“Allora Antò, ascolta bene: faleminderit”
“Fali… minderi…?”
“No… attento: faleminderit!”
“Ah, faleminderit… Ok… Grazie!”

“Taxi! Taxi! Italiano, vuoi taxi?”
“No, grazie… Anzi… no, faleminderit”. Vabbè dai, avrà capito lo stesso.

Ebbene sì, lettori e lettrici, così ha inizio, con queste parole, la mia avventura nella Terra delle Aquile. Albania, Shqipëria, come la si vuol chiamare la si chiami.

È tardi, quasi mezzanotte, l’aria appiccicosa del porto di Durazzo mi dà il benvenuto. “Una notte di sudore, sulla barca in mezzo al mare…” recita un famoso canto per la messa, diventato nella mia mente colonna sonora per quel momento.

Partenza in ritardo di tre ore, nove ore di traversata ed eccomi ad ammirare l’Adriatico dall’altra riva. Quattro persone ci stanno aspettando per portarci nel luogo dove avremmo alloggiato, una piccola abitazione vicino alla periferia della città, il rumore dei trolley sull’asfalto accompagna i miei pensieri.

Venti minuti di cammino, durante i quali la mia mente già inizia a fotografare ciò che vede: un cane che abbaia, palazzine in rovina, scritte al neon luminosissime, tombini aperti, il tanfo di immondizia che viene da alcuni bidoni aperti che ci riempie i polmoni.

Il succo all’arancia rossa e il cornetto alla nutella post messa mattutina è ormai un vago ricordo. Entrato finalmente in casa, due taralli, un bicchiere d’acqua, mi lavo i denti e mi infilo nel letto: sono stanchissimo. Tanto io quanto i miei otto compagni d’avventura: i nostri volti lo dicono esplicitamente. Nove ragazzi in missione in Albania, per una settimana certamente diversa rispetto alle tante della loro ordinaria vita.
E fu sera e fu mattina: primo giorno.

Ma il secondo non si fa attendere più di tanto: alle sei e un quarto siamo già in piedi. Il canto di alcune suore mi avverte che la messa in cappellina è iniziata.

Facciamo colazione, raccogliamo il materiale per la giornata al campo e si va. Il sole mattutino, dopo mezz’ora di camminata, ci inzuppa le maglie di sudore. La fatica, tuttavia, non spegne l’allegria. Più ci si avvicina a Repart, il luogo dove avremmo operato, e più lo schiamazzo dei bambini si fa più forte… ma sì, dai, facciamo loro una sorpresa! Ci vestiamo dai personaggi della storia che fa da tema alla missione: quella del Mago di Oz. Ed ecco che in due secondi diventiamo Dorothy, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta, il Leone, il Guardiano, il Mago, lo zio e le Streghe. A pochi metri dal campo una trentina di bambini inizia a correrci incontro, gridando, saltando, dicendoci cose in albanese di cui mai saprò il significato. Io farfuglio il mio “miremengjes” (buongiorno), già emozionato.

Eccoli, eccoli là: dai più piccoli accompagnati dalle nonne ai ragazzi più grandi. Fortunatamente questi ultimi capiscono qualche parola in italiano: “Como stai?” mi chiedono, battendomi il cinque. Comincia la mattinata: la struttura è quella di una classica giornata oratoriale: bans, inno, drammatizzazione, laboratori, giochi, preghiera e saluti.

La gioia negli occhi dei bambini mentre guardano le scenette della storia è qualcosa di straordinario: appassionati, coinvolti, curiosi. Il sacerdote del posto traduce i dialoghi, ma i nostri gesti scatenano il loro entusiasmo: ed eccoli gioire per la morte della Strega dell’Ovest o urlare per aiutare Dorothy a tornare a casa.

Arriva il momento dei giochi: imparo a contare fino a venti per portare il punteggio. Qualche parola o frase in albanese già la riesco a dire, ma quando fai uno strafalcione grammaticale li vedi sorridere, mentre quando parli loro in italiano perché proprio non ce la fai, ti guardano confusi.

Certo, ci sono cose, tipo istruzioni, regole, comandi per i quali devi usare necessariamente la lingua per comunicare… ma le emozioni le passi solo con gli occhi, con la voce, con le braccia: è un vocabolario universale. Sono molto timidi, chiedo loro “si e ke emrin?” (come ti chiami?) e con voce quasi impercettibile e lo sguardo in basso rispondono.

Dopo aver recitato le preghiere – chi in italiano, chi in albanese – è il momento della merenda. Alcuni li vedi nascondere la brioche che diamo, per mangiarla nel pomeriggio, altri ne mangiano solo metà, perché il resto verrà mangiato in un altro momento: per qualcuno di loro è un tesoro prezioso, una perla rara. Uno schiaffo al poco rispetto che riserviamo noi al cibo, al poco valore che diamo alle cose che possediamo. Uno schiaffo dato dalle minuscole mani di bambini di cinque anni.

“Mirupfashim, neser!” gridiamo. “Arrivederci, a domani!”. Ripetiamo il viaggio al contrario sotto il sole delle dodici e pranziamo. Poche volte mi sono sentito così stanco.

Nel pomeriggio guardiamo con un vecchio proiettore un documentario sulla storia albanese, da Skanderberg alla dittatura comunista di Hoxha, la distruzione della religione e del pensiero, per poi arrivare al periodo immediatamente successivo.

Un popolo, quello albanese, unico nel suo genere, fiero, oppresso, legato ai suoi valori e alle sue tradizioni, rovinato dalla crudeltà di un dittatore folle come pochi. Uomini uccisi perchè cristiani, musulmani, ortodossi, perchè sapienti, pensatori. Chiese e moschee fatte saltare in aria, o trasformate in cinema, teatri, palasport. Bibbie e altri testi bruciati assieme a dipinti e icone sacre. Preti e muezzin uccisi mentre celebravano di nascosto, gente torturata perchè recitava il rosario. Maestre che scoprivano e denunciavano famiglie cristiane chiedendo agli alunni se sapessero fare il segno di croce.

Forte, su questo verso, è la visita a Scutari, una città a nord dell’Albania. Quello che prima era un convento e adesso è monastero delle Clarisse venne trasformato durante il ventennio del regime in un carcere per cristiani, torturati e uccisi nei modi più barbari. Rinchiusi in piccolissime celle, sono ancora visibili sui muri incisioni a forma di croce, coroncine di rosario, scritte di invocazione a Dio. Testimonianze che fanno riflettere, che ti sbattono in faccia il significato di oppressione, testimonianze che ci ricordano che dono grande è la libertà e quanto la mettiamo sotto i piedi non rispettando le scelte e il pensiero del prossimo. Veri e propri martiri del nostro tempo, che ci esortano con l’esempio della loro vita a riscoprire la centralità e l’importanza che diamo alle cose in cui crediamo e che stanno alla base della nostra vita.

I giorni passano molto lentamente, la stanchezza comincia a farsi sentire sul serio. Il cuore è, come grazie ad una relazione di inversa proporzionalità, sempre più vivo, più pieno, più indifferente a tutto ciò ciò che non conta davvero. Esperienze di questo tipo ti permettono di riscoprire l’essenziale, quell’essenziale che se guardi col cuore è ben visibile, ti sta di fronte ed ha la forma di un volto, di un sorriso, coincide con un luogo, un momento, un istante, un sentimento.

Esperienze del genere aiutano a scoprire chi sei, quello che puoi e che vorresti dare. Scopri angoli di te che non conoscevi, i tuoi limiti, le tue possibilità e impari ad andare oltre te stesso.

Guardo i volti dei miei compagni di avventura, seduti attorno a un tavolo. Siamo diversi da come eravamo prima di partire. Come un’onda quest’esperienza ci ha travolto, abbiamo uno sguardo nuovo adesso. “Per riportare in Italia quello che ho vissuto e ricevuto non mi basta un solo bagaglio, almeno due!” dice uno di loro.

E allora sento che c’è solo una cosa da dire, la prima parola in albanese che ho imparato, che ho pronunciato in questa terra che mi porterò sempre nel cuore e chissà se un giorno rivedrò.

C’è solo questo da dire: grazie, Albania.
Faleminderit!

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