In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, l’allora ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, ebbe la brillantissima idea di celebrare la ricorrenza mettendo sul mercato, e successivamente online, un videogioco sul Risorgimento. Privo di qualsiasi trama e obiettivo, il videogioco fece subito il giro del Mondo, tanto che il New York Post lo definì ‘il più inconsistente videogame di tutti i tempi’. Si trattava, sostanzialmente, di impugnare un’arma che all’improvviso faceva cilecca, ambientazioni surreali che trasformavano il protagonista ribelle in una figura pietosamente banale.

Il ribelle è, per definizione, colui che rifiuta l’autorità e il calcio, con tutte le sue gerarchie, ha avuto tanti ed illustri disubbidienti. Artisti prima che calciatori, giocatori d’azzardo sul rettangolo verde, uomini alla costante ricerca del dribbling sul conformismo e sull’avversario.

Spesso, tempo fa, indossavano il numero 7. Vittorie poche, gloria infinita. Gente come George Best che, per non tradire il suo cognome, cercava sempre di essere il migliore, in campo ma anche al bar. O come Gigi Meroni, la farfalla granata che ubriacava solo chi provava a fermarlo sulla fascia. In campo portava a spasso le difese, in città preferiva una gallina, guinzaglio lungo, naturalmente.

Ed il 7 lo aveva anche Ezio Vendrame, calciatore poeta che una volta scartò tutti, portiere compreso, e tornò indietro per dimostrare che poteva fare ciò che voleva ma anche che, in fondo, un uomo merita sempre una seconda possibilità.

L’ennesima opportunità che nessuno sembra voler più concedere ai moderni ribelli del nostro calcio, Cassano e Balotelli. Loro non hanno mai portato il 7 sulle spalle ma hanno ripetutamente individuato vie di fuga. Tanto genio sprecato, troppa sregolatezza per uno sport che permette di uscire dagli schemi solo a chi garantisce risultati.

Le insofferenze e gli atteggiamenti strafottenti contano poco se arrivano insieme a reti e trofei. Invece Antonio e Mario, sei gol in due l’anno scorso, oggi non sono visti come campioni ribelli ma come ragazzi capricciosi. Volevano scartare tutti, si sono incartati da soli.

Per essere belli e dannati bisogna vincere. Se Zlatan, il cattivo delle favole, ha vinto dieci campionati degli ultimi undici disputati, se ha segnato 75 gol negli ultimi tre anni, ecco che il diavolo è pronto a scendere a patti. La tracotanza conquistatrice di Ibra è un’armonia che non si raggiunge con la serenità, ma con l’ostinata ricerca della supremazia, fino a diventare quasi banali o quasi ribelli, dipende da dove lo si guardi.

CONDIVIDI
Articolo precedenteCasa Accoglienza: cortile forte e custode di umanità
Articolo successivoPer una comunicazione vigilante
Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

LASCIA UNA RISPOSTA