Intervista a Don Nandino Capovilla

Un “Ponte per Betlemme” è il nome della giornata internazionale che si celebra ogni 1 marzo, per iniziativa di “Pax Christi” allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e  pregare  affinché venga abbattuto il muro dell’apartheid costruito in territorio palestinese dagli israeliani. Un “ponte” ha voluto lanciare anche il Liceo Scientifico “Nuzzi”, di Andria, una scuola che ha istituito una “Giornata della Nakba”, giunta alla sua seconda edizione.

Lo scorso 10 marzo, presso l’auditorium del liceo, gli studenti del “Nuzzi” hanno potuto ascoltare testimoni di eccezione: don Nandino Capovilla (già assistente nazionale di Pax Christi, ora referente nazionale della campagna “Ponti non Muri” e curatore del blog “Bocchescucite” ) e Khairy Aboghali,  un giovane ingegnere palestinese, rappresentante della Comunità Palestinese di Puglia e Basilicata. Ha moderato l’incontro il prof. Paolo Farina, assiduo viaggiatore nei Territori Occupati e autore di Non ci dimenticate. Diario di un cammino di pace tra Palestina e Israele (EtEt edizioni, 2009).

Una giornata, dunque, per ricordare ciò che nessuno ricorda: 67 anni dalla Nakba (esodo e “catastrofe” palestinese), 48 anni dalla Naksa (Guerra dei Sei Giorni con Israele che occupava la Cisgiordania), 11 anni dalla costruzione del Muro dell’Apartheid a Betlemme e lungo la Green Line. Non c’è una memoria di serie A e una di serie B. Non dimenticare non basta. Occorre ricordare e spiegare. Così si leggeva nel comunicato del Liceo Nuzzi che annunciava l’evento.

“Il Nuzzi fa oggi da apripista – ha infatti esordito il prof. Farina – per divulgare la conoscenza di un dramma, come quello della Nakba del 1948, non ancora ampiamente raccontato e descritto nei  nostri libri di storia; a tal proposito, abbiamo intenzione di sottoporre al MIUR un progetto che preveda la realizzazione di giornate come quella di oggi in tutte le scuole d’Italia. Una necessita che nasce dal fatto che, a differenza della Shoah,  delle tragedie legate alla Nakba  nessuno hai mai parlato, tanto meno nelle Scuole”.

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“Sono palestinese e da un anno esatto vivo in Italia, esattamente nella vicina Bitonto, grazie alla Cooperativa Auxilium che oltretutto mi sta aiutando a  studiare la lingua italiana – ha dichiarato Khairy Aboghali. Sono palestinese perché i miei nonni erano profughi dal 1948, a seguito della Nakba,  ma sono nato in Egitto, ho studiato ingegneria in Russia e poi mi sono trasferito dapprima in Norvegia e poi in Svezia, sino ad arrivare in Italia. Purtroppo, io non posso tornare nella mia Palestina o se voglio farlo devono passare mesi per ottenere un permesso, poiché la Palestina è occupata dagli Israeliani e fra l’altro questi ci ritengono tutti dei terroristi. L’origine del conflitto israeliano-palestinese risale al 1917 quando l’Inghilterra, conquistando la Palestina, consentì facilmente il trasferimento degli ebrei nei nostri territori. Sono stanco della guerra, noi potremmo abitare tutti insieme sia israeliani che palestinesi, ma purtroppo ogni due anni circa scoppia una guerra perché di certo qualcuno ne trae beneficio tanto economico quanto politico. Difatti l’America aiuta Israele. La guerra porta miseria, morte, distruzione, e non capisco perché gli israeliani da sempre odiati, soprattutto dai tedeschi, preferiscano odiare noi  piuttosto che i tedeschi; sarebbe invece più opportuno dialogare insieme per giungere ad un accordo di pace”.

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In occasione della sua breve permanenza in Puglia e della sua autorevole presenza all’incontro con i ragazzi del “Nuzzi”, abbiamo colto l’occasione per porgere alcune domande a don Nandino Capovilla, che solo pochi giorni fa era di nuovo nella Striscia di Gaza, a documentare un orrore e una distruzione senza fine.

 

Don Nandino,“Pax Christi International” terrà a Betlemme un’Assemblea Mondiale dal 13 al 20 maggio 2015. Può accennarci i temi centrali che saranno dibattuti?

A Betlemme arriva il mondo intero e non solo per la sua storia, ma anche perché si tratta di una citta palestinese collocata a fianco dello Stato di Israele. Betlemme attira il mondo intero e non solo Pax Christi, ma anche politici giornalisti e chiunque voglia realmente sapere quanto accade in Palestina e in Israele; dico questo perché di solito sono i turisti che si recano a Betlemme, ma molto spesso numerose sono anche le visite ufficiali dei reggenti di tutti i Paesi del mondo. Ciò nonostante, ancor oggi purtroppo accade che chiunque vada a Betlemme non riesca a percepire e guardare la situazione della Palestina con quel realismo tale da capire cosa realmente succeda nei Territori Palestinesi. Da qui l’importanza dell’Assemblea Mondiale, per dare voce a quelle persone che vivono e soffrono in Palestina, una terra che da più di 40 anni è sotto l’occupazione militare israeliana.

 

Crede che, in una visione ottimistica, potrebbe essere imminente la risoluzione dell’annosa questione israelo-palestinese?

Credo nella maniera più assoluta che la risoluzione non sia affatto imminente, poiché gran parte delle Istituzioni   e delle persone che arrivano in queste terre non aprono gli occhi sul quel che accade; ad esempio, giustificano l’illegalità della colonizzazione israeliana come un corretto svilupparsi di quartieri ebraici, mentre lo stesso Diritto Internazionale dichiara le colonie illegali. Pertanto, c’è poco da essere ottimisti; c’è solo una grande ingiustizia che deve necessariamente essere affrontata dalle Nazioni Unite affinché al più presto aiutino il governo di Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese a trovare un accordo. I “ponti” si costruiscono per fortuna da decenni ed è questa la buona notizia e l’ottimismo a cui potrei fare riferimento, nel senso che le popolazioni e tutta una serie di organismi e di reti da anni, sia in Israele che in Palestina, coinvolgono le persone – siano esse ebree, musulmane, palestinesi, cristiane – in grandi progetti che senz’altro abbattono i muri del pregiudizio. Nondimeno, tutto ciò è da intendersi come una cortina di fumo che nasconde la gravita e la responsabilità precisa dello Stato di Israele, specie quando questi ponti diventano “poesia” che abbatte solo idealmente i muri, quando invece quello dell’apartheid è tutt’altro che “poesia”: è un muro illegale lungo più di 700 km costruito in terra palestinese rubata alla Palestina dallo stato di Israele, pertanto l’unica cosa da fare è denunciare al più presto questa situazione.

 

Si è concluso, la scorsa settimana, nelle vicine Trani e Barletta, un ciclo di incontri dedicati allo Stato di Israele e alla cultura ebraica, nel corso dei quali si è affrontato anche il tema inerente il presunto “pregiudizio” del giornalismo italiano nei confronti dello Stato di Israele, stigmatizzando un’eccessiva “spettacolarizzazione” di quanto accade nella Striscia di Gaza e sostenendo che la Stampa Italiana non conosce come dovrebbe il popolo israeliano. Lei quanto condivide questo assunto?

Bisogna far distinzione fra la cultura ebraica e il comportamento dello Stato di Israele verso la Palestina. Non è nel mio intento stigmatizzare la cultura ebraica, altrimenti si rischia di travalicare nell’antisemitismo, che è un sentimento che non provo. Piuttosto mi soffermerei su quanto accade nella striscia di Gaza, dalla quale sono tornato qualche giorno fa, laddove si è ormai al baratro del genocidio. Purtroppo, Gaza oggi è un territorio che viene tenuto volutamente in una situazione di completa chiusura ed embargo totale, impedendo a quasi 2 milioni di esseri umani, che sottolineo non sono terroristi, di poter chiedere l’unico e solo diritto sacrosanto di vivere sulla propria terra, un diritto che ai palestinesi viene negato e non riconosciuto da Israele.  Credo che per quel che concerne il modo in cui il giornalismo italiano racconta quanto accade nella Striscia di Gaza, ci sia una certa tendenza da parte dei nostri giornalisti a sminuire il tutto in un “semplice” conflitto fra due fazioni, fra due popoli che non riescono ad andare d’accordo. In ogni caso, solitamente la Stampa Italiana difende e sostiene sempre le scelte di Israele, anche quando dalle Nazioni unite questo Stato è ritenuto responsabile di proseguire un occupazione militare condannata da centinaia di risoluzioni Onu. Ciò nonostante Israele si ostina (e questo il giornalismo italiano non lo dice mai) a non rispondere e non ottemperare a quanto chiesto dalla Comunità internazionale. Bisogna prendere atto che il Parlamento Europeo ha dopo decenni cercato di avere quel coraggio necessario per rompere finalmente quell’impunità che ha reso Israele libero di poter compiere qualsiasi crimine senza aver niente e nessuno a contrastarlo. Per poter giungere ad una risoluzione di pace, è importante sostenere che da una parte esiste uno Stato che ha tutto il diritto di esistere e di essere difeso, che appunto è Israele, e dall’altra è altrettanto importante riconoscere (come è già accaduto nelle sedi Unesco, nell’Unione Europea e in diversi Paesi europei), la Palestina come referente ufficiale con il quale poter avviare un cammino di pace. In Italia, sfortunatamente, la politica italiana non ha ancora il coraggio di opporsi ad Israele e, francamente, all’Italia “non frega nulla” della pace in Palestina.

 

Pax Christi ha accusato giornali e TV italiani di non aver dato risalto alla questione del riconoscimento dello Stato Palestinese nei giorni precedenti al voto nel Parlamento italiano. Da cosa crede possa essere dipeso tale atteggiamento della stampa italiana?

La stampa è connivente, basta guardare chi sono i direttori dei giornali e dei telegiornali. Sono pochissimi i giornalisti che con onestà professionale e intellettuale raccontano la verità dei fatti; anche noi italiani, come del resto fanno da decenni le Nazioni Unite e gli altri Stati europei, potremmo provare a dialogare con i nostri amici israeliani, dicendo loro che, se vogliono fare la pace, dovrebbero smetterla di pensare che i palestinesi sono come i terroristi dell’Isis. I rappresentanti dell’Autorità Palestinese chiedono semplicemente che la Palestina sia riconosciuta come Stato.

 

Per le nuove generazioni, quanto è importante ricordare la Nakba?

Credo sia importante formare i nostri ragazzi e acquisire consapevolezza di quanto la storia ci abbia nascosto. Purtroppo la Nakba e la Naksa sono pagine di storia “strappate” dai libri, dallo Stato di Israele così come dalla storiografia europea. Tuttavia, e in questo devo essere sincero, di recente si è assistito ad recupero “storiografico” grazie proprio ad un gruppo di giornalisti e storici israeliani (cito fra tutti Ilan Pappé) i quali, da quando Israele ha aperto i suoi archivi storici afferenti la storia degli anni ‘50, hanno ripreso a considerare in modo diverso la storia relativa alla distruzione dello Stato palestinese e quello che è realmente accaduto nel ‘48. Dunque, per i giovani è urgente correggere la Storia, i cui libri dedicano ampio spazio alle tragedie del ‘900, specie alla Shoah, tralasciando la diaspora del popolo palestinese. Tuttavia, il titolo di questa giornata non è dedicato propriamente alla Palestina, ma piuttosto, cosi come si fa nel giorno della memoria, a dire “basta”, affinché non accada mai più , come purtroppo è successo alla Palestina, che un popolo debba subire un feroce genocidio.

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Dora Dibenedetto
Laureata in Scienze Politiche, curiosa da sempre per tutto quel che mi circonda, amo (anche per questo) il mondo dell’informazione e del giornalismo; difatti sono iscritta all'albo dei giornalisti pubblicisti, redattrice per il “Quotidiano Italiano-Bat-” e blogger per “Barletta e Dintorni”. Mi interesso di ogni tipo di evento che possa suscitare il mio interesse e “stuzzicare” la mia appassionante voglia di sapere il “Vero”: dalla cultura alla politica, alle scienze e ad ogni qualsivoglia forma di arricchimento personale e culturale.

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