Colui che si trova di fronte alla morte o prima della morte, secondo un altra traduzione letteraria. Sono i Peshmerga Curdi, i guerriglieri che combattono l’integralismo islamico; uomini e donne esercito di uno Stato inesistente che la Nato e l’Unione Europea cercano di aiutare con le armi, e che per settimane ha combattuto per liberare Kobane, città siriana occupata dagli islamisti dell’Isis.
Un esercito coraggioso quello dei Peshmerga, un esercito di uno Stato che non esiste, ma che al suo interno conta, 500 donne temutissime dai jihadisti dell’Isis.
Combattono per liberare l’Iraq e la Siria dai guerriglieri islamici, adesso, ma da più di un secolo si battono per realizzare il sogno dei loro padri e dei loro nonni: uno Stato autonomo che accolga i quasi 30 milioni di Curdi disseminati nell’Asia occidentale.

Si racconta che ogni famiglia curda ha un Peshmerga che la protegge per continuare a credere nello Stato che non c’è. Non esiste da secoli e forse non esisterà mai: il Kurdistan è solo riconosciuto per convenzione internazionale in quanto composto da una popolazione che condivide la stessa lingua, la stessa origine e la stessa storia.
Per risalire alle orgini del Kurdistan (regione ricca di giacimenti petroliferi) occorre tornare alla Mesopotamia, alle calde acque dei fiumi Tigri e Eufrate e a quella civiltà tanto celebrata nei libri di storia. Lì, nell’altopiano montuoso, tra i due fiumi si stabilisce nel 614 a.C. la popolazione nomade dei Medi, di origine persiana.
Tracce dei curdi si trovano nelle cronache di Semofonte e nelle gesta di Alessandro Magno. Saranno cristianizzati nel IV secolo e islamizzati nel VII secolo.
In un villaggio curdo, nel 1137, nascerà un uomo destinato a diventare sultano d’Egitto e orgoglio del popolo curdo: Saladino.
Con la nascita dell impero ottomano nel XVI secolo , il Kurdistan sarà inglobato nell Impero, e al crollo di esso, alla fine della prima guerra mondiale si comincerà a parlare di un Kurdistan indipendente e autonomo.

Con il trattato di Sevrès del 1920 verrano gettate le basi per la creazione di uno Stato curdo con l’appoggio di alcuni Governi europei; ma con il successivo trattato di Ginevra le speranze curde verranno infrante e il territorio del Kurdistan sarà diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria.
E i Curdi? Da allora il termine “Curdo” sarà sinonimo di popolo diviso, perseguitato e violato.
Ma quanti sono i Curdi? Secondo recenti stime, 25- 30 milioni, di religione islamica sunnita, con una minoranza cristiana.
La maggior parte dei Curdi (12 milioni) vive attualmente in Turchia, ed è lì che ha subito le persecuzioni maggiori nel ventesimo secolo.
Si sono organizzati in un partito per chiedere l’indipendenza, il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) che inizialmente era ispirato all’ideologia marxista; con il nuovo capo, Ocalan, viene oggi considerato dalla comunità internazionale un gruppo terroristico.

In Iraq, i Curdi, guidati da un famoso Peshmerga, Barzani, cercarono di costituire uno Stato indipendente; ma la risposta di Saddam Hussein fu il “genocidio di Halabja o Venerdì di sangue”, del 1988. Dalla fine del regime iracheno (a cui i Peshmerga hanno contribuito affianco degli USA) il territorio curdo in Iraq gode di una certa autonomia economica e politica.
Oggi, il popolo curdo convive con la diaspora a cui sono costretti da secoli. I più perseguitati di sempre, i più sfortunati, l’etnia più numerosa al mondo senza uno Stato e senza il diritto all’autodeterminazione. Sono stati definiti anche “l’ultimo oppositore all’Isis prima dell’Occidente ” visto che difendono il confine turco alle porte d’Europa.
In Iraq, dove il movimento PKK è nato ufficialmente, sembrano essere riusciti nel loro obbiettivo, visto che dal dopo Saddam il territorio curdo è organizzato in regione autonoma (nel Nord del paese). Ha un Presidente, Mas’ud Barzani e gode di autonomia politica economica e militare. E i Peshmerga, da guerriglieri delle montagne, sono diventati un vero e proprio esercito, armati di kalashinikov e uniformi.
Ed ora, i Peshmerga, rappresentano l’unico interlocutore dell’Occidente nonchè l’unica speranza per l’Iraq di sconfiggere il terrorismo islamico.
Difendono uno Stato senza confini; lo fanno spinti da quell’ideale per cui da quasi un secolo combattono: lo Stato Curdo.
E, dalle origini, accanto ai combattenti uomini, c’è anche un reggimento femminile che oggi conta 500 unità.

Ci si chiede come, l’Islam che in tanti settori della vita civile calpesta la dignità della donna, possa permettere ad alcune di loro un ruolo decisamente maschile.
Dalla prima guerra del Golfo, infatti, un intero battaglione di donne è nato per combattere Saddam Hussein, e lo stesso è cresciuto nella seconda guerra del Golfo nel 2003.
Oggi, al fianco dei Peshmerga uomini ci sono 4 battaglioni di donne Peshmerga; sul fronte, in prima linea.
Non solo. Alcune cronache raccontano di donne curde che nel 1700 combattevano accanto ai loro mariti contro l’impero Ottomano. Guerrigliere nel sangue, combattono per difendere non solo uno Stato dai confini inesistenti, ma anche diritti che lo stato islamico vorrebbe cancellare.
Ma loro, le combattenti, fanno particolarmente paura all’Isis. I miliziani integralisti, infatti, pare sia molto intimoriti dalle donne e terrorizzati dall’idea di essere uccisi da una donna al fronte.
Capaci di crimini orrendi, stupri, stragi ma impauriti di fronte alle donne in battaglia.
A svelare il punti debole dell Isis è un rapporto dell Intelligence americano, «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini, mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È questo il grottesco retroscena svelato dal Presidente Californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, Ed Royce.
Basta un militare donna a mettere in fuga un terrorista: “Quando ci vedono, voltano le spalle e se ne vanno”, hanno testimoniato alcune combattenti. “Addio paradiso e gloria, quindi, se a ucciderli è una combattente”.
Le donne sono a fianco dei Peshmerga nella città siriana di Kobane (a maggioranza curda), da mesi sotto assedio da parte dell’Isis. E proprio una donna guida la resistenza nella città fantasma di Kobane.
Lo scorso 30 ottobre, 150 Pesghmerga sono riusciti finalmente ad entrare a Kobane grazie all’aiuto della Turchia.
Una svolta storica, questa, visto che per settimane la Turchia ha rifiutato il passaggio dei Peshmerga sul proprio territorio alla volta di Kobane.

Ma perchè la Turchia non ha aiutato i curdi per combattere l’Isis, che peraltro minaccia anche i suoi stessi confini?
La risposta è nelle storia dei Curdi. Buona parte del territorio curdo è in Turchia e il Governo turco teme che, aiutando eccessivamente i Peshmerga, questi, se vincitori, possano acquisire rilevanza tale da reclamare ciò per cui da sempre combattono: uno Stato.
Una popolazione, quella Curda, che rappresenta l’unica realtà positiva presente nell’Iraq del dopo Saddam e che chiede solo una cosa: armi per combattere e difendersi.
La loro ricompensa, se vincitori, non sarà nel paradiso con 72 vergini o ruoli di potere nei governi.
Loro, i Curdi, il popolo più sfortunato, dimenticato e perseguitato di sempre, avrà una sola richiesta da fare dopo la guerra. Legittimamente, a mio avviso: la nascita dello Stato libero del Kurdistan.

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