Dalla fragranza della terra degli avi ai… miasmi del glifosate ovvero gli effetti collaterali del “seccatutto”

Marzo 1995. I pesanti rintocchi degli scarponi, nel silenzio fragoroso dell’alba, arrivano flebili, dal soffice tappeto vegetale, alle invisibili orecchie delle molteplici erbe vezzeggiate dalla brezza primaverile. Sono quelli del giovane contadino, dalla bocca ancora impastata di voraci baci passionali ed una guancia imbrattata, di fresco, da una lingua di nutella impressagli dalla figlioletta di tre anni. Svegliatasi in piena notte, allo scoccare degli squilli della sveglia paterna.

Svuota rapidamente il cofano, le taniche di acqua sono già a terra. Gocciolanti. Riempie una ruvida vasca di plastica nera, vi sparge magicamente della strepitosa polverina, il glifosate, e rimesta con energica voluttà.  Il favoloso diserbante chimico è pronto per dare senso al suo esistere, calpestando la vita altrui.

Nei giorni precedenti, Giacomo aveva provveduto a potare e legare i tralci, selezionando quei tre o quattro per ceppo che gli permettessero di ottenere da un ettaro oltre cinquecento quintali di uva. Col volto coperto da una inutile mascherina, poi, fuggiva a perdifiato inseguito inesorabilmente dall’infernale nuvola vaporizzata che si scatenava alla sue spalle, aerosol di pesticidi e fitoregolatori.

Oggi, cambia, lo spartito e la location naturale, ma si gusta ancora divina musica chimica. Il prode Fieramosca, infatti, energicamente, si addossa la pompa idraulica ed irrompe all’attacco, con lancia in resta, delle infami erbacce. Per sterminarle. Dovrà, poi raggiungere un altro podere. In fretta. Per fresare, spargere numerosi sacchi di concimi chimici e… mettere a dimora la sua monocoltura di piantine da cui penderanno rigogliosi peperoni gialli. Identici nella forma e dimensione. Dalla pelle morbida, letteralmente esente da antiestetiche macchioline e disgustose morsicature.

Quando il sole, stanco, riposerà sull’ondeggiante liquido giaciglio del mare Adriatico sotto le coltri dell’orizzonte, lo stacanovista ritornerà a casa, svuoterà un litro di latte, per disintossicarsi. Poi, dopo una doccia, che sturerà i pori intasati di terriccio, sudore, residui di pesticidi, tracce di erbicidi, avanzi di concimi chimici… e, dulcis in fundo, polveri mp10, divorerà, sul bordo della sedia, assieme alla sua famigliola, un boccone. Che gli procura stranguglioni. Che non possiede, inoltre, il sapore antico di quando alla cucina appetitosa armeggiava, paziente, per ore, sua madre, con ingredienti di qualità. E via di corsa a piazza A. Moro, crocevia del mondo relazionale della campagna e mercato di braccia contadine

Le erbe, curiose, guardano l’attraente e dinamico giovane dalla splendente chioma corvina, che si agita al vento come i loro affusolati nastrini di clorofilla. Qualcuna scuote il capolino dalle ligule bianche che fanno corolla a minuscoli fiorellini gialli assiepati nell’area centrale. Un pugnetto rosso porpora, sbocciato su un elegante stelo, si guarda intorno, compiaciuto per l’elegante altezza raggiunta. Vistosi solo, reclina, mesto, la sua glabra capsula sotto il cielo turchino.

Dall’ugello schizza, nebulizzandosi, una sottile e lieve pioggerellina che le accarezza, provano per un attimo un brivido di refrigerio, le inoffensive erbe spontanee, che ammantano la soleggiata campagna barlettana. Loro non vedranno, ahimé!, l’esplosione di grappoli che gioiosi penderanno dai tralci serpeggianti. Vorrebbero ringraziare quell’uomo generoso che si prodiga di cure per la loro salute. Finora solo il cielo aveva prestato attenzione alla propria umiltà esistenziale, rovesciando acqua a profusione. Trangugiata dalle ingorde radici. Il vento di tramontana, invece, ne aveva sconvolto orrendamente i capelli vegetali, mentre il freddo intenso delle notti di brina, che non terminavano mai, le aveva atrocemente raggelate.

Passa un attimo. Un altro ancora, poi uno strano formicolio comincia a farsi sentire per le verdi cellule e fibre serpeggianti, ed i minuscoli alvei di linfa grezza lievemente si contraggono indolenziti. Si insospettiscono momentaneamente, le piccole creature spontanee, ma vengono rasserenate dal frenetico lavoro di elaborazione ed assimilazione dei nutrienti trasportati dal liquido linfatico, dalla voglia di crescere ed infine dalle carezze delle soleggiate folate di vento che le rendono banderuole.

Saltella lungo la mulattiera una sconquassata bicicletta, la ruota anteriore si impantana in un viscido solco di fango, l’anziano ciclista precipita malamente in una pozzanghera, ma, imperturbabile, Giacomo continua a spargere freneticamente innocua morte. Si ode lo strombazzare di una vettura amica, il conducente si sporge dal finestrino, agita festosamente il braccio, ma parte nella sua direzione uno sbrigativo saluto da un rapido cenno di mano, che lascia di stucco il viso del malcapitato ospite. Poco distante, un topo affamato sguscia da una catasta di tralci ammonticchiati alla rinfusa, che frana. Però, il caotico e destabilizzante fruscio non distrae minimamente l’assorto irroratore. Neppure la vicina canea di una muta di cani randagi lo scuote dalla sua assorbente impresa.

Quando però, l’irritazione si fa più assillante, le inconsapevoli vittime, sgomente, cominciano ad allarmarsi, non avevano mai avvertito in precedenza una simile fastidiosa sensazione urticante. Il tempo prende una pausa, ma sembra dilatarsi all’infinito, e gli spasmi di un bruciore intollerabile non forniscono un attimo di tregua. Le poverine cominciano ad urlare di dolore, la loro lancinante richiesta di aiuto viene raccolta, invano, solo dalle torme di brulicanti batteri, indaffarati nel metabolizzare residui vegetali in fertili sostanze, dagli stuoli di larve di insetti ancora assonnate, dai lombrichi assorti nello scavare gallerie e da una lucertolina in allerta che, dall’alto di un cumulo di pietre, sedotta dalla splendida sfera accecante, fa all’amore con il sole.

Le malevole vedono ripartire a tutto gas il contadino dalle callose mani grondanti l’elisir che le sta uccidendo. Perdono coscienza e si afflosciano al suolo. Stecchite! In poche ore il verde, dalle mille sfumanti tonalità vira gradatamente verso il giallo e l’ocra. Svaniscono nell’indistinto giallastro i mille colori degli svettanti fiori.

La tracimante fragranza sprigionata dal soffice manto vegetale, dalle infiorescenze, dai fiori e dalla terra pregna di vita multiforme, cede il posto al nauseabondo cimitero generato dalle sostanze irritanti. Il rigore della morte immobilizza le tenere pianticelle di… calendula, le… malve dei decotti, i gustosi…agli selvatici, le… graminacee, le… rucole sforacchiate, le bitorzolute… borragini, gli ispidi… cocomeri asinini e… mille altre essenze vegetali, conviventi da epoche ancestrali in una pace perennemente conflittuale.

Sono state avvelenate dalla sostanza tossica, elargita copiosamente dal padre della deliziosa Clara e prodotta in fabbrica da operai, solleciti di cure per i piccoli rimasti a casa o impegnati nelle attività scolastiche. Biologi, chimici ed agronomi avevano dato il meglio del loro talento, per mettere a punto, con infinite ed accurate ricerche di laboratorio e studi epidemiologici, il principio attivo, che doveva debellare le piante infestanti. Gli industriali della chimica, festanti, vendevano a prezzi lucrosamente redditizi le azioni provenienti dal commercio dei loro prodotti. Il mondo della finanza, poi, come in un casinò, rastrellava, da compiaciuto croupier, tutte le puntate.

Passano gli anni, i capelli dei tanti impegnati nella pianificazione, produzione, vendita e d utilizzo degli erbicidi, diventano radi, deboli e canuti. Le certezze assiomatiche del passato cominciano a dileguarsi. Le verità angoscianti si affacciano irruenti alla coscienza di molti protagonisti, figuranti e… spettatori distratti da frivolezze di ogni sorta. I consumatori consapevoli si allarmano e protestano per la difesa del cibo genuino, per la tutela della loro salute. Gli ambientalisti lottano con vigore per la salvaguardia della biodiversità. Assieme alle tante tragedie di esseri viventi, di un intero pianeta agonizzante, strozzato da una catena di responsabilità individuali, sociali e politiche ed economiche, si consuma il dramma personale e familiare del contadino di Barletta.

Marzo 2015. Giacomo Rizzi, canna al vento per il Parkinson, tra…sci…nan…do…si, segue curvo e singhiozzante il feretro della giovane figlia prediletta. Lo sorreggono due giovani, rigogliosi e più alti di lui di una spanna. Due vezzose bambine, rovescianti cascate di lacrime, tenute per mano dal loro paparino, portano, dietro la funebre vettura, cuscini di fiori, stillanti gocce di dolore.

Giacomo, terremotato da un fremito, scrolla la testa, quando gli affiora il ricordo del baffo di nutella impresso sul suo viso, ed il pensiero corre, poi, saltellando per associazioni impreviste, alla destabilizzante domanda dell’oncologo di sua figlia, dal quale si era recato assieme al giovanissimo genero, anche lui agricoltore. “Signor Rizzi, ha mai usato il glifosate nei suoi poderi?” “Sempre dottore, è molto efficace! È il più utilizzato al mondo!” Il giovane consorte annuisce, avendo condiviso l’identica pratica agricola del suocero.

Dopo una lieve pausa riflessiva, Giacomo: “Perché me lo chiede, dottore, lo usa anche per i suoi appezzamenti?” Una doccia fredda si abbatte sugli ignari interlocutori! “È stato classificato come ‘cancerogeno probabile’ dalla International Agency for Research on Cancer di Lione, organo di riferimento scientifico per Organizzazione Mondiale della Sanità. La notizia la si rinviene su Lancet Oncology”, è la risposta agghiacciante del luminare.

“La multinazionale Monsanto, però, ha definito ‘spazzatura’ questa pubblicazione scientifica di altissima ed indiscussa serietà internazionale”, continua.

Già nel 2001, in realtà, da ricerche di laboratorio, ma anche da diversi studi epidemiologici sull’uomo, è emerso che l’esposizione all’erbicida aumenta, in particolare, il rischio di linfomi.

Anche gli insetticidi malation e dazino vengono classificati come “probabili cancerogeni per l’uomo” ed inseriti nel “gruppo 2A”.

Sbiancando nel viso, a testa china, quell’uomo di fatica, distrutto nei suoi affetti paterni, ammette: “Purtroppo…, li ho utilizzati anch’io …e di frequente!!!” Il marito di Clara, già traballante per le tante notti insonni e sofferenze condivise con la giovane sposa, si accascia, stremato, su una sedia.

“Signor Giacomo, signor Antonio, il glifosate viene irresponsabilmente utilizzato anche per diserbare cigli stradali e massicciate ferroviarie. Ho visto personalmente spruzzare l’erbicida, a metà mattinata, nei pressi della Scuola Elementare “G. Modugno”, aggiunge l’eminente oncologo.

“Tenete, inoltre, presente che il modello di agricoltura dominante, ormai, non è più sostenibile neanche per la giurisprudenza europea. Infatti, la Direttiva 2009/128CE del Parlamento Europeo e del Consiglio insiste nel suggerire il ricorso a pratiche o prodotti che presentano minor rischio per la salute umana e l’ambiente. Il treno ancora in corsa della dominante strategia chimica, purtroppo, non ha ancora perso la velocità inerziale. E travolge persone, e devasta ecosistemi.

L’Italia, poi, in applicazione della Direttiva Europea, – aggiunge l’oncologo che non cessa di far scorrere, in un continuo andirivieni, la sua calda mano lungo la schiena ossuta dell’inebetito interlocutore – ha finalmente approvato un Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari.

Inoltre, – guardando con pietosa tenerezza quel giovane marito in lacrime – l’Associazione dei medici per l’Ambiente, della quale mi onoro di far parte, ha prodotto un documento su Agricoltura e pesticidi, per informare sui i rischi che l’esposizione cronica ai pesticidi comporta per la salute umana. Molte evidenze scientifiche, infatti, sia sperimentali che epidemiologiche, documentano i danni a carico del sistema nervoso, endocrino, immunitario, riproduttivo, renale, cardiovascolare e respiratorio. Noi medici diffondiamo le conoscenze in nostro possesso per sollecitare le autorità ad adottare politiche agricole più rispettose della salute e del’ambiente. Infine, auspichiamo che i consumatori assumano comportamenti alimentari responsabili”.

Vorrebbe sprofondare tutte le volte che riaffiorano quelle informazioni scientifiche che lo avevano messo a soqquadro. Tanti colleghi della terra, come lui, si sentono necessitati nell’uso di pesticidi, per non soccombere economicamente. Nel corso degli anni, aveva inondato spavaldamente i suoi poderi di fiumane di erbicidi ed antiparassitari! Di anno in anno, le colture, insaziabili, ne pretendevano sempre di più. Le entrate diventavano progressivamente più magre per gli alti costi delle spese sostenute nell’acquisto di fitofarmaci. Poi, la concorrenza sleale di prodotti letteralmente adulterati, provenienti da Paesi emergenti chiudeva il diabolico cerchio!

Non ha il coraggio, però, di chiedere, ulteriormente al medico, che ancora continua a percorrergli amorevolmente la schiena, se il glifosate sia anche responsabile di malattie degenerative come il suo Parkinson. Non si rende conto che il sanitario già gli ha risposto.

Nella commozione del drammatico momento, sentendosi responsabile del tragico evento, si insinua nel suo petto il sospetto che forse avrebbe dovuto avere maggiore rispetto per la sua campagna. Sfalciarne le erbe, pacciamare le colture, ricorrere alla concimazione biologica, sostenere la lotta biologica. Concedere un rilassante e tonificante riposo alla terra, periodicamente, come avevano ben inteso gli analfabeti contadini di una volta. Alternare le colture. Forse ha troppo preteso da sé, dal terreno, saccheggiandolo ed indebolendolo gravemente. Il sistema immunitario dei suoi alberi ed arbusti, certamente si è indebolito.

Si era preso spavaldamente gioco, in più occasioni, dell’agricoltura sinergica e della permacultura, di cui pochi coraggiosi ed inascoltati pionieri gli avevano riferito! Aveva dileggiato il modello socio-economico della bioeconomia (scienza economica che conferma l’importanza dei tradizionali capisaldi del lavoro e del capitale, ma non dimentica il valore inestimabile dell’ambiente), al quale aveva fatto riferimento, con lucidità ed ardore, il giovane Andrea Strozzi, esperto di problematiche economiche, in un’assemblea cittadina. Lui, per curiosità, vi aveva partecipato con un risicato manipolo di contadini. Eppure la campagna pubblicitaria degli organizzatori non aveva lesinato sforzi!

Nonostante il turbamento, rammenta, sotto gli occhi vigili del fiume di persone mestamente assiepate lungo i marciapiedi, che l’antico colore della terra lavorata da generazioni di antenati è diventato più scialbo. Un mortificante grigio tendente all’azzurrognolo ha bandito il vivido humus nero. Alle sue narici non arriva più il profumo del fragrante suolo di una volta, di quando ancora bambino raccoglieva le lumache e catturava le cicale che il giorno seguente liberava in classe. Creando allegro scompiglio tra i banchi festosi degli amichetti e costringendo la maestra ad usare la bacchetta nodosa sulle sue manine dalle unghie orlate di nero. I lombrichi? Spariti. Dileguate, le lumachine, vezzosamente impegnate, una volta, nel passeggiare, bavose, sulle foglie dei grossi cavolfiori. Le api non si facevano più vedere, ronzanti, nel suggere polline e nettare, dai fiori. E l’impollinazione ne aveva risentito, facendo precipitare a picco la produzione. Da un giorno si era eclissata anche quella figliuola che da piccola affettuosamente gli stampava la nutella sul viso.

Quando alle sue orecchie arriva la voce del celebrante che recita “Lodato sia il Signore…” il suo pensiero corre rapido al Cantico delle creature che Clara aveva recitato con voce espressiva da un palco improvvisato della scuola media “R.Moro”. Ricorda ancora, nitidamente, il pensiero chiave: “Laudate sie, mi Signore per sora nostra madre terra, la quale ne sostenta et governa et produce diversi frutti con colori fiori et erba”.

Gli si squarcia il cielo della verità. Si spalanca l’abisso della paura. I denti affondano nel labbro inferiore, facendo sanguinare la carne. Tutto, ora, gli è veramente luminoso. Di altra luce! Troppo tardi. Per Clara! Per lui! Per tanti uomini, donne, bambini e vecchi, con cui non aveva mai condiviso le gioie, i dolori e le speranze della vita! Per le miriadi di creature vegetali ed animali, falcidiati! Per la terra contaminata! Per il fiume Ofanto offeso! Per il mare Adriatico inquinato! Per il cielo avvelenato. A tutti, sommessamente chiede perdono! “Che l’inclemenza degli errori non si avventi sulle mie stupende nipotine, su quegli angioletti privati anzitempo della loro mammina, la persona più cara al mondo,” spera ardentemente in cuor suo, spalancando gli occhi.

Alza, allora, sconsolato la testa verso il Cielo, e la luna, cullantesi in un rasserenante azzurro, gli risponde con un sorriso balsamico e taumaturgico. “Se Dio continuerà a darmi vita…” , proferiscono i suoi occhi, detersi da un fazzoletto bianco, poi guarda, tremulo, il suo corpo ondulante e… continua a tra…sci…na…r…si penosamente.

FonteDomenico Dalba
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.