La scienza, l’appello alla religione e alla volontà: la vita e il pensiero di Hélène Metzger, ebrea e filosofa della scienza, morta ad Auschiwtz

In La scienza, l’appello alla religione e alla volontà (Pensa MultiMedia Editore s.r.l.
Lecce/Rovato 2015; ed. originale: La Science, l’appel de la religion et la volonté humaine, Paris, E. De Boccard Éditeur, 1954) Hélène Metzger offre una sofferta testimonianza di una pensatrice che, avendo consacrato l’intera sua esistenza alla causa della scienza e alla indagine del suo fondamento epistemico, s’accorge che essa è stata stravolta, violentata, adattata a fini non suoi, vale a dire non a comprendere il mondo e a servire la vita, ma a devastare il primo ed eliminare “scientificamente” la seconda.

In altri termini, Hélène Metzger si interroga su quanto l’asservimento della scienza alle ideologie totalitarie l’abbiano distolta dalla sua vocazione intrinseca e le sue pagine ci offrono una analisi critica delle cause che hanno determinato tale stravolgimento, cause che ella indica in una serie di fattori di radicale cambiamento verificatosi tra fine Ottocento e primo Novecento. Ci riferiamo, da una parte, ad un uomo che, grazie anche alle acquisizioni in campo tecnico, è sempre più potente e sempre più fedele assertore della “positività” assoluta della scienza; dall’altra al fatto che proprio la cieca fede nella scienza lo porterà ad accettare acriticamente come buono tutto ciò che la scienza scopre e la tecnica permette di riprodurre. Se si aggiunge a questo il fatto che le ideologie al potere sono capaci di asservire la scienza alla propria volontà di potenza, la miscela, letale ed esplosiva, è fatta. Il resto è storia…

Hélène Metzger era nipote dell’antropologo Lucien Lévi-Bruhl; di origine ebraica, perse la sua vita ad Auschwitz nel marzo 1944, all’età di 55 anni. Il suo vero nome era Hélène Emilie Bruhl, ma prese il cognome del marito Paul Metzger, morto sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale; una misura che, come detto, non riuscì a preservarla dal campo di sterminio.  Laureata in cristallografia, nel 1914 avviò i suoi studi di storia della chimica, grazie anche all’incoraggiamento di Gaston Milhaud; inoltre, a partire dal 1921 collaborò con George Sarton alla rivista “Isis” e curò l’organizzazione dei primi Congressi Internazionali di Storia delle Scienze; infine,  entrò a far parte del Centre International de Synthèse, fondato da Henri Berr. Quando la Francia finì sotto occupazione e la via più sicura era fuggire, Hélène Metzger si rifiutò di lasciare il suo Paese e anzi si spese a favore di organizzazioni umanitarie a servizio di profughi; a Lione sostenne anche l’azione del Bureau d’études juives, che si occupava di permettere la prosecuzione degli studi a studenti ed intellettuali ebrei. Ricca la sua produzione scientifica: La genèse de la science des cristaux (1918), Les doctrines chimiques (1923), Les concepts scientifiques (1926), La philosophie de la matière chez Lavoisier (1935), Attraction universelle et religion naturelle chez quelques commentateurs anglais de Newton (1938).

A Mario Castellana il merito di aver riportato alla luce gli studi di Hélène Metzger. In particolare, ha curato l’edizione italiana di un volume di scritti epistemologici della Metzger, apparso nel 1987 nel “Corpus des Oeuvres de Philosophie en langue française” (Paris, Fayard), dal titolo La méthode philosophique en histoire des sciences (trad. it.  Il metodo filosofico nella storia delle scienze. Testi 1914-1939 e lettere raccolti da Gad Freudenthal, a cura di M. Castellana, Manduria, 2009).

Quanto a La scienza, l’appello alla religione e alla volontà, il volume, sapientemente curato ancora da Mario Castellana e arricchito da saggi dello stesso curatore, oltre che di Alessandro Giuliani, Arcangelo Rossi, Gabriella Sava, Enrico R.A. Calogero Giannetto, riporta alla luce un’opera concepita e redatta in Francia, proprio al tempo dell’Occupazione nazista.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...