Il convegno ecclesiale nazionale è un appuntamento decennale che scandisce il cammino postconciliare della Chiesa italiana a partire da quello di Roma del 1976; questo è sempre stato un punto di riferimento per le scelte pastorali e la presenza pubblica della Chiesa e del cattolicesimo nel nostro Paese.

Il 5° convegno ecclesiale di Firenze, 9 – 13 novembre 2015, svolto alla presenza di oltre 2.200 delegati intorno al tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, è stato introdotto da cinque verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Sono le cinque vie per la costruzione di una umanità nuova proposte nella “Traccia” dal Comitato preparatorio ed ha occupato un giorno e mezzo dei lavori fiorentini. Ma all’occhio attento dell’osservatore non è sfuggito l’esigua presenza di laici tra gli animatori delle cinque vie: solo uno.

Stando al tema del 5° Convegno ecclesiale nazionale non stupisce che i Vescovi italiani abbiano scelto come sede Firenze. La città del David di Michelangelo è una icona dell’Umanesimo. E poco importa se sono passati oltre cinque secoli da quella stagione felice di arte, cultura e pensiero filosofico. Ma quando il Consiglio permanente della CEI, nel gennaio 2012, la designò come sede del 5° Convegno ecclesiale nazionale gli orizzonti della Chiesa italiana erano ben diversi da oggi. Ne è testimone il titolo provvisorio scelto nel settembre del 2012 sotto il precedente pontificato: “La fede come criterio veritativo d’interpretazione del vivere umano”.

Ora il titolo “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, un po’ ambizioso su un piano storico-culturale, aspetta di essere interpretato dai nuovi orientamenti di papa Francesco: Firenze diventa così il primo luogo di verifica della reale sinergia della Chiesa Italiana con il messaggio e lo stile di papa Francesco. Purtroppo sono in molti a stravolgere le sue parole e i suoi gesti rendendoli “fioretti” e aneddoti; qualcuno – e non solo laico – scrive Vinicio Albanesi, lo sta dipingendo come un “menestrello” di Dio. L’operazione è raffinata, perché hanno compreso che sta inseguendo un percorso religiosamente accogliente per tutta la Chiesa: rendendolo leggero, ne impediscono l’efficacia.

Ma il “nuovo umanesimo” va ricercato all’interno della stessa Chiesa. Forse, continua Albanesi, è giunto il momento di abbandonare la teologia “descrittiva”: il parlare di Dio affidato agli esperti, a partire dalla dottrina antica e recente, con elaborazioni “cervellotiche”. Si può parlare di Dio a partire da chi lo vive: sia in forma riduttiva, che in forma piena. Qui in terra fiorentina si può toccare con mano quanto resta della semina di comunità come quella dell’Isolotto, o di testimoni come Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, don Divo Barsotti, don Lorenzo Milani di cui, in occasione della venuta a Firenze di papa Francesco, la Congregazione della Dottrina per la Fede ha considerato superato, dopo 56 anni, il provvedimento su “Esperienze Pastorali” eliminando ogni ombra sulla figura di don Milani, servo di Dio e di nessun altro, indicandolo pubblicamente come esempio di Prete e Maestro da seguire.

Sull’efficacia di questi appuntamenti ecclesiali grava il pericolo che proviene dall’ingorgo fra Sinodo sulla famiglia, Convegno di Firenze, Giubileo, e l’ostensione della Sacra Sindone terminata il 24 giugno scorso; e poi i gravi scandali che stanno coinvolgendo una parte del Vaticano e che invano qualcuno dei vertici della CEI cerca di contenere: una serie di eventi che è difficile da “digerire” in una riflessione pacata. Sembra che più si è in affanno, più si moltiplichino le iniziative.

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