Favino e Sanremo si sono regalati entrambi una occasione: il primo ha potuto rendere noto un dramma teatrale viscerale, sanguineo, di effetto; il secondo ha riunito intelligenze che vogliono liberarsi e altre che vogliono solo sopravvivere.

Il monologo teatrale estrapolato dall’atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès “La notte prima delle foreste”, recitato da Favino sul palco dell’edizione 2018 di Sanremo, ha commosso anche me, non lo avevo mai sentito prima, ha lavato il mio non conoscere con acqua fredda.

È un dramma, neorealista, il cui protagonista è un ragazzo “straniero” che, in una giornata di pioggia in Francia, intrattiene un dialogo casuale con un altro uomo: il suo dolore per non avere trovato un posto in cui essere felice e sentirsi veramente a casa, l’incubo di un’altra terra natia simile alla sua in cui la vita non valeva che un capriccio del dittatore di turno. Un incontro realmente accaduto a Koltès, leggo, vero e profondo perché non inventa un’anima ma cerca di rivelarla.

Ma ciò che scrivo lo potete leggere, scovandolo su Google e vorrei parlare di altro, del teatro che vive nascosto, all’ombra del cinema o della televisione.

Finalmente un solo attore seduto su di una sedia riesce a commuovere, senza scenografie. È un risveglio tardivo e inaspettato della bellezza della parola scritta e della bravura.

Il teatro è costoso e non ha il “montaggio” che sistema e aggiunge o toglie.

Gli si attribuiscono tanti padri e tante origini, nazionalità e metodi accademici ma consta di una sola verità: se sei un bravo attore la gente guarderà solo te in scena e chi ti sta attorno potrà anche cadere giù dal palco senza che nessuno se ne accorga.

Il teatro esige il tributo delle vite che passeggiano nella realtà per strada, deve raccontare il viso che si corruccia nella disperazione prima delle lacrime, necessita di un antefatto che l’attore deve costruire dentro sé: serve a poco imparare a memoria le parole del testo, ci si può trovare davanti un capolavoro e non riuscire a renderlo tale.

Pierfrancesco Favino è un attore sensibile, Sanremo sarà un cartellone pubblicitario gigantesco per la sua carriera. Ritengo che Favino e Sanremo si siano regalati entrambi una occasione: il primo ha potuto rendere noto il nulla, il poco conosciuto, un dramma teatrale viscerale, sanguineo, di effetto; il secondo ha spalancato il suo sipario milionario, ha riunito intelligenze che vogliono liberarsi e altre che vogliono solo sopravvivere.

Ho una piccola critica: Favino avvicinandosi a Baglioni e a Fiorella Mannoia, entrata cantando una canzone di Fossati, ha dato le spalle, per poco, al pubblico in una sorta di timida sottomissione artistica. Avrei preferito rimanesse seduto perché quella sedia rappresentava il luogo e il tempo di una vita umana che il teatro aveva gettato in faccia al pubblico, ferendolo, scardinandone le certezze e le agiatezze.

CONDIVIDI
Articolo precedentePartiamo dal Centro
Articolo successivoIl sorriso appartiene ai visionari. Intervista al Dott. Giovanni Gorgoni
Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here