L’avv. Marco Tacchio è originario di Andria. Sposato e padre di due figli, nel 1995 ha conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Macerata, si è abilitato all’esercizio della professione forense nell’anno 1999 ed è iscritto all’Albo degli Avvocati dall’anno successivo. Attualmente esercita quasi esclusivamente nel settore penale.

Negli ultimi anni tanti casi processuali sono diventati veri e propri casi mediatici: si pensi al tristemente noto caso di Avetrana. Quanto i media, oggi, possono influenzare magistrati e avvocati nel loro operare all’interno delle aule di giustizia? Non si corre, forse, il rischio che molte sentenze fungano da silenziatori dell’allarme sociale susseguente ad un caso cruento?                                

L’influenza che i media possono esercitare sull’operato degli addetti ai lavori è, purtroppo, enorme, fino a determinare un radicale mutamento del loro atteggiamento processuale. Mi è capitato realmente di aver avuto difficoltà ad ottenere la scarcerazione di un mio cliente, che era sotto la luce dei riflettori televisivi, solo perché il Giudice, per sua stessa ammissione, temeva la reazione dell’opinione pubblica. E spesso, di fronte al caso cruento, si cerca più “un colpevole” che “il colpevole” al solo fine di accontentare la sete di giustizia dell’opinione pubblica a discapito della giustizia reale.

Quanto il sacrosanto e indisponibile principio del garantismo, ex art. 27 co.2 Cost., potrebbe essere minato dalla ricerca ossessiva dello scoop da trasmettere in prima serata?                                     

Come già detto, ogni garantismo cede il passo di fronte alla ricerca dello scoop televisivo, che ha bisogno del mostro da sbattere in prima pagina … e poco importa se sia  effettivamente l’autore del fatto in argomento.

Come considera la categoria dell’Avvocato-showman?

Esprimo il mio parere personalissimo. Non dovrebbe esistere. L’avvocato (come anche il magistrato, ritengo) deve svolgere le sue funzioni nelle aule di tribunale ed evitare nel modo più  assoluto di apportare il suo contributo alla ricostruzione mediatica dei fatti. Al limite, se richiesto, può rilasciare interviste, limitandosi però ad esporre i fatti in maniera veritiera ed oggettiva,  evitando di condurre un processo parallelo a quello che si svolge in tribunale.

Recentemente, un episodio di violenza pura compiuto ai danni di una persona debole, ha suscitato clamore mediatico sulla città di Andria. In questo caso i social hanno aiutano l’attività inquirente?

Con i recenti potenti mezzi di comunicazione, il lavoro delle autorità è notevolmente agevolato. Proprio il caso in questione sicuramente non sarebbe balzato agli onori della cronaca se non fosse stato pubblicato (e, quindi, amplificato) sui social network.

TacchioSecondo lei la classe forense ha bisogno di un rinnovamento o meglio di riscoprire la sua vera essenza?

Qui vado in controtendenza. Sull’argomento si potrebbe scrivere un libro, ma in questa sede, per ovvie ragioni di spazio, mi limito a fare alcune brevi considerazioni. Sento dire da più parti che l’avvocatura odierna si è screditata da sola e non è più seria come quella di una volta. Non è così. Essere avvocati trent’anni fa era più semplice, perché c’era meno concorrenza e dei ritmi di lavoro più blandi; e soprattutto c’era la consapevolezza che il proprio lavoro sarebbe stato adeguatamente remunerato. Oggi non è più così: oggi spesso siamo costretti ad accettare condizioni capestro (anche economiche), che i nostri predecessori neanche immaginavano, con la consapevolezza che, se non le accettiamo noi, il cliente deve solo attraversare la strada e varcare la porta del collega di fronte. Questo porta ad essere “scontenti” del proprio lavoro e a porsi con animo “frustrato” nei rapporti con i clienti, i cancellieri ed i magistrati, i quali di conseguenza non ci percepiscono più come una categoria della quale avere rispetto. Detto questo, personalmente conosco avvocati (pochi) che andrebbero radiati dall’albo per le loro condotte scorrette ed avvocati (tanti) che svolgono il loro lavoro con umiltà, dedizione e correttezza nonostante le condizioni di lavoro inducano sempre più spesso a rinunciare a queste virtù per percorrere la strada di guadagni e successi professionali più celeri. In conclusione, per rispondere alla domanda, io credo che l’avvocatura la sua essenza la conosca già; il problema è che risulta molto difficile farla emergere a causa delle predette difficoltà.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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