Nell’immaginario comune gli immigrati sono il peso per eccellenza dell’economia italiana: sono quelli per cui “spendiamo 30 euro a testa”, quelli di cui dobbiamo prenderci cura “con i soldi nostri”. I dati però ci dicono che gli stranieri contribuiscono al Pil italiano per l’11% e questo anche perché, in buona parte, sono dei bravi imprenditori.

Sono dette “imprese immigrate” le imprese il cui controllo è gestito da lavoratori di origine straniera, che sia nato all’estero il titolare o la maggioranza dei soci. Il rapporto Idos 2014 “Immigrazione e imprenditoria” si occupa proprio di loro, mettendo in luce curiose e spesso inaspettate tendenze.

Una di queste è che a differenza degli imprenditori italiani, quelli stranieri hanno chiuso in positivo il bilancio fra imprese cessate e imprese avviate. Tra la fine del 2011 e la fine del 2013 (il periodo più recente da cui ricavare dati certi) le imprese guidate da stranieri registrate negli elenchi camerali sono aumentate del 9,5 per cento, mentre quelle dirette da italiani diminuite dell’1,6 per cento, nonostante i non italiani siano penalizzati su diversi piani come quello burocratico, di accesso al credito e d‘inserimento nel mercato interno.

Dunque su circa 6 milioni di imprese presenti in Italia, 497 mila sono gestite da stranieri, ossia l’8,2 per cento del totale, che non è molto lontano da quel 7 per cento che costituisce la percentuale di stranieri residenti oggi nel nostro Paese.

La forma di tali imprese è molto coerente con quella del resto del tessuto imprenditoriale italiano, vale a dire composto in larga parte da piccole e medie imprese. Così fra quelle immigrate, l’80 per cento sono imprese individuali e, di conseguenza, a esclusiva conduzione immigrata. Tuttavia è quel restante 20 per cento a rappresentare un caso interessante. Esso è costituito da società di capitali e da cooperative, che hanno registrato i più cospicui incrementi nel periodo preso in esame, aumentando rispettivamente del 13,7 per cento e del 15,9 per cento e confermando così il dinamismo della componente immigrata nel mercato italiano.

I settori in cui l’iniziativa imprenditoriale straniera si concentra maggiormente, come avviene per i posti di lavoro in generale occupati da immigrati, sono quelli lasciati vuoti dagli autoctoni, ossia commercio ed edilizia, caratterizzati da piccoli investimenti iniziali, ma anche poche possibilità di crescita. Il commercio si prende il 35,2 per cento della fetta totale, mentre le costruzioni il 25,4 per cento, seguono settore manifatturiero e alberghiero. Come immaginabile la metà di queste imprese si raccolgono al Nord, con la Lombardia a farla da padrone, al Centro si attestano intorno al 26 per cento, il Sud vanta il suo dignitoso 22 per cento.

Dati molto interessanti, che si aprono a diverse chiavi di lettura, emergono dall’analisi dell’imprenditoria femminile straniera. Le donne straniere imprenditrici sono un quarto degli stranieri imprenditori in Italia e a quanto pare le loro attività prosperano, essendo aumentate solo nell’ultimo anno del 5,4 per cento. Va fatto notare anche che la maggior concentrazione di donne non italiane a capo di un’attività si attesta in regioni meridionali come il Molise (dove sono il 35,6 per cento), la Basilicata (33,5 per cento) e l’Abruzzo (31,5 per cento), mentre in aree come Roma o Milano si fermano al 22 per cento.

Cinesi, marocchini, romeni e albanesi sono le etnie, in ordine di grandezza, dal più spiccato spirito imprenditoriale, uno spirito che il rapporto Idos consiglia di incoraggiare visti i vantaggi che questo comporta per il nostro sistema Paese e per le nostre politiche di integrazione. La scelta imprenditoriale costituisce spesso una strategia di auto coinvolgimento nel mercato del lavoro, in periodi in cui il lavoro dipendente scarseggia, nonché una concreta possibilità di avanzamento sociale altrimenti assolutamente improbabile per gli stranieri. Oltre a ciò gli imprenditori stranieri potrebbero essere un buon viatico per l’internazionalizzazione del sistema imprenditoriale italiano considerato che secondo il Cnel il 16 per cento delle imprese immigrate intrattiene rapporti commerciali con i Paesi d’origine dei loro titolari. Infine, si calcola che gli immigrati hanno contribuito per l’11 per cento sulla richiesta di crediti finanziari nel 2013, mentre sono stati un sostegno non trascurabile per la nostra economia producendo il 6,1 per cento del valore aggiunto.

Sembra dunque che anche l’analisi del settore imprenditoriale sconfessi l’idea per cui gli immigrati sarebbero solo un peso per lo stato italiano, ribadendo che se di “crescita” si vuole tornare a parlare nel nostro Paese, questa non può che essere condivisa e progettata tenendo conto dei nuovi concittadini.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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