosamente minando le fondamenta di un mondo di pace costruito sulla memoria della guerra.
    Serve una presa di coscienza e il ritorno al pensiero razionale

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