Ci sono interviste e incontri. 
Io non potrei mai fare le prime, non è mia competenza, non ne sono capace. 
Un incontro sì, nel suo studio, con i colori caldi del legno…
Ho incontrato per la prima volta Francesco Asselta durante l’ appena trascorso Festival “Castel dei Mondi”, per il Riccardo III scritto e realizzato con il solito Michele Sinisi, uno dei migliori attori presenti sulla scena teatrale nazionale. 
Ho deciso di incontrarlo ancora per la curiosità che ha suscitato in me la sua capacità di essere concreto e sognante come nei migliori equilibri artistici.

Francesco Asselta è un quarantenne che ha la vitalità di un ragazzo che si affaccia all’arte e un’esperienza che racchiude più vite e un futuro carico di progetti. 
Un uomo di grande cultura che nella vita si è occupato, e si occupa, di cinema, televisione, scrittura e teatro appunto.
Inizia questa danza teatrale con Michele Sinisi. 
Si conoscono da sempre, ma l’urgenza nel mettere in scena il Riccardo III è stata l’occasione colta al volo, per unire dinamiche, visioni e linguaggi che hanno in comune la purezza del contenuto comunicativo anche se con forme diverse. E se il risultato è quello visto in scena posso dire che è molto convincente ed estremamente vicino al concetto che ha per me la verità nel teatro.
E parlando di verità con Francesco tocchiamo anche il Neorealismo del cinema che è, secondo il nostro narratore, un gesto di umiltà.
 La scelta di Shakespeare è la capacità dei grandi di raccontare storie eterne, gli archetipi. La curiosità verso il Riccardo III è storica, dice. Le domande che Francesco e Michele si sono posti sono relative alla possibilità di un Riccardo III dei nostri giorni e di chi potrebbe essere, oggi.

Il potere. La necessità di paragonarsi tra purezza e ombra. Cosa farebbe, davvero, ognuno di fronte alla possibilità di raggiungere e operare il potere? 
La scelta linguistica è consapevole e organizzata così bene che la magistrale prova attorale di Sinisi dà quasi la sensazione che stia accadendo tutto in quel momento e per la prima volta. È un po’ vero perché ogni spettacolo è diverso, se ascolta davvero il pubblico, e in questo lavoro Michele il pubblico ha modo di vederlo, toccarlo e sfiorarlo con gli occhi, con le mani e con il corpo. Se si è pronti, ti tocca l’anima. 
Dopo averlo vissuto, consigliavo a tutti di portare le emozioni e le viscere a teatro più che la testa.
Lavorare con la metafora e non sul racconto della storia è una scelta rischiosa fatta in un periodo, troppo lungo, di omogeneizzati emotivi e culturali. La metafora è il linguaggio dell’inconscio e il caro vecchio inconscio, per fortuna e sfortuna, agisce anche scegliendo di non agire.
Il prossimo progetto di Francesco Asselta, a teatro, sarà nuovamente con Michele Sinisi. Affronteranno il testo di Scarpetta, Miseria e nobiltà. Un testo, che, come egli stesso tiene a sottolineare, è un dramma in cui è possibile sorridere.

Sconsacrare il mito e ridare forza al testo. 
Qual è, infatti, il compito di chi fa arte? 
La meraviglia, spiazzare con un sorriso, farsi trovare lì dove uno non si aspetta, togliere la terra sotto i piedi per una caduta libera senza farsi male. Il rischio da correre è quello del sorriso.
 Per poter ascoltare l’armonia, bisogna prima raggiungerla. Per scoprirla, conoscerla e riconoscerla, bisogna avere un orecchio emotivo capace di andare  oltre l’armonia stessa, quella alla quale siamo abituati.
Mi lascia con questo racconto, lo stesso che Pitagora impartiva ai suoi discepoli.
Resto in ascolto e in attesa che tanto altro possa accadere.

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